| L'ENIGMA INFINITO DEL GENIO
| "La fabbrica del pensiero, la sede dell'anima": così da secoli scienziati, pensatori, poeti definiscono il cervello, questa misteriosa massa di circa un chilo e mezzo di materia grigia incisa da un geroglifico di circonvoluzioni. Una delle discipline scientifiche più avanzate, le neuroscienze, ne ha oggi decifrato la morfologia funzionale, l'architettura, i meccanismi attraverso cui le cellule nervose, i neuroni, comunicano tra loro e stabiliscono complesse reti che, nelle aree della corteccia, presiedono ad alcune delle funzioni più alte e complesse: dal controllo motorio alla visione, alla memoria, al linguaggio, alle capacità cognitive, per giungere a quel misterioso dono che sembrerebbe appartenere solo alla nostra specie, il pensiero astratto.
Non vi sono più misteri, allora, nei meccanismi più profondi della mente umana? Nei giorni scorsi è giunto dal Canada (ripreso poi dall'autorevole rivista medica britannica The Lancet) il trionfale annunzio della scoperta del "segreto del genio" matematico: analizzando alcuni segmenti del cervello di Albert Einstein, per definizione lo stereotipo del genio scientifico, una neuroscienziata dell'Università canadese McMaster, Sandra Witelson, insieme al suo gruppo di ricerca, afferma di avere individuato nei lobi parietali dello scienziato, morto a 76 anni il 18 aprile 1955, alcune anomalie: una di tipo quantitativo (un aumento di spessore di circa il 15 per cento), l'altra, più significativa secondo i ricercatori, un solco (chiamato la scissura di Silvio) che percorre quest'area, che apparirebbe ridotto rispetto ai cervelli normali, modificando così notevolmente la morfologia di questa area che sembrerebbe strategica dal punto di vista delle funzioni cognitive.
"Probabilmente una anomalia genetica - afferma la ricercatrice - che spiegherebbe come mai Einstein, come raccontava la madre, ha cominciato a parlare solo dopo i tre anni; ma potrebbe essere alla base della sua straordinaria capacità logica e creativa". Il confronto con un certo numero di cervelli di persone normali, decedute in età prossime a quella di Einstein, confermerebbe questa "diversità". "Insomma, una forma che non è stata osservata in nessuno dei nostri cervelli e che non è rappresentata in alcun atlante del cervello umano". In particolare, secondo la ricercatrice canadese, anche se "ciò non deve significare che l'anatomia segni il destino di alcuno" fornisce però importanti indicazioni e potrebbe portare all'ipotesi che la parziale sparizione della scissura abbia consentito ai due lati del lobo di cooperare in maniera insolita tra loro. Coi risultati che si sono visti.
L'annunzio della dottoressa Witelson, rilanciata dalla stampa d'informazione con notevole enfasi, lascia però perplesso il mondo scientifico. "Se fuor di dubbio la mappa delle funzioni cerebrali è oggi stabilita con notevole sicurezza - fanno osservare - è ancora controverso e sfuggente il problema della localizzazione di alcune delle più alte funzioni intellettuali, come la memoria, le capacità logiche o linguistiche, la sensibilità artistica". Il premio Nobel Gerald Edelman, ad esempio, sottolinea con forza che le capacità intellettive umane sembrano essere il prodotto della forte interazione tra il "destino genetico" che stabilisce fin dalla formazione del feto la struttura generale del cervello e le funzioni delle sue diverse regioni, e il modellamento delle reti neurali (ossia i milioni di interconnessioni tra neuroni) che sono il fondamento delle capacità e attitudini individuali e che sono conseguenza delle pressioni ambientali, del linguaggio, degli stimoli insomma che l'ambiente trasmette al cervello ancora immaturo, dallo stadio fetale alla primissima infanzia. E proprio questo carattere "infantile" (la cosiddetta "neotenia") il segreto della plasticità della nostra specie e della capacità di apprendere, innovare e trasformarsi che è alla base della cultura umana.
Particolarmente difficile appare poi, secondo questa interpretazione, arrivare a localizzare (e ancor più a quantificare) delle qualità sfuggenti a ogni definizione precisa, come le capacità artistiche e, ancor più, ciò che definiamo "genio". Una convinzione che sembrerebbe contraddetta però dai risultati ottenuti dalla dottoressa Witelson. Sui quali però si addensano numerose perplessità.
Alcune riguardano la stessa attribuzione del cervello esaminato dai ricercatori canadesi. Albert Einstein è morto quasi mezzo secolo fa a Princeton: il patologo che ne eseguì l'autopsia (stabilendo che era deceduto per un aneurisma dell'aorta), un certo dottor Thomas Harvey, avrebbe prelevato il cervello del grande scienziato (il corpo venne invece cremato, rispettando la sua volontà), sezionato pare in 240 "fettine", immerse nella formaldeide, e quindi conservato in una serie di vasetti che Harvey aveva portato con sé quando si era trasferito nel Missouri, e collocato insieme a diverse bottiglie di birra in un refrigeratore domestico. Da allora non si era saputo più nulla: fino al 1985, quando una neuropatologa dell' Università americana di Berkeley, Marian Diamond, annunziò alla stampa di avere ottenuto dallo stesso Harvey il permesso di analizzare nel proprio istituto il cervello di Einstein e di avere scoperto una singolare anomalia che, secondo la dottoressa, svelerebbe il segreto dell'eccezionale creatività scientifica del grande scomparso: una enorme quantità di un tipo di cellule, le cellule gliali, che avvolgono la massa neuronica e costituiscono pare una preziosa struttura di sostegno dell'attività dei neuroni. Più cellule gliali, più potente l'attività dei neuroni, secondo la dottoressa Diamond: questo il segreto di Einstein.
Anche su questa scoperta cadde poi il silenzio o l'ironia dei neuroscienziati. Fino alla nuova scoperta dei giorni scorsi, che però attribuisce invece alla modifica morfologica individuata nella scissura parietale le eccezionali qualità di Einstein. Era stato lo stesso Harvey, detentore privato del cervello del genio, a scrivere alla dottoressa Witelson, in Canada, per offrirle la possibilità di condurre una nuova indagine: occasione ovviamente colta al volo, oltre un anno fa, e le cui conclusioni sono venute oggi alla ribalta.
La duplice vicenda del cervello del padre della relatività non è comunque l'unica: il fascino che il cervello esercita logicamente su ognuno aveva mosso persino i sovietici a progettare una esplorazione di questo tipo: questa volta, sul cervello di Lenin, morto nel 1924, e imbalsamato, il cui cervello però era stato conservato in un istituto scientifico di Mosca. Il 1925 sarebbe stato lo stesso governo sovietico a commissionare a un anatomopatologo tedesco, Oskar Vogt, il compito di esaminare il cervello del padre della rivoluzione russa, forse per individuare la localizzazione del "genio rivoluzionario". Una vicenda che ha del romanzesco (vedi box in questa pagina), e i cui risultati non sono mai stati conosciuti con sicurezza, nonostante un accenno contenuto in un articolo apparso sulla Pravda il 1927. Ma parecchi anni dopo, il 1959, lo stesso Vogt si doveva attirare l'ironia dei suoi colleghi, affermando di essere in grado - esaminando dei neuroni - di stabilire se essi appartenevano o meno a un genio...
Del resto i tentativi di individuare dalle caratteristiche del cervello le capacità intellettuali o addirittura morali di un individuo sono antichi come le ricerche sul cervello. Sia il padre della frenologia (la disciplina che individuava nella orografia della scatola cranica i caratteri psichici e intellettivi dei soggetti), Gall, sia uno dei fondatori delle neuroscienze, Broca - che individuò una delle aree che presiedono al linguaggio che porta oggi il suo nome - si erano sforzati nel secolo scorso di fondare una scienza quantitativa del cervello che portasse a individuarne pregi e qualità. Fu principalmente preso in considerazione il peso della massa cerebrale di invidui eccezionali: ma i risultati furono deludenti. Se un grande scienziato come Cuvier aveva un cervello dal peso eccezionale di 1830 grammi e lo scrittore russo Turgenev di quasi due chili, il poeta americano Withman disponeva in realtà di un "cervellino" da 1282 grammi, lo stesso Gall di appena 1198 grammi e lo scrittore Anatole France superava solo di qualche misero grammo il chilo netto. Il biologo evoluzionista Stephen J. Gould commenta ironicamente che oggi gran parte delle "misure" che si tentano, fino a sfiorare il ridicolo, per quantificare l' intelligenza riportano agli errori ottocenteschi del determinismo biologico: "Tutto quello che abbiamo fatto dalla prima apparizione di Homo Sapiens a oggi - dice - è in realtà il prodotto dell'evoluzione culturale". Per lo psichiatra Harry J. Jerison, l'uomo è il prodotto evolutivo di un processo di encefalizzazione, ossia di aumento del rapporto globale tra la massa dell' encefalo e le dimensioni del corpo. Tutto il resto, anche per Jerison, è cultura.
Ancora buio, quindi, nonostante i risultati delle analisi del cervello di Einstein - ammesso che sia il suo - su alcune qualità difficilmente quantificabili del cervello umano. In primo luogo sul prodotto più complesso e affascinante della mente umana: la coscienza. Su questa uno dei maggiori fisici matematici oggi viventi, Roger Penrose, ha avanzato una ipotesi che fa discutere la comunità scientifica: che il funzionamento del cervello, e addirittura il libero arbitrio, siano riconducibili alla fisica quantistica, alle interazioni di strutture microscopiche (i "microtubuli") dal funzionamento completamente indeterministico, non prevedibile. Proprio come il cervello di un genio. |