RASSEGNA STAMPA

13 GIUGNO 1999
PIETRO CRAVERI
LIBERALISMO ETICO
Guerra alla società chiusa
Lord Acton anticipa le critiche moderne
Lord Acton, "Storia della libertà", a cura di Eugenio Capozzi, Ideazione, Roma 1999, pagg. 260, L. 32.000.
Non ci sono esempi come questo, della Storia della libertà di lord John Emerich Acton, in cui un'opera è diventata famosa senza essere stata mai scritta, pur avendoci egli intensamente lavorato per più di un decennio, lasciando di essa pochi significativi aforismi.
In realtà l'autore si trovò nell'impossibilità di scriverla, per un nodo concettuale, che la sua passione civile e religiosa non poteva sciogliere, date le premesse da cui intendeva muovere. Caso emblematico, perché Acton è stato massimo rappresentante, nella seconda metà del secolo scorso, di quel liberalismo che potremmo definire etico, e si trovò a fare i conti con il fatto che una nozione etica della libertà si pone sempre in termini immanenti o trascendenti, com'era il suo caso di cattolico fervente, rispetto a un determinato processo storico e non è storicizzabile in sé e per sé.
Da questa contraddizione ne deriva, in primo luogo, che la nozione di libertà non si coniuga con quella di progresso. Lord Acton, nipote di quel sir John Acton, ministro di Ferdinando IV, il Borbone di Napoli, e favorito della perfida regina Maria Carolina, aveva fatto i suoi studi in Germania e non si scrollò mai interamente una sua inclinazione per la filosofia della storia, ma la sua riflessione etica l'aveva portato a constatare che il procedere di quest'ultima non è lineare, e ciò che si guadagna, si può perdere.
Seppe così cogliere con lucidità, in anticipo, tutti gli elementi di crisi del liberalismo classico. "La lezione del passato è avversa ai liberali - notava in uno dei suoi aforismi -. A essere sopravvissuta è la forza non la libertà. Le leggi di gravità non favoriscono il liberalismo. Esso è un edificio che non può stare in piedi, come le mura Ciclopiche, grazie alla semplice forza di gravità". Egli aveva dedicato l'intera sua vita a costruire quelle mura. Ma non aveva mai perso di vista che esse dovessero poggiare sulla coscienza individuale e collettiva degli uomini, storicamente mutevole, perché "la libertà dipende da tante cose oltre che dalle leggi - civiltà, moralità, conoscenza - e il problema è sempre quanta libertà un Paese potrà tollerare". E segni nuovi di inadeguatezza e di intolleranza gli si mostravano nuovamente incipienti.
Il liberalismo etico ha in effetti questo di diverso da quello utilitaristico e razionalistico, che pone le sue fondamenta nella coscienza morale e religiosa degli individui. Le sue origini e le sue affinità più strette sono cristiane. Lo ha colto bene Eugenio Capozzi nell'introdurre questa raccolta significativa di saggi di Acton, assieme ai pochi aforismi che costituiscono il lascito della sua Storia della libertà, e nel vederne la duplice connessione, attraverso la distinzione della sfera religiosa e morale da quella politica, con due esiti diversi del liberalismo, dal punto di vista teoretico con quello storicista di Benedetto Croce e da quello costituzionalistico con l'evoluzionismo di Hayek.
Quella distinzione è poi la leva essenziale della stessa coscienza individuale per il cattolico Acton e insieme amico e consigliere dell'anglicano liberale Gladstone. Egli rischiò la scomunica per la sua strenua lotta al Sillabo e al dogma dell'infallibilità pontificia. Ne fece dunque un principio della stessa vita religiosa, per cui "il liberalismo ritiene che si debba lasciare Dio libero di operare, senza restringere la Sua azione con barriere prefissate. E' la libertà della Provvidenza che esso chiede. Il principale mezzo attraverso il quale Dio agisce sull'uomo è la Grazia. E la Grazia è strettamente individuale". E di qui propriamente egli scende al cuore del problema storico del liberalismo, perché è a partire dalla nozione della grazia e da quella corrispettiva di "libero arbitrio", come vennero a contrapporsi tra il XVI e il XVII secolo, che prende a svolgersi il pensiero moderno e trae anche una sua premessa sostanziale il tema della divisione dei poteri, non solo nella sua classica formulazione istituzionale, ma come divisione tra religioso e civile, tra morale e politico, tra Stato e società. E questo patrimonio di esperienze Acton intende ricollocarlo all'interno della sua prima matrice, quella del medio evo cristiano, perché non perda il principio universalistico che era proprio di quest'ultimo e, da questo punto di vista, ha ragione Capozzi a dire che egli opera una "riclassificazione del moderno".
Acton, nemico delle società chiuse, diffida della nazionalità come corollario del liberalismo ottocentesco, con accenti assai profetici, osteggia tutto ciò che circoscrive l'ambito sociale e individuale, lo Stato innanzitutto, che "non può imporre la virtù", ma anche, sotto certi aspetti, la proprietà. E consapevole che "dove non esiste una forte democrazia, la libertà non regna", ma vede anche gli esiti totalitari che da un esclusivo egualitarismo necessariamente emergono.
Per questo il suo costituzionalismo tende a crescere in una spirale che veda "applicabile a tutte le società i diritti dell'uomo". Spogliata dell'afflato romantico del suo stile, la pregnanza contemporanea del suo pensiero è evidente. Tra l'altro essa pone l'interrogativo: può il liberalismo etico conciliarsi con la società secolarizzata e quindi in che termini questa può essere liberale?
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica