| Per favore non arrampichiamoci sulla tripla elica | Prendo atto che Monsignor Sgreccia voleva scrivere cose diverse da quelle che sono stampate nel suo Manuale di bioetica. Forse voleva anche scrivere che van Beneden descrisse la meiosi studiando i cromosomi di Ascaris, e non, come si legge, quelli di Drosophila: un altro dei tanti errori presenti nel Manuale.
Monsignor Sgreccia dovrà convenire che nelle scienze empiriche - e tale è anche la storia - ci si può alla fine accordare sui fatti una volta che per esempio si va al riscontro con i testi. Egli stesso ha potuto verificare che Pauling aveva in realtà ipotizzato una struttura a "tripla elica" per il Dna, e non aveva - come è invece detto nel Manuale a pagina 85 - "chiarito la struttura delle macromolecole di Dna come doppia elica". Nessuno poi discute il ruolo trainante di Pauling negli studi sulle strutture delle macromolecole biologiche, ma anche qui si tratta di contributi che hanno un nome e un cognome: in questo caso della scoperta della struttura ad alfa-elica nelle proteine, che nulla ha a che vedere con la doppia elica.
La correggibilità degli errori fattuali nel pubblico confronto, che caratterizza il metodo scientifico di risoluzione dei problemi, rappresenta una conquista fondamentale della ragione umana, e un affrancamento da un passato in cui vi era chi riteneva, nel nome di dogmi politici e religiosi, che anche argomenti empiricamente fondati fossero "preconcetti. ideologici incorreggibili".
Il mio riferimento a Popper non lamentava, poi, che l'autore gli avesse dedicato "quattro righe in croce", bensì che, scorrendo il Manuale, sembra che sull'epistemologia delle scienze biomediche abbiano scritto solo Monod e il Popper critico del riduzionismo. Fortunatamente Popper è stato un pensatore ben più ricco, e tra l'altro la sua critica del riduzionismo ontologico, e non di quello metodologico, non può essere separata dall'idea che questi aveva della logica della conoscenza scientifica e dalla sua visione liberale e pluralistica della società. Ma questo Popper, per Sgreccia, probabilmente era "incorreggibile".
A proposito di sulfamidici e penicillina, conosco bene il testo di Jean Bernard a cui si riferisce Monsignor Sgreccia. Bernard (a pagina 22 di De la biologie a l'ethique) si guarda bene dal dire che i sulfamidici furono "scoperti" nel 1937. "La rivoluzione terapeutica comincia con i sulfamidici nel 1937", scrive. Ora, bisognerebbe chiedere a Bernard cosa intendesse con quella data, ma senz'altro l'interpretazione proposta da Monsignore non può essere corretta: lo studio di Tréfouel J. e T. Nitti F. e Bovet D., cui egli fa riferimento circa la scoperta del meccanismo d'azione è infatti del novembre 1935. E il Prontosil bianco venne immesso sul mercato nel 1936. Comunque sia, la commissione di Stoccolma assegnò giustamente il Nobel per la "scoperta" dei sulfamidici a Gerhard Domagk.
Sette righe sotto poi, Bemard riconosce a Fleming (dunque 1929 e non 1946, come riconosce Sgreccia nella sua replica) il merito di aver scoperto in modo "empirico" la penicillina. Solo in una concezione molto "relativistica" della semantica i termini "scoperta" e "diffusione" (della penicillina e dei sulfamidici) possono essere intesi come sinonimi.
Se ho segnalato nella mia recensione queste imprecisioni, è perché ritengo che la "riflessione bioetica" abbia molto da guadagnare da una ricostruzione storicamente più aderente alla realtà di passaggi essenziali nell'evoluzione delle conoscenze e delle pratiche biomediche: ergo anche dell'etica medica.
Mi dispiace però che Monsignor Sgreccia si sia soffermato nella sua replica solo sulle poche righe in cui si segnalavano gli errori storici contenuti nel Manuale, per sostenere che il tutto era costruito con il fine di "screditare" le sue tesi. Nell'economia della recensione queste non rappresentavano certamente la sostanza critica, che riguardava piuttosto alcuni limiti epistemologici della visione bioetica proposta dall'autore. In tal senso, ho sostenuto che, rispetto alle conoscenze prodotte negli ultimi anni dalla concettualizzazione dei processi biologici di sviluppo, la concezione della persona umana difesa da Monsignor Sgreccia è riduttiva, oltre che basata su un'accezione deterministica dell'identità biologica individuale (identificando in questo senso un'intrinseca contraddizione nel pensiero dell'autore in quanto da un lato critica il riduzionismo scientifico ma nello stesso tempo si appoggia a un'accezione riduzionistica, in senso ontologico, del programma genetico). In questo senso, tra l'altro, segnalavo la visione ingenua del Dna come "teletrasmettitore" che non è stata tuttavia colta dall'autore, il quale ha preferito riaffermare solo l'innocua definizione dell'Rna come "telescrivente".
Forse questo poteva essere uno spunto per avviare una seria discussione. Perché si dà il caso che a gettare il sottoscritto nello sconcerto in merito alla "legge sulla procreatica" non sia semplicemente l'esito a cui si è arrivati, quanto gli improbabili ragionamenti sullo statuto dell'embrione umano che hanno sotteso il dibattito, e rispetto a cui ritengo mio diritto e dovere civile esercitare una trasparente critica.
Infine, non spetta a me, come collaboratore difendere il Domenicale, e in particolare la pagina di Scienza e filosofia, dall'accusa di promuovere una "visione relativistica e utilitaristica dell'etica" e "un anticattolicesimo ottocentesco e dogmatico". Tuttavia, a meno che "relativismo e utilitarismo" non significhino ancora "tutto ciò che è in conflitto con i dogmi ecclesiastici", trovo, al contrario, che negli ultimi anni si possano trovare proprio qui le critiche più incisive a un certo diffuso relativismo in etica ed epistemologia (basti citare il recente dibattito aperto con l'articolo di Michael Dummett sul nichilismo). E questo proprio mentre in altre sedi tornava utile allearsi anche con i relativisti quando si trattava di promuovere posizioni e scelte irrazionalistiche e illiberali in materia di bioetica. |