RASSEGNA STAMPA

6 GIUGNO 1999
PIERO OSTELLINO
Tutti figli di Tocqueville
Un ampio studio di Holmes sulle origini e sul futuro del liberalismo
STEPHEN HOLMES, "Passioni e vincoli. I fondamenti della democrazia liberale", Edizioni di Comunità, Pagine 406, lire 38.000
Ora che tutti si dicono liberali, a chi è liberale da quando aveva i pantaloni corti verrebbe voglia di dirsi qualcos'altro. Ma che cosa? In mancanza di alternative credibili, forse, la soluzione migliore è di andare a fare le pulci al liberalismo e vedere quanto c'è ancora di attuale e quanto di superato in questa «dottrina dei limiti del potere». È quanto fa l'autore, con sagace intelligenza, aggiornandone l'interpretazione ai tempi e alle vicissitudini attuali. E, allora, diciamolo subito, con Holmes: «Il liberalismo resterà sempre un'aspirazione». Come il socialismo? No. Per nostra fortuna, il liberalismo come «filosofia delle libertà» è più che mai vivo. È come «teoria dei mezzi» che qualche debolezza la rivela. Ai padri fondatori, da Locke a Kant, da Montesquieu a Tocqueville, in tema di «fini» (la filosofia della libertà) non si può chiedere di più di quello che hanno tanto efficacemente detto. Chiedere loro di fornirci anche le regole e le istituzioni (la cultura dei mezzi) per affrontare il problema della libertà nel mondo in cui viviamo è, invece, chiedere troppo. Il mondo è troppo cambiato, rispetto a quello dei loro tempi, perché le regole e le istituzioni della democrazia liberale classica non risentano in qualche modo dell'usura del tempo. Il libro di Holmes ha il pregio di tenere conto e di prospettare un liberalismo imbevuto di democrazia, ma anche di costituzionalismo, che faccia fronte alle nuove sfide della modernità: la distribuzione delle risorse, la conciliazione fra diritti civili, politici e sociali (gli ultimi arrivati nel tempo), il capitalismo e il mercato nell'era della globalizzazione, la questione morale, eccetera. Diciamo, allora, che di fronte alla «fragilità della ragione» o della ragionevolezza, il liberalismo, con la sua sana dose di scetticismo, rimane la sola teoria politica che non si faccia illusioni e che continui a credere, più che nella bontà degli uomini, nella giustezza e nell'efficacia delle leggi. Il problema, così, ritorna alle origini, anche se pone domande diverse e più complesse rispetto a quelle cui dovettero rispondere i padri fondatori. Rimane cioè il problema delle istituzioni. Fra le quali porrei, per il nostro Paese, quello dell'istituzione «primaria»: la scuola. Senza una cultura della tolleranza, anche le migliori istituzioni liberali rischiano di essere «aggirate» dall'integralismo di moda del momento.
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vedi anche
Filosofia (e) politica