Errori scientifici ed epistemologici si sommano alla chiara volontà di imporre divieti ingiustificati| La "doppia elica" del bioeticista |
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| Adriano Pessina, "Bioetica. L'uomo sperimentale", Bruno Mondadori, Milano 1999, pagg. XVII+186, L. 30.000. |
| Elio Sgreccia, "Manuale di bioetica. Volume I. Fondamenti ed etica medica. Nuova edizione aggiornata e ampliata", Vita e Pensiero, Milano, 1999, pagg. XXV+818, L. 98.000. | Circa un anno fa, rilasciando un'intervista a un giornalista di "Nature" che svolgeva un'inchiesta sul ruolo che sta assumendo la bioetica nella società odierna, Arthur Caplan, direttore del Centro di Bioetica dell'Università della Pennsylvania, affermava che "la bioetica è molto influente ma non conta nulla".
Se questo lo si può affermare oggi riguardo al Paese dove la bioetica è nata, dove ogni ospedale ha un comitato etico, dove hanno funzionato e funzionano i più importanti comitati consultivi e dipartimenti universitari, cosa si dovrebbe dire della bioetica in Italia, dopo il desolante spettacolo che ha portato all'approvazione della legge sulla fecondazione assistita da parte della Camera dei Deputati?
Naturalmente, in merito alla legge sulla fecondazione assistita si è capito che l'obiettivo è eliminare dalla legislazione italiana qualsiasi spazio per l'autonomia di scelta dei cittadini in materia di vita e di morte, partendo dal presupposto che su tali questioni debbano semplicemente essere accolti dal diritto tutti i presupposti metafisici e i divieti delle dottrine religiose e, particolarmente, di quella cattolica.
Uno spettacolo, quello recitato nelle scorse settimane, che si aggiunge ad altri non meno deprimenti, come il colpo di mano con cui è stata impugnata la direttiva Cee sui brevetti biotecnologici o l'approvazione di una legge sui trapianti che non riesce a cogliere le vere motivazioni della carenza di donatori e che è farraginosamente burocraticistica nel meccanismo di acquisizione del_l'assenso col silenzio.
Il fatto è che, in Italia, la bioetica non è nemmeno influente, ma soprattutto capita di ascoltare o leggere le più incredibili assurdità. Nel senso che vengono disinvoltamente sostenute posizioni culturalmente o ideologicamente del tutto legittime con giustificazioni logicamente o sostanzialmente sbagliate. Questo non accade in Paesi dove la bioetica ha una tradizione di studi, insegnamenti e manuali - tra cui si ricorda il Manuale di bioetica di H. Tristram Engelhardt, di cui è da poco uscita la nuova edizione per il Saggiatore (vedi il "Domenicale" del 18 aprile scorso) - in cui l'apparato empirico-conoscitivo, che necessariamente deve accompagnare le opzioni filosofiche, religiose o metodologiche, viene presentato correttamente o almeno con una contestualizzazione che mette chi legge in condizione di sviluppare anche autonomanente le proprie idee.
L'ultima edizione del Manuale di Monsignor Elio Sgreccia, direttore dell'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica di Roma e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, è per diverse parti, soprattutto quelle in cui si presentano le varie legislazioni, uno strumento utile in generale, e rimane di interesse anche limitatamente all'esigenza di capire quali sono le posizioni ufficiali della Chiesa Cattolica sulle varie questioni bioetiche (almeno quelle trattate in questo primo volume).
Tuttavia l'obiettivo dichiarato nella presentazione è quello di costituire uno strumento per un "docente di bioetica, che deve esporre i temi principali nella Facoltà di Medicina, di Giurisprudenza e di Filosofia", che "vi può trovare la presentazione e la discussione sia delle linee fondative sia la esposizione etica relativa ai singoli temi speciali, dalla ingegneria genetica alla eutanasia".
Ma, in questo senso, il libro contiene diverse informazioni sbagliate e un'impostazione epistemologica discutibile. Per esempio, considerando che la bioetica nelle Facoltà di Medicina viene insegnata insieme a Storia della medicina oltre che a Medicina legale, colpiscono particolarmente gli errori nella ricostruzione di alcuni, peraltro famosissimi, eventi storico-scientifici. La penicillina non fu "scoperta" nel 1946, ma nel 1929, e la sua efficacia terapeutica dimostrata nel 1939-40, mentre i sulfamidici furono scoperti nel 1932 e non nel 1937.
Inezie rispetto a quanto stampato in una sezione intitolata "Pro e contro l'evoluzionismo", dove viene da chiedersi da quali fonti storiche sia stata ripresa una serie così impressionante di errori. Tra i più clamorosi, l'attribuzione della scoperta del Dna a Ostwald Avery, il quale in realtà scoprì che il Dna è il materiale ereditario, mentre il Dna fu chimicamente isolato da Miescher nel 1869. E - incredibile ma vero! - l'attribuzione a Pauling, invece che agli arcifamosi Watson e Crick, della scoperta della doppia elica.
Quando poi si considera l'inquadramento epistemologico delle conoscenze biologiche, sembra che sull'argomento sia stato scritto solo Il caso e la necessità di Monod e quattro righe in croce da Popper.
Nelle parti in cui l'autore cerca di portare argomenti scientifici a favore di posizioni giustificabili solo su basi metafisico-religiose, ci si trova di fronte a manipolazioni linguisticamente e concettualmente improbabili, come che il Dna sarebbe "un teletrasmettitore", e "l'Rna la telescrivente", per sostenere tesi che ormai i biologi molecolari hanno superato, cioè che il programma genetico governerebbe "attivamente" ovvero sarebbe l'unico protagonista della costruzione e della definizione dell'identità biologica. Da questa concezione, di fatto deterministica, viene "logicamente" (sic!) dedotto che non esistono discontinuità qualitative nello sviluppo embrionale e che quindi all'embrione deve essere riconosciuto lo statuto di persona sin dal concepimento.
Non è intellettualmente corretto e non contribuisce al dialogo - così come non vi contribuiscono i giudizi talvolta sprezzanti sugli approcci laici alla bioetica - ostinarsi a non tener conto degli sviluppi della concettualizzazione scientifica dei processi di sviluppo per il fatto che si vuole comunque giustificare scientificamente uno statuto metafisico dell'embrione, assumendo paradossalmente un'idea riduzionistica dell'identità personale. Peraltro, l'autore propone in questa edizione un superamento della tesi della fallacia naturalistica, cioè dell'assunto humiano della separazione tra asserzioni fattuali e valutative, che di naturalistico ha francamente ben poco. Infatti viene semplicemente assunta una potenzialità "metafisica" della mente umana che sarebbe in grado di cogliere il valore di verità delle azioni in base alla "loro conformità alla dignità della persona".
Molti dei limiti dell'approccio cattolico alla bioetica, sul piano puramente filosofico, stanno nell'inadeguatezza dell'impostazione epistemologica, che emerge anche nel volume di Pessina, peraltro molto più coerente e corretto sul piano della struttura argomentativa. Pessina svolge una riflessione prettamente filosofica, in cui i problemi vengono resi molto astratti, e che implica una conoscenza molto approfondita del confronto bioetico, ma dove certe proposte di soluzione appaiono più che altro esercizi sofistici (come quando dice che la "sacralità" è una "qualità" della vita).
Meglio funziona la seconda parte del libro di Pessina, dedicata a questioni specifiche (clonazione umana, eutanasia, morte cerebrale, etc.). Ma anche Pessina si abbandona a una serie di luoghi comuni sul riduzionismo in biologia e fa accostamenti improbabilissimi tra nozioni empiricamente definite e puramente metafisiche (per esempio tra informazione genetica ed entelechia) allo scopo di trovare nella scienza la giustificazione per opzioni morali ispirate al rispetto della dignità della persona. Come se non ci fosse in principio un accordo universale sul valore della dignità dell'uomo. In realtà, viene da chiedersi se si rispetti davvero la dignità dei cittadini vietando loro di costruirsi positivamente un senso morale individuale attraverso scelte autonome sulla base di adeguate informazioni e controlli, e assumendo implicitamente che per natura siamo tutti dei potenziali Frankenstein o indifferenti manipolatori e distruttori di embrioni. |