Galileo e l'eclissi copernicanaUna edizione delle «Lettere teologiche» del grande scienziato, che gli
fruttarono la condanna dell'Inquisizione Scritti tra il 1613 e il 1615, i testi difendevano la teoria eliocentrica |
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| Galileo Galilei, "Lettere teologiche", Piemme, Pagine 126. Lire 24.000 | Le Lettere Teologiche di Galileo Galilei furono scritte tra il 1613 e il 1615 e vennero indirizzate a don Benedetto Castelli, discepolo e amico di Galilei, a
monsignor Piero Dini, altro amico e relatore delle cause del Supremo Tribunale della
Segnatura Apostolica e, la più lunga e articolata, a Cristina di Lorena, moglie del Granduca di Toscana Ferdinando I. Dette anche «copernicane» perché sostengono la teoria eliocentrica del grande astronomo e teologo polacco Niccolò Copernico (1473-1543), le lettere costituiscono la piattaforma documentale del capo d'imputazione che porterà Galilei davanti al Sant'Uffizio circa vent'anni dopo, nel 1633. Occasione della loro stesura fu l'accusa pubblica di eresia rivolta ai copernicani dal pulpito di Santa Maria Novella in Firenze da Niccolò Lorini nel 1612.
Galilei è in quel momento un professore non ancora cinquantenne di chiarissima
fama, forte di scoperte astronomiche straordinarie, i satelliti di Giove, il paesaggio lunare, l'infinità di stelle della via Lattea, tutte dovute al suo speciale cannocchiale.
Avversato da aristotelici, tolemaici, domenicani (questi ultimi in opposizione ai
Gesuiti, amici dello scienziato a partire dal cardinale Roberto Bellarmino), Galileo
decide di scendere in campo non solo sul terreno della scienza, ma anche su quello
ben più accidentato e pericoloso dell'esegesi biblica.
La passione e l'ingegno con cui, nelle tre lettere, viene sostenuta la teoria
copernicana secondo la quale è la terra a girare intorno al sole e non viceversa, sono grandi. Ma le prove addotte a sostegno dell'eliocentrismo non appaiono inconfutabili. E agli inesorabili custodi della parola divina che Galilei si trova di
fronte, gli argomenti teologici chiamati a irrobustirle lo appaiono ancor meno.
Lo scienziato, in ogni caso, chiede appoggio a sant'Agostino secondo cui «nissuna
proposizione può esser contro la Fede se prima non è dimostrata falsa»; a san Girolamo, per il quale nelle Scritture ci sono cose che «vengono dette secondo il
modo di pensare di quel tempo a cui i fatti si riferiscono e non secondo la verità; a
san Tommaso, che sottolinea come uso proprio della Scrittura sia quello di parlare
«secondo il modo di giudicare del volgo». Dopodiché anche per Galilei è naturale
che, «per non confondere la poca capacità del vulgo», la Bibbia attribuisca il moto
al Sole e la quiete alla Terra. Non si può perciò sostenere che la «stabilità della
Terra» sia un argomento de fide. E de fide non è neanche la stabilità del Sole con
relativa mobilità della Terra. Sicché la scienza può andare per una strada, la teologia
per un'altra. In lingua matematica è scritto l'Universo e «i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre figure geometriche... senza i quali è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto». Osservazione e sperimentazione partono proprio da qui per dar
corpo al metodo scientifico universale che oggi naturalmente nessuno, meno che mai
la Chiesa, si sogna di mettere in discussione.
Ma nel 1600 le cose non stavano così. La Chiesa con cui il grande studioso ha a
che fare è una Chiesa controriformistica, tridentina, potente ma segnata dalle lacerazioni prodotte dalla Riforma e che, anche per questo, si vede costretta a essere dura. Una Chiesa, poi, stretta, avvinta alla Bibbia come uno scalatore in
pericolo alla roccia. Eppure nelle Scritture di vera scienza ce n'è poco o nulla. Il
Sole e gli astri splendono, splende la Luna (di luce propria), ma di pianeti non si
parla. Solo la Terra è deputata a raccogliere e manifestare la gloria di Dio. La Terra
con intorno questo enorme, splendido arazzo della volta celeste.
Su questa volta celeste, però, ora Galilei è in grado d'intervenire svelandone i segreti, rivelando che Marte e Venere ruotano a dimostrazione che anche la nostra Terra gira mentre è il Sole a essere fermo. Da Padova a Venezia, da Bologna a
Firenze e a Roma Galilei organizza serate astronomiche in cima a terrazze e tetti e perfino sul campanile di San Marco presenti dogi, senatori, docenti universitari, alti prelati e, in prima fila, gli amici gesuiti. Il grande scienziato ha scoperto il «nuovo cielo» e ne vuole comunicare la bellezza, lo splendore, ma anche le leggi. Come si fa
a non capire che senza leggi matematiche e fisiche tutto ciò che noi vediamo non si sarebbe?
Nella lettera a Benedetto Castelli lo scienziato è molto chiaro nel sostenere che, se la Scrittura non può errare, possono però errare i suoi «interpreti ed espositori».
Nella lettera a Cristina di Lorena sotto attacco sono i ministri e professori di teologia che si arrogano l'autorità di «decretare nelle professioni non esercitate né studiate da
loro». Galilei prega i «prudentissimi Padri» di considerare «la differenza che è tra le
dottrine opinabili e le dimostrative». Si occupi la teologia delle «altissime
contemplazioni divine» e riguardo a esse sia il suo insegnamento. La mia scienza è
pratica, sperimentale, piccola rispetto alle speculazioni teologiche, perciò
lasciatemela stare, dice Galilei. Ma per la teologia di quel tempo il mondo fisico
discende dal trascendente e ne deve dipendere: alla lettera e secondo la lettera. «Se
vorrà leggere non solo li Santi Padri, ma li commentari moderni... trovarà che tutti
convengono in esporre ad literam ch'il sole è nel cielo e gira intorno alla terra con
somma velocità, e che la terra è lontanissima dal cielo e sta nel centro del mondo,
immobile». Parole, queste, di quel cardinal Bellarmino che sempre consigliò Galilei
di parlare pure, ma di farlo ex suppositione, cioè per ipotesi» come io ho sempre
creduto che abbia parlato il Copernico».
Galilei arriverà anche a parlare per ipotesi, ma il rifiuto dell'interpretazione letterale
del testo biblico che emerge chiarissimo dalle Lettere Teologiche è la ragione
chiave della condanna che stanco, scoraggiato, mortificato, il grande scienziato
subirà sulla soglia dei settant'anni a Roma, convento della Minerva, il 22 giugno
1633. |