RASSEGNA STAMPA

3 GIUGNO 1999
MAURIZIO CECCHETTO
Benedetto Croce: "Sul passato io penso "positivo""
Un discorso del filosofo pone nel 1949 la questione del "revisionismo"
La domanda sul fascismo e i rischi ideologici
Anche dal male peggiore può scaturire qualcosa di buono, anzi di "positivo".
Questa convinzione, che si direbbe quasi "provvidenziale" se non venisse da uno dei padri laici della nostra cultura, è di Benedetto Croce, che la ribadì verso la fine del 1949 durante una conversazione con gli allievi dell'Istituto per gli Studi storici di Napoli. In quell'occasione Croce ripercorse i punti essenziali della propria visione: dalla "storia come storia contemporanea" alla distinzione secca tra storia e storiografia in polemica con l'attualismo gentiliano. Il tema della discussione che suscitò nel filosofo l'affermazione secondo cui "la storia è storia di quel che l'uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d'inconcludente pessimismo", era il fascismo, e le ragioni che lo indussero a non occuparsene sul piano storiografico (Gramsci lo accusò, per questo, di tendenziosità). Il testo di quella conversazione, finora inedito, viene adesso pubblicato in una elegante plaquette fuori commercio dal Centro Pannunzio di Torino, che la fa precedere da una introduzione di Sergio Romano, che fin dal titolo suona sibillina e polemica: "Per una storia "positiva" del fascismo". La domanda che Croce si pose allora è più che mai attuale: si può fare la storia del proprio tempo? La storia in fieri può essere scritta con obiettività? La risposta del filosofo fu negativa, perché la storiografia entra in gioco soltanto quando gli eventi si sono compiuti, e questo momento si verifica quando ormai ogni investimento psicologico sugli eventi stessi si è sciolto da ipoteche ideologiche e allo storico spetta di giudicare i fatti senza "discriminare in buoni e cattivi". La visione "positiva" di Croce ha, da un lato, un fondamento idealista: la storia è progressiva e inevitabilmente verso il meglio e questo procedere si rivela soltanto nell'esercizio critico della libertà; d'altro lato, egli intende per "positivo" ciò che si è definitivamente realizzato e non è più suscettibile di quelle deformazioni ideologiche che invece connotano gli avvenimenti in atto. Riemerge la visione storicistica del filosofo napoletano, una forma di idealismo critico, il cui fondamento è appunto antropocentrico e culmina infatti nella "religione della libertà", sorta di ostetricia spirituale che consente un dominio sui fatti senza pregiudizi ideologici o scomuniche: la "positività" crociana è comunque frutto del pensiero sulla storia, e per quanto critica verso l'identificazione gentiliana che concepisce storia e storiografia nell'unico atto del pensiero, ovvero secondo l'unificazione di pensiero e volontà, mantiene dell'idealismo la convinzione che la storia ha senso in quanto l'uomo vi scopre un avanzamento, un progresso effettivamente umano, mentre il negativo, che non viene riscattato storiograficamente nel "positivo", è destinato a scomparire nell'oblìo definitivo. Il male, per quanto attivo, soccombe sotto la fiducia progressiva nella storia (sembrerebbe, in proposito, che l'ombra di Auschwitz non sfiori neppure lontanamente il filosofo, benché il suo discorso cada in anni nei quali il trauma prodotto dal nazismo doveva essere sempre fortissimo: l'interrogativo dei filosofi ebraici e del tedesco Adorno sull'Olocausto dovrebbe essere così riformulato: "È possibile pensare ancora la storia positivamente?"). Sergio Romano recupera i nodi del discorso crociano per una invettiva contro la storiografia marxista e la presunta neutralità dello storico. Per Romano, Croce potrebbe essere definito "il primo degli storici "revisionisti"". Lo storico, nella relazione di Napoli, affermò infatti di non essersi occupato del fascismo perché riteneva suo compito all'epoca combatterlo, ma se mai ne avesse trattato non avrebbe mai dipinto "un quadro tutto nero, tutto vergogne e orrori". L'affermazione crociana serve a Romano per ribadire che la storiografia sul fascismo è stata per mezzo secolo inficiata dal marxismo, tenendo in scacco la coscienza del Paese.
Non, dunque, storia ma pseudostoria quella scritta fino alla svolta di De Felice. La fine del comunismo ha liberato questa storiografia da quelle ipoteche aprendo la strada persino a una storiografia del comunismo "positiva". Pigrizia mentale (e ideologica) permettendo, si augura Romano.
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