Benedetto Croce: "Sul passato io
penso "positivo""Un discorso del filosofo pone
nel 1949 la questione del "revisionismo" La domanda sul fascismo e i rischi ideologici |
| Anche dal male peggiore può scaturire qualcosa di buono, anzi di "positivo".
Questa convinzione, che si direbbe quasi "provvidenziale" se non venisse da uno dei
padri laici della nostra cultura, è di Benedetto Croce, che la ribadì verso la fine del
1949 durante una conversazione con gli allievi dell'Istituto per gli Studi storici di
Napoli. In quell'occasione Croce ripercorse i punti essenziali della propria visione:
dalla "storia come storia contemporanea" alla distinzione secca tra storia e
storiografia in polemica con l'attualismo gentiliano. Il tema della discussione che
suscitò nel filosofo l'affermazione secondo cui "la storia è storia di quel che l'uomo
ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d'inconcludente
pessimismo", era il fascismo, e le ragioni che lo indussero a non occuparsene sul
piano storiografico (Gramsci lo accusò, per questo, di tendenziosità).
Il testo di quella conversazione, finora inedito, viene adesso pubblicato in una
elegante plaquette fuori commercio dal Centro Pannunzio di Torino, che la fa
precedere da una introduzione di Sergio Romano, che fin dal titolo suona sibillina e
polemica: "Per una storia "positiva" del fascismo".
La domanda che Croce si pose allora è più che mai attuale: si può fare la storia del
proprio tempo? La storia in fieri può essere scritta con obiettività? La risposta del
filosofo fu negativa, perché la storiografia entra in gioco soltanto quando gli eventi si
sono compiuti, e questo momento si verifica quando ormai ogni investimento
psicologico sugli eventi stessi si è sciolto da ipoteche ideologiche e allo storico
spetta di giudicare i fatti senza "discriminare in buoni e cattivi". La visione "positiva"
di Croce ha, da un lato, un fondamento idealista: la storia è progressiva e
inevitabilmente verso il meglio e questo procedere si rivela soltanto nell'esercizio
critico della libertà; d'altro lato, egli intende per "positivo" ciò che si è
definitivamente realizzato e non è più suscettibile di quelle deformazioni ideologiche
che invece connotano gli avvenimenti in atto. Riemerge la visione storicistica del
filosofo napoletano, una forma di idealismo critico, il cui fondamento è appunto
antropocentrico e culmina infatti nella "religione della libertà", sorta di ostetricia
spirituale che consente un dominio sui fatti senza pregiudizi ideologici o scomuniche:
la "positività" crociana è comunque frutto del pensiero sulla storia, e per quanto
critica verso l'identificazione gentiliana che concepisce storia e storiografia nell'unico
atto del pensiero, ovvero secondo l'unificazione di pensiero e volontà, mantiene
dell'idealismo la convinzione che la storia ha senso in quanto l'uomo vi scopre un
avanzamento, un progresso effettivamente umano, mentre il negativo, che non viene
riscattato storiograficamente nel "positivo", è destinato a scomparire nell'oblìo
definitivo. Il male, per quanto attivo, soccombe sotto la fiducia progressiva nella
storia (sembrerebbe, in proposito, che l'ombra di Auschwitz non sfiori neppure
lontanamente il filosofo, benché il suo discorso cada in anni nei quali il trauma
prodotto dal nazismo doveva essere sempre fortissimo: l'interrogativo dei filosofi
ebraici e del tedesco Adorno sull'Olocausto dovrebbe essere così riformulato: "È
possibile pensare ancora la storia positivamente?").
Sergio Romano recupera i nodi del discorso crociano per una invettiva contro la
storiografia marxista e la presunta neutralità dello storico. Per Romano, Croce
potrebbe essere definito "il primo degli storici "revisionisti"". Lo storico, nella
relazione di Napoli, affermò infatti di non essersi occupato del fascismo perché
riteneva suo compito all'epoca combatterlo, ma se mai ne avesse trattato non
avrebbe mai dipinto "un quadro tutto nero, tutto vergogne e orrori". L'affermazione
crociana serve a Romano per ribadire che la storiografia sul fascismo è stata per
mezzo secolo inficiata dal marxismo, tenendo in scacco la coscienza del Paese.
Non, dunque, storia ma pseudostoria quella scritta fino alla svolta di De Felice. La
fine del comunismo ha liberato questa storiografia da quelle ipoteche aprendo la
strada persino a una storiografia del comunismo "positiva". Pigrizia mentale (e
ideologica) permettendo, si augura Romano. |