| IL NOSTRO PRESENTE FATTO DI POLVERE | A quanti soffrono - senza darsene una ragione - lo stillicidio di orrore effimero, che quotidianamente ci attraversa senza depositarsi né segnare l'esistenza; e vivono con sofferenza l'inabissarsi del proprio mondo, lo scomparire delle cose care senza un segno di lutto, né riscatto di racconto; a quanti in sostanza subiscono l'impazzimento del senso che non trova gesti né interpretazioni capaci di "fermarlo" e ricollocarlo da qualche parte, vorrei consigliare la lettura di un libro appena uscito: l'Età della polvere, di Paulo Barone. Non per trovarvi consolazione, ma (raffinate) conferme.
L'"età della polvere" è il nostro tempo. O meglio, è una condizione senza tempo che solo ora si disvela e appare nel suo assoluto vuoto. E in cui il senso della fine - l'atto del finire di ogni cosa - assume una perentorietà assoluta e insieme irrilevante: occupa per intero il presente, con la sua totale insensatezza, e lo arresta, lo priva di ogni possibile sviluppo o di ogni immaginabile radice, con il suo infinito andare da nessuna parte. Qui la sparizione fa dell'istante in cui si consuma, un'"ora eterna" (pietrificata e intrascendibile) e nel contempo un'"istantaneità transitoria", un luogo in cui nessuna cosa può sperare di "salvarsi". E' il confine estremo cui approda il trionfo dell'Assenza sull'Essere dopo il lungo movimento che attraverso Oblìo, Approssimazione, Rammemorazione e Cecità ne aveva tentato una qualche, sempre più debole, mediazione.
Due passaggi del libro, anzi due "immagini" - l'una estetica, l'altra storica - mi pare traccino le coordinate del discorso. La prima è una composizione di Giacometti (cui è dedicato il primo, affascinante capitolo) intitolata Fiore in pericolo. Il fiore, sulla destra, è formato da una corolla bianca di gesso su uno stelo filiforme, troppo sottile per sorreggerne il peso così che la figura si piega, come "la silhouette di chi, per la troppa età, non sorregge più dritto il capo e lo china".
Accanto, a sinistra, un'asta di legno è fissata a un'estremità al basamento solido e tozzo mentre l'altra è tesa e piegata come un arco da una sottile funicella: "La corolla di gesso bianca posta sulla traiettoria dell'asta fa evidente la sorte del fiore. Da un momento all'altro la corda si spezzerà scaricando tutta la tensione accumulata nell'asta. In seguito alla sua distensione improvvisa il fiore finirà con l'essere colpito e, data la disparità dei materiali in gioco - legno contro gesso - distrutto". Esso testimonia, visivamente, spazialmente potremmo dire, il permanente "stato di emergenza" in cui si trovano le "cose fragili" costrette a vivere in una situazione sospesa, immobile, e tuttavia assolutamente minacciosa - estrema (mortale) e tuttavia normale ("una fra tante") -; e l'assenza di altrove in cui rifugiarsi.
La seconda immagine è Auschwitz, letto soprattutto attraverso Elie Wiesel. Auschwitz come evento cosmico-storico che "marca irrimediabilmente il corso intero della storia e vi incide un punto di non ritorno al quale ciascun accadimento è costretto a ricondursi". Kant - lo ricorda Paulo Barone - aveva attribuito un carattere simile alla Rivoluzione Francese, identificata come evento memorabile capace di rivelare l'irrevocabile tendenza verso il meglio della storia; di attribuirle, in qualche misura, un senso e una direzione positiva. Auschwitz possiede la stessa potenza, ma rovesciata. "Paesaggio di cenere", "regno delle nebbie" rivela in modo memorabile - in forma tale che non si dimentica più - "l'insignificanza degli accadimenti che vi si riconnettono, e piuttosto il disorientamento del processo storico su cui il segno si imprime".
Dopo Auschwitz, è impossibile pensare alla storia come un processo temporale dotato di un qualche senso o "disegno", perché esso è il "punto di non ritorno" in cui "tutti i disegni vanno a convergere per "uscirne" deformati, sfigurati, incapaci di dar conto di una distruzione tanto radicale quanto irrafigurabile". In quanto tale Auschwitz segna una frattura nella storia, tra morti e vivi, vinti e vincitori, passato e presente - un lutto non rielaborabile -, che nulla potrà più sanare, nemmeno il racconto dei morti, neppure la rammemorazione, perché Auschwitz è inenarrabile. La distruzione che vi ha avuto luogo è tale che il suo racconto è muto, non riesce a comunicarsi ai vivi, "insegnare", cosicché da quel nuovo epicentro della colpa "prende corpo la possibilità senza precedenti dal punto di vista storico, che le cose non conseguano più la loro identità e riconoscibilità procedendo lungo una traiettoria di senso" capace di ricomporre di volta in volta le proprie fratture "riprendendole" in una narrazione, ma la storia resti, piuttosto, "ferma a terra".
Lungi dal riproporci la consolatoria illusione che "nulla sia stato invano" essa diviene, dopo Auschwitz, storia di fratture ("traiettoria tra diversi gradi e punti di frattura"), che separa ciò che è finito, che è caduto "fuori" (tra i morti, tra i vinti, nel passato) dal presente che viene così invaso da quell'Assenza improduttiva, senza che sia (più) possibile ricuperare - storicizzandolo - il conflitto tra ciò che è sommerso e ciò che sta sul versante della vita nella (ri)costruzione di alcun "nuovo mondo". Se qualcosa resta, è solo un residuo impalpabile, prodotto di scarto nel processo senza ritorno e senza senso dello scomparire: la traccia della singolarità irripetibile e unica di ciò che se ne è andato in nessun luogo. Polvere, appunto, la quale ci dice, nella sua indistinguibile uniformità d'infinite molecole non riconducibili a ciò che c'era prima, che la morte (dei vinti, del passato) ha cessato di costituire "una riserva di senso inestinguibile". E che d'ora in poi la vita (noi, i vincitori, il presente) dovrà farne a meno: "dovranno cavarsela da soli, perché ciò che è morto è morto, ciò che è vinto è vinto e ciò che è passato è passato, e non sono riutilizzabili".
In questo senso l'età della polvere è il tempo del disvelamento - in cui il Mondo "appare così com'è", ovvero in cui "la sparizione del Mondo si fa chiaramente presente" - e insieme di un terrore senza peso, in qualche misura tranquillo (rassegnato?): "Se il deserto è un mare di sabbia - è la citazione, di Kandinsky, con cui il libro si chiude -, composto esclusivamente di punti, non a caso la capacità di movimento invincibile e tempestosa di questi punti "morti" ha effetti terrificanti". |