RASSEGNA STAMPA

23 MAGGIO 1999
ROBERT BRANDOM
McDowell, realista oltre il Mito del Dato
Con Richard Rorty condivido l'intuizione pragmatista per cui tutte le questioni di autorità e responsabilità sono alla fine questioni di pratica sociale, e non di ontologia (cioè, di come di fatto stanno le cose nel mondo non-umano). Da ciò Rorty trae conclusioni molto radicali: come non dovremmo cercare di fondare i nostri giudizi morali nell'autorità non-umana di un dio, così non dovremmo cercare di fondare i nostri giudizi empirici nell'autorità non-umana di un mondo esterno. Per lui, l'unico vincolo è ciò che può rendere stabili i nostri accordi reciproci e la cooperazione. Nel mio libro Making it Explicit, cerco di descrivere la speciale struttura di quelle pratiche sociali che danno autorità alla correttezza del nostro pensare. La loro autorità deriva da noi, ma non è per ciò stesso solo la nostra autorità. Forse la differenza maggiore con Rorty è che io sono un razionalista, nel senso che penso che il gioco linguistico di dare e chiedere ragioni - fare affermazioni che sono passibili di richieste di giustificazione, e che possono servire come giustificazioni di altre affermazioni e impegni pratici - non è solo un gioco linguistico tra altri. Penso che l'essenza stessa della pratica discorsiva in quanto tale sia che qualcosa diventa un gioco linguistico solo se viene articolato inferenzialmente.
Questa visione mi pone in contrasto con il pensiero di neoromantici contemporanei come Derrida e Foucault, così come con l'ultimo Wittgenstein. Wittgenstein sembra voler chiamare "gioco linguistico" ogni pratica sociale che comporti il rispondere alle vocalizzazioni altrui. Io riservo questa designazione a pratiche con cui un atto linguistico può fungere da asserzione, consiste cioè nell'affermare che le cose stanno così e così. Come pragmatista, voglio capire cosa diciamo e pensiamo (i contenuti che esprimiamo) nei termini di ciò che facciamo (gli atti linguistici che eseguiamo). E penso che asserire sia quel fare nei cui termini possiamo capire contenuti proposizionali (e più generalmente contenuti concettuali). Essere asseribile, cioè avere contenuto proposizionale, significa essere capace di servire come ragione e avere bisogno di ragioni.
Così il razionalismo che distingue il mio punto di vista da quello di Wittgenstein deriva da tre impegni: pragmatismo sui contenuti semantici, priorità data all'asserzione su altri atti linguistici, inferenzialismo su contenuti asseribili. Ma perché privilegiare l'asserzione? Perché gli altri atti linguistici dipendono da essa. Per esempio, ordinare a qualcuno di fare qualcosa non è solo produrre un comportamento che lo obbliga a fare così. È specificare cosa viene comandato descrivendolo con ciò che uno deve fare. Chi non comprende l'affermazione "la porta è chiusa" non può comprendere l'ordine "chiudi la porta". Così non penso che una pratica linguistica che non includa la produzione di affermazioni possa essere autonoma, cioè un gioco linguistico che si potrebbe giocare pur non giocandone alcun altro.
Ciò comporta anche una differenza con John McDowell. Le nostre differenze sono sia sostanziali che metodologiche. Sostanzialmente, McDowell è interessato a salvare una nozione di esperienza percettiva dalla compromissione con il Mito del Dato, mentre io penso (con Rorty) che faremmo meglio a imparare a vivere senza tale nozione. Metodologicamente, McDowell è un specie di quietista wittgensteiniano. Pensa che ciò che c'è da fare con i problemi filosofici è diagnosticare perché pensiamo siano problemi, e dissolvere le assunzioni che li generano. Io sono invece un metafisico sistematico, che pensa che le teorie positive sono la risposta appropriata ai problemi. In ogni caso, sia io che McDowell ci opponiamo risolutamente a ciò che Wilfrid Sellars ha chiamato "il Mito del Dato": l'idea che ci potrebbe essere un elemento (una sensazione, o un significato) attraverso il quale un individuo conosce (o crede) qualcosa senza avere bisogno di usare concetti. Entrambi sottoscriviamo una delle innovazioni centrali di Kant: considerare che il problema filosofico fondamentale è pensare chiaramente sulla semantica, sul perché le nostre idee ci sembrano essere rappresentazioni di qual cos'altro che viene rappresentato - piuttosto che sull'epistemologia - che si chiede se e quando quel tipo di pretesa rappresentazionale ha successo, conducendo a genuina conoscenza.
Il più grande contributo di Kant alla filosofia è stata l'idea secondo cui ciò che distingue giudizi e azioni dalle risposte di creature meramente naturali non è che giudizi e azioni comportano qualche tipo speciale di materia metafisica (materia mentale), ma che sono cose per cui siamo responsabili in un modo particolare. Kant sviluppa questa intuizione nella forma di una teoria normativa dei concetti: giudicare e agire sono pensati come applicazioni di concetti. I concetti determinano ciò di cui diveniamo responsabili credendo o eseguendo un'azione sui cui contenuti ci siamo impegnati. Uno dei compiti centrali della filosofia è capire la normatività della credenza e dell'azione umana, la dimensione di responsabilità che comporta, il modo in cui ci costringiamo e ci rendiamo soggetti a giudizi sulla correttezza o appropriatezza dei nostri atteggiamenti.
Non penso che vi sia una storia scientifica naturale da raccontare su questo tipo di normatività concettuale. Ma questo non vuol dire che è soprannaturale. Penso che sia essenzialmente un fenomeno sociale: abbiamo introdotto nel mondo impegni e diritti quando abbiamo iniziato a considerarci o trattarci l'un l'altro in pratica non solo come tali da fare cose, ma come tali da essere impegnati o aventi diritto a farle. La più importante lezione di Kant riguarda il carattere normativo dell'uso dei concetti. Hegel, come io lo leggo, ha trasposto questa intuizione in un impostazione pragmatista, con la sua idea che gli stati normativi sono sempre il prodotto di pratiche sociali. Vedo Hegel, già nella Fenomenologia dello Spirito, lottare con un nocciolo di questioni che abbiamo riscoperto solo recentemente, soprattutto grazie agli sforzi dell'ultimo Wittgenstein. Ho in mente problemi che riguardano la possibilità di concepite l'oggettività concettuale nel contesto di una spiegazione delle norme implicite nell'uso dei concetti connessa alla pratica sociale. Leggo inoltre Hegel come vicino a una visione inferenzialista del contenuto semantico. Il mio interesse non è per nulla da antiquario: penso che abbiamo molto da imparare da Hegel su questioni di primaria importanza, questioni di cui oggi non vediamo il fondo. Il nocciolo della sua logica e metafisica - e così il nocciolo del suo pensiero filosofico sistematico - è una teoria dei concetti, del loro uso, e sulla natura del loro contenuto. La storia che racconta su come usare i concetti mi sembra essere di grande interesse per la filosofia contemporanea. Alcuni dei suoi impegni fondamentali (la sua comprensione del contenuto in termini di uso, il suo olismo inferenziale, il ruolo cruciale che dà alla storia della loro applicazione come costitutiva del contenuto dei concetti) sono intuizioni che la filosofia analitica ha dovuto riscoprire laboriosamente in questo secolo, tramite gli sforzi di pensatori come Wittgenstein, Sellars, Quine e Kuhn. Solo con il retroterra di queste idee generali possiamo iniziare ad apprezzare ciò che è maggiormente caratteristico del modo in cui Hegel elabora queste intuizioni, nel contesto di altre sue assunzioni. In effetti, senza l'aiuto di questi sviluppi della filosofia analitica, penso che rimarremmo ciechi persino nei confronti dei problemi che Hegel prende da Kant.
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