| Finora, Vittorio Zincone (1911- 1968) aveva, ai miei occhi, un solo merito: quello di essere il padre di
due fra i più autentici spiriti liberali del nostro Paese, nonché miei carissimi amici, Giuliano e
Giovanna. Giuliano scrive da oltre trent'anni su questo giornale; Giovanna è stata una colonna del
Centro Einaudi di Torino, che io stesso ho contribuito a fondare nel '63.
Vittorio Zincone, ora, ha, ai miei occhi, un altro merito: quello di aver pubblicato, nel 1947, un acuto
libricino sul totalitarismo, opportunamente ristampato oggi, con una lunga prefazione di Dino Cofrancesco, dalla Casa editrice Ideazione (Lo Stato totalitario, pagg. 222, lire 18.000). Non solo
come liberale, ma anche come ex corrispondente dall'Unione Sovietica e dalla Repubblica popolare
cinese, ho ritrovato, nello scritto di Zincone senior, molte delle riflessioni che avevo fatto io stesso sul
totalitarismo comunista o che avevo letto nei libri dei sovietologi e sinologi di molti anni successivi a
quello di Zincone.
L'Autore parte dalla lettura dei testi del pensiero totalitario di destra e di sinistra. Ciò gli consente una
prima, felice intuizione, che sarà poi quella di tanti altri studiosi e intellettuali anticomunisti, da Silone
alla Arendt, fino a Bobbio: la natura illiberale e anti-democratica del comunismo non è la
conseguenza del "revisionismo" degli interpreti, primo fra tutti Lenin, di Marx. Essa, bensì, ha le sue
radici già nel pensiero di quest'ultimo, così come in quelli di Mussolini e di Hitler riguardo a fascismo
e nazismo.
L'intuizione, come si vede, ha due conseguenze importanti. La prima è che, come avrebbe scritto
molti anni dopo Bobbio, Marx "non è innocente". La seconda è che, come avrebbe poi scritto Ernst Nolte, comunismo, fascismo e nazismo sono assimilabili in quanto le "migliori" intenzioni
programmatiche del primo non lo assolvono dai suoi peccati, ma ne rappresentano un'aggravante.
Lo spirito di intolleranza che ha portato i totalitarismi "realizzati" a commettere i loro crimini, spiega
bene Zincone, è uguale ed è alla base del pensiero teorico di tutti e tre. Esso nasce dalla
presunzione di sapere quale è il bene e quale è il male per gli uomini e di voler imporre questa
conoscenza con la forza.
Al riguardo, su un punto non credo di essere d'accordo, invece, con l'Autore. Là dove egli fa risalire
alla scissione machiavellica fra morale e politica l'origine del carattere intollerante dei totalitarismi. Io
credo che, al contrario, sia proprio l'assenza di tale scissione, che Machiavelli teorizzò per affermare
l'autonomia dello Stato dalla Chiesa, il "peccato originale" che ha alimentato l'intolleranza meta e
pre-politica del pensiero totalitario.
Una seconda, felice, intuizione di Vittorio Zincone è l'equiparazione fra la tendenza monopolistica del
Capitale in campo economico, nella moderna produzione di massa, e l'analoga tendenza
totalitaristica del potere in campo politico, nelle moderne democrazie di massa. Tendenza che, per il
liberalconservatore Zincone, si traduce nella difficoltà di conciliare democrazia e liberalismo, mentre,
per il liberale moderno, si traduce nella difficoltà di conciliare i due principi di organizzazione,
capitalistico (selettivo ed elitistico) e democratico (egualitario e partecipativo).
La tesi dell'Autore, secondo la quale il "consigliere delegato" esercita la sua dittatura sia sulla massa
degli azionisti, sia sullo stesso Consiglio di amministrazione, riecheggia singolarmente la polemica
trotzkista contro il centralismo democratico staliniano che portò alla dittatura del partito sul
proletariato, poi, del Comitato centrale sul partito e, infine, del segretario politico sul Comitato
centrale e sull'Ufficio politico.
Quella sulla inevitabilità che "nei dirigenti politici legati a posti retribuiti di partito" si formi una
"mentalità conformista precede, a sua volta, la polemica contro la burocratizzazione del "quartiere
generale" del Mao della Rivoluzione culturale. Insomma: l'opposizione nei confronti delle
degenerazioni del potere assoluto finisce con accomunare, pur su basi del tutto diverse, il liberale
Zincone e due illustri "eretici" del totalitarismo comunista!
Molte altre cose ci sarebbe da dire su questo lavoro, che si distingue anche per l'estrema modernità
del linguaggio. Non ultima, l'attualissima denuncia - che precede i tempi delle nostre "adunate
elettroniche" chiamate sondaggi e Tv spazzatura - dei pericoli che le democrazie di massa facilitino
la nascita e l'ascesa di populisti e demagoghi nei confronti dei quali la gente si limita a professare un
"atto di fede", invece che lo spirito critico.
Ma, per restare nell'ambito della chiave interpretativa che ho scelto come ex corrispondente dai Paesi
comunisti, voglio segnalare un'altra intuizione di Vittorio Zincone. Essa precede di oltre vent'anni
l'analisi di Gordon Skilling (sulla articolazione relativamente pluralistica del processo decisionale
anche nei regimi totalitari) e quella di Roy Medvedev (sul dissenso in Urss). L'intuizione riguarda due
aspetti della vita dei regimi totalitari. Il primo è la "differenziazione delle funzioni", che secondo
Zincone porta alla nascita delle oligarchie, secondo Skilling a quella dei gruppi di pressione e
secondo Medvedev a quella di una opposizione "occulta", interna al regime. Il secondo è la diversa
"intensità" dei regimi totalitaristici, il che spiega, ad esempio, la maggiore facilità con la quale Paesi
totalitari di destra, come la Spagna e il Cile, dove il totalitarismo non era stato pervasivo anche del
mondo economico, siano approdati alla democrazia, rispetto agli ex Paesi comunisti, dove lo Stato
totalitario aveva occupato anche gli spazi dell'economia.
In conclusione. Non un libro "ideologico", e tanto meno "datato", malgrado i tempi in cui è stato
scritto. Ma, piuttosto, un "breviario" politologico contro i pericoli dello spirito di intolleranza che
rimane pur sempre la matrice prima di ogni illibertà. |