"I conti del comunismo", un saggio di Aldo Schiavone che viene criticato da destra e dagli intellettuali marxistiE la sinistra ricomincia da Rousseau Colletti: "Ma fu il filosofo francese a dire che la democrazia è un inganno" |
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| Aldo Schiavone, "I conti del comunismo", Einaudi,pagine 103, lire 16.000 | Compagni, è finita: dopo il tramonto della sinistra, rimane soltanto il nulla. La denuncia di Aldo
Schiavone, intellettuale comunista doc almeno fino all'inizio degli anni Ottanta, e attualmente in grave
crisi di identità, si leva desolata dalle pagine del suo ultimo saggio. "I conti del comunismo", il titolo
del libro appena arrivato in libreria, allude al prezzo di sconfitte e delusioni pagato sull'altare
dell'ideologia, ma contiene anche un richiamo polemico al "Libro nero" di Courtois. No, Schiavone
non vuol saperne di quella "falsificazione grossolana della destra", che riduce la grande speranza
comunista ad un gulag planetario. Se denuncia la "rimozione" delle finalità rivoluzionarie avvenuta
all'interno del Pci durante il dopoguerra, se punta il dito contro l'idea di una "democrazia dimezzata"
adottata dai nipotini di Togliatti e Berlinguer, lo fa soltanto perché spera in una rinascita. La quale,
sostiene con provocatoria originalità, potrebbe avvenire percorrendo al contrario il cammino storico
della sinistra europea: risalendo cioè da Marx a Rousseau, e lasciando evaporare quel certo
"irresistibile odore di vecchie fabbriche e di macchine obsolete".
C'è questo ed altro, nella denuncia di Schiavone, che oggi insegna storia romana a Firenze dopo aver
diretto, ai tempi del suo splendore di intellettuale organico al Pci, l'istituto Gramsci. Ed è abbastanza
per agitare le acque all'interno di una sinistra italiana già divisa sulla guerra in Jugoslavia; e da poco
legittimata a governare al fianco delle socialdemocrazie europee.
Sarà vero che i comunisti italiani rimasero fedeli all'idea rivoluzionaria sino all'ultimo, persino dopo il
cambio ufficiale di linea, incarnando una "doppiezza di massa"? E avrà ragione Schiavone quando
sostiene che la rinuncia al termine "comunista" fu dopo tutto un'espressione di sudditanza agli
slogan e alle parole d'ordine?
Lo storico Valerio Castronovo non esita a rispondere affermativamente. "La tesi del continuismo
rivoluzionario è vera fin dalle sue matrici gramsciane - afferma - ed è figlia dai miti della Terza
Internazionale, oltre che del "biennio rosso". In fondo, Berlinguer ancora negli anni Settanta puntava
alla fuoriuscita dal capitalismo, mentre l'ideologia autogestionaria di Ingrao non ha mai smesso di
rimanere un punto di riferimento teorico del partito". E dopo il crollo del Muro di Berlino? "Si è voltato
pagina, senza abbandonare le diffidenze verso la piccola impresa e il nuovo mondo del terziario". Là
dove Castronovo non segue Schiavone, è nell'idea di riscoprire le radici della sinistra tornando alle
origini, a Rousseau. "Il passato non serve, occorre costruirsi nuovi punti di riferimento nel futuro. Se è
in crisi l'idea stessa di progresso, la sinistra deve cogliere nuove ragioni per esistere. Temo,
insomma, che il Ventunesimo secolo si annunci denso di incognite, più che di opportunità".
Per Giuseppe Vacca, invece, è sbagliato isolare la sinistra italiana rispetto a quella europea: "La
verità è che all'interno della storia culturale comunista sono sempre convissute due linee: una
democratica alla Rousseau, l'altra fondamentalmente liberale. Schiavone ha ragione, quando denuncia
l'adesione conformista della base alle nuove parole d'ordine, dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma il
punto è che bisogna ripensare la storia della sinistra ripartendo dalla seconda tradizione, quella
liberale".
Non è questo che una intellettuale comunista orgogliosa di esserlo, come Luciana Castellina, ama
sentirsi dire: "Io trovo che le fabbriche siano più moderne di tutti i ragionamenti. Tanto più che gli
operai esistono ancora, e non vorrei che per eliminarli qualcuno pensasse al genocidio. Del resto, mi
sembra che anche Marx sia più moderno di Rousseau: perché mai dovremmo seguire un percorso
culturale al contrario?". Anche l'idea della rimozione collettiva, di cui la sinistra si sarebbe resa
responsabile, suscita nella Castellina un'ironia amara: "La più grave è quella che Schiavone fa della
sua vita, del suo passato di comunista".
Ma la più caustica stroncatura delle idee di Schiavone viene da Lucio Colletti: "Qui non si tratta di
fare autocritica, di denunciare una "doppiezza" di sinistra. Il Pci approvò la repressione ungherese, poi
a mezza bocca anche quella di Praga, e continuò a considerare il regime sovietico "democratico",
benché "illiberale". Non parliamo poi del ritorno a Rousseau: la teoria politica sia di Marx che di Lenin è derivata interamente da lui. Tanto per fare un esempio: è di Roussesau l'idea che la democrazia
rappresentativa sia un inganno, e che il governo eserciti soltanto una "commissione" popolare. In
breve: Rousseau è assai più radicale di Marx, e il vero, grande diamitardo è lui. Perciò le tesi di
Schiavone, ad essere sincero, le trovo peregrine". |