RASSEGNA STAMPA

11 MAGGIO 1999
DARIO FERTILIO
"I conti del comunismo", un saggio di Aldo Schiavone che viene criticato da destra e dagli intellettuali marxisti
E la sinistra ricomincia da Rousseau
Colletti: "Ma fu il filosofo francese a dire che la democrazia è un inganno"
Aldo Schiavone, "I conti del comunismo", Einaudi,pagine 103, lire 16.000
Compagni, è finita: dopo il tramonto della sinistra, rimane soltanto il nulla. La denuncia di Aldo Schiavone, intellettuale comunista doc almeno fino all'inizio degli anni Ottanta, e attualmente in grave crisi di identità, si leva desolata dalle pagine del suo ultimo saggio. "I conti del comunismo", il titolo del libro appena arrivato in libreria, allude al prezzo di sconfitte e delusioni pagato sull'altare dell'ideologia, ma contiene anche un richiamo polemico al "Libro nero" di Courtois. No, Schiavone non vuol saperne di quella "falsificazione grossolana della destra", che riduce la grande speranza comunista ad un gulag planetario. Se denuncia la "rimozione" delle finalità rivoluzionarie avvenuta all'interno del Pci durante il dopoguerra, se punta il dito contro l'idea di una "democrazia dimezzata" adottata dai nipotini di Togliatti e Berlinguer, lo fa soltanto perché spera in una rinascita. La quale, sostiene con provocatoria originalità, potrebbe avvenire percorrendo al contrario il cammino storico della sinistra europea: risalendo cioè da Marx a Rousseau, e lasciando evaporare quel certo "irresistibile odore di vecchie fabbriche e di macchine obsolete". C'è questo ed altro, nella denuncia di Schiavone, che oggi insegna storia romana a Firenze dopo aver diretto, ai tempi del suo splendore di intellettuale organico al Pci, l'istituto Gramsci. Ed è abbastanza per agitare le acque all'interno di una sinistra italiana già divisa sulla guerra in Jugoslavia; e da poco legittimata a governare al fianco delle socialdemocrazie europee. Sarà vero che i comunisti italiani rimasero fedeli all'idea rivoluzionaria sino all'ultimo, persino dopo il cambio ufficiale di linea, incarnando una "doppiezza di massa"? E avrà ragione Schiavone quando sostiene che la rinuncia al termine "comunista" fu dopo tutto un'espressione di sudditanza agli slogan e alle parole d'ordine?
Lo storico Valerio Castronovo non esita a rispondere affermativamente. "La tesi del continuismo rivoluzionario è vera fin dalle sue matrici gramsciane - afferma - ed è figlia dai miti della Terza Internazionale, oltre che del "biennio rosso". In fondo, Berlinguer ancora negli anni Settanta puntava alla fuoriuscita dal capitalismo, mentre l'ideologia autogestionaria di Ingrao non ha mai smesso di rimanere un punto di riferimento teorico del partito". E dopo il crollo del Muro di Berlino? "Si è voltato pagina, senza abbandonare le diffidenze verso la piccola impresa e il nuovo mondo del terziario". Là dove Castronovo non segue Schiavone, è nell'idea di riscoprire le radici della sinistra tornando alle origini, a Rousseau. "Il passato non serve, occorre costruirsi nuovi punti di riferimento nel futuro. Se è in crisi l'idea stessa di progresso, la sinistra deve cogliere nuove ragioni per esistere. Temo, insomma, che il Ventunesimo secolo si annunci denso di incognite, più che di opportunità". Per Giuseppe Vacca, invece, è sbagliato isolare la sinistra italiana rispetto a quella europea: "La verità è che all'interno della storia culturale comunista sono sempre convissute due linee: una democratica alla Rousseau, l'altra fondamentalmente liberale. Schiavone ha ragione, quando denuncia l'adesione conformista della base alle nuove parole d'ordine, dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma il punto è che bisogna ripensare la storia della sinistra ripartendo dalla seconda tradizione, quella liberale". Non è questo che una intellettuale comunista orgogliosa di esserlo, come Luciana Castellina, ama sentirsi dire: "Io trovo che le fabbriche siano più moderne di tutti i ragionamenti. Tanto più che gli operai esistono ancora, e non vorrei che per eliminarli qualcuno pensasse al genocidio. Del resto, mi sembra che anche Marx sia più moderno di Rousseau: perché mai dovremmo seguire un percorso culturale al contrario?". Anche l'idea della rimozione collettiva, di cui la sinistra si sarebbe resa responsabile, suscita nella Castellina un'ironia amara: "La più grave è quella che Schiavone fa della sua vita, del suo passato di comunista". Ma la più caustica stroncatura delle idee di Schiavone viene da Lucio Colletti: "Qui non si tratta di fare autocritica, di denunciare una "doppiezza" di sinistra. Il Pci approvò la repressione ungherese, poi a mezza bocca anche quella di Praga, e continuò a considerare il regime sovietico "democratico", benché "illiberale". Non parliamo poi del ritorno a Rousseau: la teoria politica sia di Marx che di Lenin è derivata interamente da lui. Tanto per fare un esempio: è di Roussesau l'idea che la democrazia rappresentativa sia un inganno, e che il governo eserciti soltanto una "commissione" popolare. In breve: Rousseau è assai più radicale di Marx, e il vero, grande diamitardo è lui. Perciò le tesi di Schiavone, ad essere sincero, le trovo peregrine".
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vedi anche
Filosofia (e) politica