RASSEGNA STAMPA

1 MAGGIO 1999
RICCARDO CHIABERGE
DEEPAK LAL, LE RADICI MORALI DELLA SOCIETA'
L'economista indiano distingue tra mercato dei beni e valori dei popoli
L'Occidente è davvero il destino del mondo? Non solo in termini economici e tecnologici, ma anche spirituali? Oltre ai jet, agli antibiotici e ai telefonini, diventeranno universali pure Baywatch e il soldato Ryan? Sono le domande che si pone l'economista Deepak Lal, indiano come Amartya Sen ma più liberista di lui, in un articolo che compare sul primo numero della rivista Etica ed economia, edita da Nemetria e diretta da Armando Massarenti. «Alla base delle attuali credenze occidentali riflesse nelle crociate morali sui cosiddetti diritti umani, sulla democrazia e sul salvataggio della navicella spaziale Terra, - scrive Lal - troviamo l'idea che i valori occidentali si diffonderanno a livello mondiale con il successo del mercato. Tuttavia ciò equivale ad affermare che le credenze materiali determinino le credenze cosmologiche. Anche se nell'ascesa dell'Occidente tali credenze sono strettamente collegate, non c'è ragione di ritenere che si tratti di una legge necessaria, come dimostra l'importante caso di un Giappone modernizzato, ma non occidentalizzato». Lasciamo dunque a Bill Gates i vaticini sulla ineluttabile «trasformazione culturale» legata alle nuove tecnologie dell'informazione. I Paesi in via di sviluppo - sostiene l'economista indiano - non devono necessariamente stipulare il «patto faustiano» che in Occidente «ha condotto alla rivoluzione industriale, ma nel contempo ha distrutto la sua anima». E invece di rifondare la morale sulla Ragione, come hanno tentato senza successo gli illuministi francesi, farebbero meglio a ispirarsi alla scuola scozzese di David Hume e di Adam Smith, per i quali la moralità dipende dalle tradizioni di una società, dal modello di famiglia e dalle forme di socializzazione. Il problema sorge quando le radici sono «immorali», quando il «cemento» che tiene insieme la società non è etico, ma etnico. Siamo sicuri che la triade «dio-patria-famiglia» cara agli aguzzini serbi meriti di essere preservata in nome del pluralismo culturale? Che non sia preferibile, a quel punto, il tanto esecrato pensiero unico?
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