| "Situazionismo: l'eroismo difettoso
dell'ultima parola" |
| Mario Perniola, "I situazionisti", Castelvecchi, pp. 123, £ 16.000 |
| Pasquale Stanziale (a cura di), "Situazionismo", Massari editore, pp. 288, £ 20.000 | In tutte le avanguardie (politiche, artistiche) c'è un aspetto autoconfutativo, autodistruttivo. L'ultimo grido, le dernier cri, è appunto un grido: di dolore, di morte, sorto dal senso stesso della storia, cioè del trascorrere di ogni cosa vivente, del morire, della fragilità della vita, della folle dialettica del nuovo che invecchia, ecc....Si sarà notato che tutte le avanguardie si assomigliano, a cominciare dalla prima, quella romantica. Dadaismo, futurismo, postmodernismo, ecc. hanno tali analogie strutturali, si assomigliano così tanto, da far pensare ai molti nomi e volti di una sola entità.
Ora questa entità ha sempre un carattere ultimativo, finale, terminale. L'avanguardia, si può dire, è l'ultima creatura del senso storico, e come tutti gli ultimi figli in famiglie numerose, viene per lo più viziata, vezzeggiata, sopravvalutata, ma poi all'improvviso è dimenticata, ed è lasciata lì da sola a badare a se stessa.
Tutto ciò dovrebbe far capire il destino stravagante ed emblematico di una delle ultime e più conseguenti avanguardie politiche del secolo che ora sta per finire: il situazionismo, complessa configurazione sorta alla metà degli anni cinquanta da una combinazione ardita ma ragionevole delle idee del giovane Lukàcs (Storia e coscienza di classe) con quelle del giovane Marx (Manoscritti economico-filosofici del '44), del primo Hegel con il primo Lenin, di Freud con Feuerbach e con il lettrisme di Isidore Isou.
Il prodotto teorico più noto del situazionismo è la profetica teoria della "società dello spettacolo" (che si deve a Guy Debord, l'esponente più in vista del movimento). Il merito storico che gli si riconosce comunemente è quello di aver preparato e in parte orientato il maggio francese. Ma non si sa molto di più, se si eccettua l'idea di una sopravvivenza diffusa e inesplicita di motivi situazionistici un po' ovunque, nella società e nella cultura di oggi, e specie in quella che viene definita con espressione riduttiva ed equivoca "area giovanile" - non sorprende quindi il tentativo di far risorgere il movimento dall'interno dell'universo cosiddetto "cyber", messo in opera dal gruppo bolognese "Luther Blisset" (Net.gener@tion), che compie a quanto pare "provocazioni via etere" di vario ordine.
La teoria e lo stile situazionisti, dopo un periodo di quasi completo oblio, sono stati riscoperti di recente, in parte nel quadro delle rievocazioni del Sessantotto, in parte perché la società telematica e televisiva è il correlato clamorosamente reale del discorso che Guy Debord, Raoul Vaneigem, e altri meno noti (Rothe, Frey, Khayati, Viénet, Kotànyi) svolgevano sin dai primi anni sessanta. Ora due libri usciti di recente consentono una valutazione dettagliata del fenomeno. Il primo è Situazionismo. Materiali per un'economia politica dell'immaginario, una raccolta dei testi più importanti tratti dalle riviste "Internationale Situationniste" e "Potlatch", a cura di Pasquale Stanziale. Il secondo è I situazionisti, del filosofo Mario Perniola, una storia del movimento "dall'interno" scritta nel 1972 alla conclusione di ciò che Perniola chiama "l'esperienza situazionista".
Una lettura combinata dei due libri è utile, perché Stanziale, come appare nella scelta dei testi e nel lungo saggio introduttivo, considera il situazionismo non tanto un episodio storicamente circoscritto, ma piuttosto uno stile di vita e una impostazione politico-programmatica, mentre Perniola lo intende appunto come una "esperienza" conclusa. Così, mentre Stanziale dà conto della sopravvivenza del gioco situazionista (di fatto, Vaneigem continua a produrre libri interessanti, anche se per lo più ignorati, e Debord nel 1988 ha pubblicato i Commentari alla Società dello spettacolo), il testo di Perniola ha una utilità documentaria, in parte perché ricostruisce minuziosamente l'ascesa l'esplosione e il declino del movimento, dando ragione di ogni passaggio, in parte perché la sua datazione è tale da riflettere un clima, uno stato d'animo, non per nulla: una situazione, in cui il situazionismo storico è concluso e si tratta soprattutto di capire che cosa è stato.
Quel che emerge a una prima riflessione sui materiali proposti da Stanziale e Perniola è che l'obiettivo situazionista, come quello della teoria critica francofortese, era elaborare l'ipotesi di una critica radicale in una società caratterizzata da due principali aspetti: la derealizzazione (il mondo vive nelle immagini del mondo, e non c'è più mondo) e la pluralizzazione (grandi masse "atomizzate", come si usava dire, abitano il pianeta). Ora in tali condizioni è ovvio che una opposizione diretta è impossibile: impossible fronteggiare e sconfiggere l'irreale, ciò che non c'è, ciò che esiste solo in forma simulacrale; impossibile d'altra parte una coordinazione delle forze in gioco, tale da restaurare qualche forma di "dialettica" politico-sociale. Il situazionismo così elaborava nuovi strumenti di lotta, e di espressione artistica, tali da produrre la "disalienazione" di un mondo pieno di risorse, ma incapace di utilizzarle ("il mondo è da rifare, nel senso che deve divenire ciò che è").
Ma c'era una certa astrattezza dell'assunto di base: se davvero l'irrealtà e la pluralizzazione sono i requisiti del presente, chi ci assicura che questa descrizione del presente sia corrispondente alla realtà e l'unica possibile? L'evoluzione del situazionismo ha dovuto presto confrontarsi con questa classica aporia. Come tutte le avanguardie, il situazionismo aveva/ha l'eroismo e il difetto di una teoria che vuole essere l'ultima parola, e all'istante vuole farsi storia e prassi, così, prigioniera del flusso del tempo, non può che a volta a volta autoeliminarsi e rinascere (se mai con un nuovo nome). |