| Bencivenga, utopia per un mondo senza lavoro. E senza disoccupazione | Uno spettro appare nella prima riga del nuovo libro di Ermanno Bencivenga, filosofo che insegna all'Università della California: lo spettro della disoccupazione, che miete vittime soprattutto fra i giovani. Secondo l'autore è sbagliato considerarlo un fenomeno accidentale, che può pesare con maggiore o minore gravità sulla vita economica d'un Paese. Rinnovando una critica di derivazione marxiana, Bencivenga vede la disoccupazione come l'ineliminabile conseguenza del sistema di scambi che è alla base del capitalismo e della mercificazione del lavoro. Per cui si richiede una soluzione radicale: un totale cambiamento nella concezione dei bisogni individuali e sociali, perché oggi si produce in funzione di bisogni fittizi, per cui la disoccupazione non è che l'altra faccia dell'inutilità degli oggetti che vengono prodotti e della falsa coscienza che ne governa la produzione. "Solo quando saremo nuovamente costretti ad affrontare le fiere a mani nude - si legge nel libro - e a raccogliere giorno dopo giorno le provviste necessarie per sopravvivere ritorneremo a scoprire i nostri bisogni reali e a soddisfarli con attività di immediato, innegabile valore".
Come si può recuperare oggi, senza apparire utopistici o velleitari, il valore essenziale dei nostri bisogni? Secondo Bencivenga opponendosi alla tradizionale visione antropologica, che considera i bisogni - e la loro soddisfazione - elementi costitutivi del nostro essere. Dovremmo riappropriarci un'idea e un'identità della persona umana sgombre dell'equivoco dei bisogni e della produzione. L'uomo, per Bencivenga, non è ciò che mangia né ciò che fabbrica. La sua essenza si rivela anzi nella libertà dai bisogni: non nel tempo del lavoro, ma nel tempo libero. Anche analizzando fenomeni di attualità, il filosofo afferma che "il valore e la dignità di una vita umana si decideranno soprattutto in base al valore e alla dignità del suo tempo libero". Da qui si sviluppa un ragionamento sulla distinzione fra "ben essere", tipico del tempo libero, e "ben avere", sintomatico del tempo occupato. Dietro la spia della disoccupazione c'è la prigionia del lavoro, quando è inteso e praticato come mezzo per avere, che limita e soggioga le potenzialità dell'essere. La disoccupazione si sconfigge cancellando l'anomalia del lavoro come limite dell'essere.
Questa sintetica ipotesi teorica occupa la prima parte del libro, una sessantina di pagine. La seconda parte, "Obiezioni e risposte", ne costituisce una verifica a livello pratico. E' divisa in venti paragrafi e ognuno contiene un'obiezione. Per esempio: "La mia posizione è quella tipica di un occidentale viziato". Le risposte costituiscono un'elaborazione delle tesi. Un metodo dialettico di discussione e approfondimento, che ricorda i testi classici della filosofia.
Il saggio mette in luce una grande coesione interna, caratteristica di tutte le visioni utopistiche. Ma non sfugge al rischio di apparire esortativo, appellandosi alla buona volontà, per un cambiamento così radicale. E' vero che è meglio suonare la chitarra che fare pantaloni, per citare un esempio tratto dal libro, ma chi paga? Per questi processi ci vuole un'energia che smuova le montagne: non a caso Marx aveva pensato alla lotta di classe e Gramsci alla rivoluzione dei produttori. |