La questione ecologica e il pensiero del NovecentoUn'etica per la Terra La nostra condizione è quella di artefici: con i rischi dell'arbitrio |
| Tra «etica» ed «ambiente» vi è un rapporto stretto. Quasi d'intercambiabilità. In
greco il termine ethos significa, «condotta», ma anche «soggiorno», «dimora».
L'etica - l'ho già scritto su queste pagine - coincide con le buone abitudini e perciò direttamente con l'abitare. Con l'ecologia, dunque, qualora con ciò s'intenda il «prendersi cura della terra», il tenerla in custodia, il sapervi dimorare. La questione
che qui s'intende affrontare è preliminare. Non si vogliono prendere in considerazione singole emergenze ecologiche (il buco nell'ozono, le piogge acide, la desertificazione della terra). Al contrario, si vuole accertare quando, perché e sotto quali condizioni la questione ecologica è emersa come una tra le più decisive per il
destino del pianeta.
Il rapporto uomo ambiente si determina secondo un doppio movimento:
1. La natura è lo spazio dell'uomo. Non solo. L'uomo è momento e parte della
natura. A prima vista, sembra vi sia una circolarità perfetta tra uomo e natura. 2. Ma non sempre è così. La natura genera forme, ma anche le distrugge: essa ha regolarità non scopi. Da questo punto di vista essa si presenta alle comunità umane
come pericolo: è spazio dell'imprevisto. La natura è dunque - per dirla con Leopardi - benignissima madre , ma anche
natura matrigna. L'uomo per difendersi da essa è stato costretto, fin dall'inizio a
dominarla. Il bisogno e la paura l'hanno fatto intelligente. La condizione naturale dell'uomo è dunque artificiale: più esattamente l'uomo è per natura artefice. Il
rapporto manipolativo che intercorre tra l'uomo e la natura è inevitabile. Ma la manipolazione del mondo non deve mutarsi in arbitrio. Ciò scatena controfinalità.
L'uomo perviene all'abitare attraverso il costruire. Ma «il costruire non è soltanto
mezzo e via per l'abitare...è già in sè stesso un abitare». (M. Heidegger Costruire
abitare pensare in Saggi e discorsi, Mursia Milano 1976, p. 97). L'uomo,
trasformando la natura, dispone una dimora per sé. «Il ponte - scrive Heidegger - si
slancia leggero e possente al di sopra del fiume. Esso non solo collega due rive già
esistenti. Il collegamento stabilito dal ponte - anzitutto - fa sì che le due rive appaiano come rive. È il ponte che le oppone propriamente l'una all'altra. L'una riva si distacca e si contrappone all'altra in virtù del ponte» (ibid, p. 101).
L'abitare coincide col modo con cui gli uomini dimorano sulla terra. Ma lo spazio
del nostro dimorare non sempre è uno spazio ospitale. Il prendere dimora comporta spesso conquista. L'uomo sperimenta la sua collocazione nella natura come
esposizione all'imprevisto: è perciò costretto a difendersi e ad aggredirla.
L'intervento dell'uomo è, in origine, funzionale alla limitazione del pericolo. Nel
tempo, con le acquisizioni della scienza e della tecnica, egli ha elevato barriere
sempre più efficaci contro i pericoli che gli venivano dalla natura. Il successo lo ha
autorizzato a potenziare i suoi interventi su di essa, a definirla sempre di più secondo
le sue decisioni. Di qui un rovesciamento. Se all'inizio le decisioni degli uomini erano
funzionali alla limitazione dei pericoli esterni, oggi sono proprio queste ad introdurre
nella natura sempre di più fattori di rischio. È in questo punto che l'ecologia
s'impone come questione decisiva.
La tecnica ha trasformato l'esperienza del pericolo in rischio . Di qui una differenza
concettuale tra «rischio» e «pericolo» dapprima non esistente. Dai pericoli, infatti, ci
si difende, i rischi li si affronta. Meglio: il pericolo evidenzia i danni e fa dimenticare i
profitti; il rischio si formula come un migliore sfruttamento delle possibilità. Nel suo
saggio Sociologia del rischio Luhmann nota come all'antica coppia
rischio/sicurezza (ove il rischio si formulava come pericolo) sia subentrata la coppia
rischio/pericolo (ove il rischio gioca il ruolo di sfruttamento delle opportunità). In
questo quadro si può considerare pericolo non rischiare. Più esattamente è in
condizione di rischio anche chi non arrischia. Nel mondo moderno l'uomo non può
più sottrarsi alle decisioni. Sono questi i termini in cui si pongono in concreto i
dilemmi dell'ecologia. Da questo punto di vista, il giusto modo d'intendere l'ecologia
non può coincidere con un naturalismo ingenuo, né con un pregiudiziale rifiuto della
tecnica. Al contrario l'ecologia, se non si risolve, di certo non può prescindere dalle
capacità correttive della tecnica nei confronti di se stessa. «La tecnica - scrive
Luhmann - non ha limiti, è un limite e non fallisce rispetto alla natura, ma rispetto a
se stessa».
Nella società contemporanea non si possono definire limiti se non attraverso la
tecnica stessa. L'ingenuità naturalistica, è un modo del tutto surrettizio per scaricarsi
delle responsabilità. La demonizzazione della tecnica, al pari del suo trionfalismo,
sono pensieri della pigrizia. Schemi facili, argomenti di maniera, stereotipi per
terrorizzare o per illudere. Incapaci di risolvere. Ambedue inadeguati ad affrontare
l'improbabile a cui siamo irreversibilmente esposti. |