RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 1999
SALVATORE NATOLI
La questione ecologica e il pensiero del Novecento
Un'etica per la Terra
La nostra condizione è quella di artefici: con i rischi dell'arbitrio
Tra «etica» ed «ambiente» vi è un rapporto stretto. Quasi d'intercambiabilità. In greco il termine ethos significa, «condotta», ma anche «soggiorno», «dimora».
L'etica - l'ho già scritto su queste pagine - coincide con le buone abitudini e perciò direttamente con l'abitare. Con l'ecologia, dunque, qualora con ciò s'intenda il «prendersi cura della terra», il tenerla in custodia, il sapervi dimorare. La questione che qui s'intende affrontare è preliminare. Non si vogliono prendere in considerazione singole emergenze ecologiche (il buco nell'ozono, le piogge acide, la desertificazione della terra). Al contrario, si vuole accertare quando, perché e sotto quali condizioni la questione ecologica è emersa come una tra le più decisive per il destino del pianeta.
Il rapporto uomo ambiente si determina secondo un doppio movimento: 1. La natura è lo spazio dell'uomo. Non solo. L'uomo è momento e parte della natura. A prima vista, sembra vi sia una circolarità perfetta tra uomo e natura. 2. Ma non sempre è così. La natura genera forme, ma anche le distrugge: essa ha regolarità non scopi. Da questo punto di vista essa si presenta alle comunità umane come pericolo: è spazio dell'imprevisto. La natura è dunque - per dirla con Leopardi - benignissima madre , ma anche natura matrigna. L'uomo per difendersi da essa è stato costretto, fin dall'inizio a dominarla. Il bisogno e la paura l'hanno fatto intelligente. La condizione naturale dell'uomo è dunque artificiale: più esattamente l'uomo è per natura artefice. Il rapporto manipolativo che intercorre tra l'uomo e la natura è inevitabile. Ma la manipolazione del mondo non deve mutarsi in arbitrio. Ciò scatena controfinalità.
L'uomo perviene all'abitare attraverso il costruire. Ma «il costruire non è soltanto mezzo e via per l'abitare...è già in sè stesso un abitare». (M. Heidegger Costruire abitare pensare in Saggi e discorsi, Mursia Milano 1976, p. 97). L'uomo, trasformando la natura, dispone una dimora per sé. «Il ponte - scrive Heidegger - si slancia leggero e possente al di sopra del fiume. Esso non solo collega due rive già esistenti. Il collegamento stabilito dal ponte - anzitutto - fa sì che le due rive appaiano come rive. È il ponte che le oppone propriamente l'una all'altra. L'una riva si distacca e si contrappone all'altra in virtù del ponte» (ibid, p. 101). L'abitare coincide col modo con cui gli uomini dimorano sulla terra. Ma lo spazio del nostro dimorare non sempre è uno spazio ospitale. Il prendere dimora comporta spesso conquista. L'uomo sperimenta la sua collocazione nella natura come esposizione all'imprevisto: è perciò costretto a difendersi e ad aggredirla.
L'intervento dell'uomo è, in origine, funzionale alla limitazione del pericolo. Nel tempo, con le acquisizioni della scienza e della tecnica, egli ha elevato barriere sempre più efficaci contro i pericoli che gli venivano dalla natura. Il successo lo ha autorizzato a potenziare i suoi interventi su di essa, a definirla sempre di più secondo le sue decisioni. Di qui un rovesciamento. Se all'inizio le decisioni degli uomini erano funzionali alla limitazione dei pericoli esterni, oggi sono proprio queste ad introdurre nella natura sempre di più fattori di rischio. È in questo punto che l'ecologia s'impone come questione decisiva. La tecnica ha trasformato l'esperienza del pericolo in rischio . Di qui una differenza concettuale tra «rischio» e «pericolo» dapprima non esistente. Dai pericoli, infatti, ci si difende, i rischi li si affronta. Meglio: il pericolo evidenzia i danni e fa dimenticare i profitti; il rischio si formula come un migliore sfruttamento delle possibilità. Nel suo saggio Sociologia del rischio Luhmann nota come all'antica coppia rischio/sicurezza (ove il rischio si formulava come pericolo) sia subentrata la coppia rischio/pericolo (ove il rischio gioca il ruolo di sfruttamento delle opportunità). In questo quadro si può considerare pericolo non rischiare. Più esattamente è in condizione di rischio anche chi non arrischia. Nel mondo moderno l'uomo non può più sottrarsi alle decisioni. Sono questi i termini in cui si pongono in concreto i dilemmi dell'ecologia. Da questo punto di vista, il giusto modo d'intendere l'ecologia non può coincidere con un naturalismo ingenuo, né con un pregiudiziale rifiuto della tecnica. Al contrario l'ecologia, se non si risolve, di certo non può prescindere dalle capacità correttive della tecnica nei confronti di se stessa. «La tecnica - scrive Luhmann - non ha limiti, è un limite e non fallisce rispetto alla natura, ma rispetto a se stessa». Nella società contemporanea non si possono definire limiti se non attraverso la tecnica stessa. L'ingenuità naturalistica, è un modo del tutto surrettizio per scaricarsi delle responsabilità. La demonizzazione della tecnica, al pari del suo trionfalismo, sono pensieri della pigrizia. Schemi facili, argomenti di maniera, stereotipi per terrorizzare o per illudere. Incapaci di risolvere. Ambedue inadeguati ad affrontare l'improbabile a cui siamo irreversibilmente esposti.
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Ecologia