Simone Weil una filosofia senza maestri| Due suoi libri in uscita ne rivelano il carattere precoce |
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| Monica Azzalini, "Primi scritti filosofici", Marietti, pagg. 257, lire 35.000 | "Quando Menelao si trovò davanti Proteo si lanciò, dice il mito omerico, e lo catturò; ma subito Proteo si fece leone, pantera, drago, acqua corrente, albero verdeggiante. Fu necessario che Menelao domasse Proteo e lo costringesse a prendere la sua propria forma: allora Proteo disse a Menelao la verità". Tale è l'avventura umana, osserva l'appena ventenne Simone Weil in uno dei suoi saggi giovanili. Il filosofo Alain, suo maestro, rimase talmente impressionato da questi scritti acerbi che non esitò a pubblicarli nella rivista da lui diretta Libres propos. Essi sono ora tradotti, con alcuni inediti dello stesso periodo, a cura e con un'ampia introduzione di Monica Azzalini: Primi scritti filosofici, Marietti, pagg. 257, lire 35.000.
Effettivamente c'è da rimanere impressionati dalla precoce genialità e dalla straordinaria capacità della giovane autrice di puntare all'elementare, di andare diritta al fondamentale e all'essenziale, trovando subito il filo conduttore e l'inconfondibile stile della sua ricerca. Questo dono della Weil, il suo sapersi porre a tu per tu con i problemi e i testi della filosofia, armata unicamente della propria intelligenza, cioè saltando a piè pari le mediazioni e i tecnicismi disciplinari, ha fatto sì che i suoi scritti siano rimasti vivi e palpitanti nel tempo. Ora come allora, essi catturano l'attenzione, ci regalano lo spettacolo di un'interrogazione filosofica di rara intensità, che si svolge per così dire, pagina dopo pagina, direttamente sotto i nostri occhi. Tale impressione viene corroborata da un testo di poco successivo, un documento forse ancora più fedele del suo modo di pensare e fare filosofia in concreto: le Lezioni di filosofia tenute al liceo femminile di Roanne nel 1933/34, e ora tradotte a cura di Maria Concetta Sala, con una nota di Giancarlo Gaeta (Adelphi, pagg. 339, lire 27.000).
Si tratta di scritti che appartengono alla prima delle due fasi in cui, per fatale comodità, si è soliti distinguere il pensiero della Weil: quella giovanile, caratterizzata dall'impegno sociale, cui nella seconda fase, successiva alla svolta del 1938, sarebbe subentrata una riflessione mistica sempre più concentrata sull'Assoluto.
In realtà, nulla è più fuorviante di questo schema. La pervicacia con cui lo si è mantenuto affonda le sue radici nel modo in cui Gustave Thibon scelse e dispose la prima antologia degli inediti, La pesanteur et la grace, pubblicata presso Plon nel 1947. Del resto la Weil stessa - prima di lasciare Marsiglia alla volta di New York il 7 giugno 1942 - aveva affidato all'amico i suoi undici Quaderni con la libertà di disporne. E fu questa antologia che la fece conoscere come pensatrice, dopo che lo era già come polemista e saggista impegnata.
In realtà, lo schema inaugurato da Thibon impedisce di vedere quel che Simone Weil era: un concentrato unico di pensiero, un blocco cristallino senza fratture né opacità, una mente tagliente e rigorosa che non conosceva altro orientamento se non quello della propria accecante lucidità. Nel suo insistente interrogarsi sui problemi si nota una vena socratica, in cui l'immediatezza del domandare è tutt'altro che ingenuità. Ma è all'opera nel contempo un'intransigenza quasi manichea o gnostica, un furore iconoclastico che brucia e divora quanto sa di mediazione o compromesso.
Già in questi testi giovanili prorompe il carattere atipico, eccentrico e inclassificabile di una riflessione che eccede i limiti dell'ambiente da cui scaturisce. Basta osservare l'appassionata radicalità con cui la Weil si arrovella circa la proteiforme "realtà umana", e basta confrontarla con l'algida filosofia universitaria dell'epoca, per vedere all'istante il baratro che separa i due mondi. La Weil punta qui il dito sulla lacerazione tra il conoscere e l'agire, la ragione teoretica e quella pratica, il corpo e lo spirito, l'uomo in quanto soggetto alla ferrea legge del tempo e della causalità e l'uomo in quanto capace di libertà, per capire subito che qui si instaura un dialogo a tu per tu con Kant, una presa diretta sul problema, nei cui confronti il neokantismo francese di allora è di un pallore spettrale.
E' in forza della dinamica stessa dei problemi che dall'iniziale e apparentemente esclusiva concentrazione sulla Realité humaine - con questo termine Henry Corbin avrebbe tradotto nel 1938 il Dasein heideggeriano - la Weil imboccò la strada della "conoscenza soprannaturale": una serrata speculazione sull'Assoluto lungo un percorso sempre più solitario e impervio, ascoltando unicamente le voci più alte della tradizione spirituale: Platone, i presocratici, i tragici greci, Spinoza, Goethe, mistici come Juan de la Cruz, infine i testi della sapienza indiana e sempre di nuovo, sempre più intensamente, la Bibbia.
Ma la sua riflessione è anche uno splendido esempio di come, quando si toccano certe questioni, le intuizioni del singolo non bastano. In mancanza di un quadro dottrinale più ampio, l'individuale mettersi a tu per tu con i problemi è destinato ad avere tutt'al più la forza dell'esempio, a rimanere un encomiabile esercizio personale, una litania dell'Assoluto di cui ciascuno ascolterà quel che più gli piace.
Anche di questo Simone Weil sembra avere avuto sentore. Di qui il suo imbarazzo filosofico di fronte alla figura di Proteo. Come se, da sola, si sentisse incapace di tenerne ferma la multiforme realtà, costringendolo a mostrare la sua vera faccia. Come se avvertisse l'inadeguatezza del singolo, nella sua isolatezza, a estorcere la Verità, di cui fin dagli esordi lei s'era messa alla ricerca. |