RASSEGNA STAMPA

11 APRILE 1999
RENZO CASSIGOLI
Garin, il pessimismo e la volontà
CONVERSAZIONE NEL TEMPO COL FILOSOFO NOVANTENNE
Dai primi interessi per I'Illuminismo alla riscoperta del Rinascimento fino allo studio del pensiero italiano e europeo del Novecento
Oggí ho il senso della sconfitta della ragione più che al tempo della seconda guerra mondiale
«Mi fa particolarmente piacere che tutto ciò avvenga a Firenze. Io non sono nato in questa città, ma ho con essa un profondo legame. Firenze è stato il centro della mia vita e del mio lavoro». E' commosso Eugenio Garin mentre parliamo al telefono del conferimento del Pegaso d'Oro da parte della Regione Toscana. «Quella sarà l'occasione per ritrovare tanti cari amici». Con lui, ora, riprendiamo il filo di una conversazione svolta nel tempo.
Garin è il più grande storico vivente della filosofia italiana e della cultura del Rinascimento. I suoi studi hanno costruito un ponte tra i grandi del primo novecento italiano e la formazione di una nuova sensibilità democratica. Le sue ricerche hanno nutrito diversi filoni di studio: dalla storia del pensiero medievale, al pensiero moderno, alla storia degli intellettuali, all'educazione, all'editoria. Profondo conoscitore del Rinascimento, ha contribuito a togliere dal limbo dolciastro in cui è stata spesso precipitata un'epoca del storia italiana ed europea che ha riportato alla sua drammatica, sanguigna vitalità. Per Garin il Rinascimento è simile al mondo greco nel suo fiorire. Una realtà davvero diversa che vede «emergere dalla storia per porsi come un'isola di là dal tempo». Per lui è «la bellezza dì un'immagine, la profondità di un pensiero, la verità di un ragionamento, il valore sublime dì un atto: è davvero l'accesso ad un'altra dimensione».
Garin è convinto che gli storici della letteratura e delle scienza o della filosofia non abbiano colto appieno il "miracolo" del Rinascimento. «Vanno chiacchierando di retorica e di studi umanistici, di logica medievale inglese e di fisica parigina, senza rendessi conto di quella trasfigurazione avveratasi in un breve giro di anni, fra il "Giudizio finale" e "La Scuola d'Atene", fra i sogni di Alberti e le cupole di Brunelleschi, fra le caverne di Leonardo, le foreste di Ariosto e le stelle di Galileo. E' davvero il passaggio a un'altra dimensione e, insieme, la scoperta che, forse, la vita non è che un sogno». Mai nessuno, forse, aveva dato una definizione così appassionata, così pervasa da una poetica, questa sì davvero rinascimentale.
Ma Eugenio Garin è stato soprattutto un insegnante, ruolo che rivendica come la vera passione della sua vita. Fin da quando, ventenne, appena laureato, ha avuto la prima supplenza in una scuola di avviamento al lavoro a Fuceccio, in provincia di Firenze. Poi, nel 1931, a 22 anni, ebbe il suo primo insegnamento di ruolo in un liceo di Palermo. Dal liceo all'Università di Firenze e, dal 1974 alla Scuola Normale di Pisa, dove ha insegnato fino alla pensione. Per lui la scuola è «il luogo dove si elaborano le idee e le si ammettono nella società. La disfatta del ceto intellettuale è sul terreno dell'educazione, nelle scuole. Lì è la nostra colpa - afferma nel libro intervista con Nello Aiello -. Lì chi ha provato a battersi per la cultura è stato sconfitto dalla cattiva politica».
Nato a Rieti nel 1909 da famiglia savoiarda, ha solo 16 anni quando, nel '25, prende la maturità con Enrico Fermi, allora giovanissimo incaricato di Fisica. Nel 1929, a soli vent'anni, si laurea con una tesi sull'illuminismo inglese. Al primo esame di filosofia morale porta il «Leviatano» di Hobbes. Lo interessa Rousseau. Pubblica il suo primo libro sull'illuminisrno inglese, poi, a ritroso, incontra il Quattrocento italiano e scrive libri che lo renderanno un autore fondamentale per gli studi sull'Umanesimo, il Rinascimento e sulla cultura italiana. Lungo quel cammino incontra Leon Battista Alberti ed è a quel punto che la sua attività scientifica, già nota a livello internazionale per la formulazione di una tesi storiografica originale, trarrà vigore da un fecondo lavoro di editoria e di commentatore di testi coronato dal ritrovamento dì un vasto gruppo di «intercoenales», che del grande architetto fiorentino costituiscono l'opera fondamentale.
Come storico della filosofia comincia a studiare e a scrivere del pensiero filosofico contemporaneo fin dal 1945-'46, concentrandosi sulla filosofia italiana sopratutto fra l'800 e il '900. Per Garin, Gramsci, Croce e Gentile sono i tre grandi filosofi della prima metà del Novecento italiano. «Gentile -osserva- ha pesato moltissimo proprio sulla scuola, attraverso la riforma ma anche attraverso la normale di Pisa. Gramsci è grande non solo sul piano dell'educazione politica, lo è non meno per la formazione umana». «Gramsci - aggiunge - e accanto c'è Gobetti». Di Croce ricorda ancora l'emozione che suscitò in lui la lettura della sua Storia d'Europa. «La religione della libertà, fra quelli che hanno vissuto quel periodo, conserva un grande valore».
Intenso in Garin è anche lo studio della filosofia europea. Nella immensa biblioteca della sua casa fiorentina di via Crispi, conserva la prima edizione della «Lettera sull'Umanesimo» di Heidegger, uscita contemporaneamente e nella stessa edizione in cui, in tedesco, usciva il suo studio sull'umanesimo. Garin mostra i due volumetti e dalle pagine del suo «L'Umanesimo italiano» (recentemente tradotto in cinese) tira fuori, ingiallita dal tempo, la recensione apparsa su «L'Unità» di allora. La politica è il suo interesse costante. Non la politica militante, il suo è piuttosto un impegno dettato dalla passione civile e dalla grande tensione morale che lo porta sempre a trovare il nesso più profondo fra la storia, la tradizione culturale del nostro Paese e l'atto politico da compiere.
L'Europa, per lui, non è soltanto la moneta unica, è, sopratutto, il grande contributo che l'Italia, col Rinascimento, ha dato alla storia della cultura europea; è il tributo pagato dalla scienza italiana a partire dal Cinquecento. «L'Italia - sostiene - ha unificato spiritualmente e culturalmente l'Europa e può entrarci a testa alta». E, con la voce che sa farsi tagliente, cita il discorso preliminare di D'Alambert all'Enciclopedia: «Non dimentichiamo che noi abbiamo preso da coloro che hanno rinnovato le lettere, le arti, le scienze... Non avremo le rovine della Bastiglia, ma abbiamo gli Uffizi e Cesare Beccaria».
Si è sempre riconosciuto nella sinistra, senza mai nascondere le tante riserve che la contingenza politica poteva determinare. E' sempre stato convinto degli aspetti «intollerabili» del sistema sovietico (anche se ci sono stati «grandi passi avanti dalla Russia degli Zar»). Ha sperato in Gorbaciov in una lenta trasformazione pacifica Ma non considera sconfitto dal capitalismo l'ideale socialista e democratico di una società libera e giusta, veramente umana. «Le istanze del socialismo non sono finite. C'è chi pensa che la sconfitta dal comunismo sovietico abbia segnato anche la sconfitta della socialdemocrazia. Ma il trionfo e la sconfitta di Stalin, non sono stati nè il trionfo, nè la sconfitta del socialismo». Insomma, l'alternativa non può essere fra il comunismo e il thacherìsmo. «Ci sono forme di rinnovamento dello Stato democratico che vanno seguite con pazienza», dice avvertendo, però, che il cambiamento richiede di accettare sacrifici. «Non ci sono poteri salvifici. Non ci sono demiurghi». In questi ultimi tempi Garin si è fatto più pessimista. «Non sono mai stato un ottimista» conclude. «Ora, però, ho il senso della sconfitta della ragione come non l'ho avuto neppure nei momenti più cupi della seconda guerra mondiale»
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