La verità e mezzo dell'intramontabile
Seneca| Da domani un convegno tra Bologna e Ravenna ricorda il bimillenario del pensatore |
| A Seneca è toccata una duplice rara fortuna, perché egli ha incontrato al
massimo grado sia il favore della coscienza sia l'interesse degli studiosi. Già verso la
fine del I secolo Quintiliano doveva constatare che l'opera di Seneca era un best
seller, diffusissima tra i giovani. E noi possiamo individuare le quattro direzioni in cui
Seneca ha inciso sulla cultura europea: come moralista, come studioso della natura,
come tragediografo e come stilista.
A Seneca si deve appunto il richiamo e la scoperta - anche sul piano linguistico -
della interiorità, così che Tertulliano poteva parlarne come di Seneca saepe noster,
mentre Lattanzio non solo ne sottolineava gli elementi vicini al moralismo cristiano,
ma lo giudicava omnium Stoicorum acutissimus, il più accorto degli stoici romani,
e altri giunsero persino a chiamarlo sanctus. E' significativo che nel IV secolo un
autore cristiano abbia composto una corrispondenza tra il filosofo e san Paolo -
nota anche a Girolamo - a partire dal racconto dell'incontro tra il santo e il fratello di
Seneca, Gallione (Atti 18,12-17). Agostino, pur profondamente influenzato dalla
forma sentenziosa senecana e dal suo lessico dell'interiorità, ne dà un giudizio
drastico di incoerenza tra scritti e vita. Determinante, poi, l'influsso senecano sulla
Consolazione della filosofia di Boezio, e in particolare, per fare solo un esempio,
sulla sua concezione della speranza, intesa come passione negativa, associata al
timore, e non - cristianamente - proiettata in un futuro escatologico.
È con l'epoca carolingia che i testi senecani, che erano stati ridotti in antologie e in
forma di proverbi, ricominciano a circolare e ad essere letti integralmente. Per
ricordare solo un paio di esempi, Eloisa si rivolge ad Abelardo citando un brano di
Seneca contro il matrimonio, mentre Giovanni di Salisbury controbatte il giudizio
negativo di Quintiliano, e gli autori scientifici, in Francia e Inghilterra (come ad
esempio Ruggero Bacone), si dedicano alla lettura delle Naturales quaestiones.
Si fa un gran parlare dell'attualità di Seneca, dovuta - è da credere - a un concorso
di cause: la scrittura sapientemente retorica, la suggestione di un "maestro" morale
ingigantito in un'epoca di deserto spirituale dei "ministri", la riscoperta dell'interiorità
mutilata dall'egemonia della politica, il valore della stabilità di sapore classico. Ma io
credo che vi sia un motivo ulteriore e specifico legato alla scoperta senecana del
tempo, vale a dire del presente: quella che Maria Zambrano ha chiamato l'ars
moriendi di Seneca, perché "scoprire il tempo significa scoprire l'inganno della vita,
il suo tranello ultimo". L'uomo dei nostri giorni, che non trova la via d'uscita per
riscattare il presente con la proiezione del progresso o dell'escatologia, ritiene non
solo sopportabile ma addirittura necessaria la fedeltà al presente, anzi diremmo
all'istante, una fedeltà da Seneca fermata in sententiae di rara incisività: "pensa
sempre alla qualità della vita, non alla sua quantità"; "importa quanto bene vivi, non
quanto a lungo"; "vivi senza indugio". Karl Kraus ha scritto che l'aforisma non
coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo. Leggendo
queste sentenze di Seneca, si ha l'impressione di trovarsi di fronte a una verità e
mezzo. |