RASSEGNA STAMPA

7 APRILE 1999
IVANO DIONIGI
La verità e mezzo dell'intramontabile Seneca
Da domani un convegno tra Bologna e Ravenna ricorda il bimillenario del pensatore
A Seneca è toccata una duplice rara fortuna, perché egli ha incontrato al massimo grado sia il favore della coscienza sia l'interesse degli studiosi. Già verso la fine del I secolo Quintiliano doveva constatare che l'opera di Seneca era un best seller, diffusissima tra i giovani. E noi possiamo individuare le quattro direzioni in cui Seneca ha inciso sulla cultura europea: come moralista, come studioso della natura, come tragediografo e come stilista. A Seneca si deve appunto il richiamo e la scoperta - anche sul piano linguistico - della interiorità, così che Tertulliano poteva parlarne come di Seneca saepe noster, mentre Lattanzio non solo ne sottolineava gli elementi vicini al moralismo cristiano, ma lo giudicava omnium Stoicorum acutissimus, il più accorto degli stoici romani, e altri giunsero persino a chiamarlo sanctus. E' significativo che nel IV secolo un autore cristiano abbia composto una corrispondenza tra il filosofo e san Paolo - nota anche a Girolamo - a partire dal racconto dell'incontro tra il santo e il fratello di Seneca, Gallione (Atti 18,12-17). Agostino, pur profondamente influenzato dalla forma sentenziosa senecana e dal suo lessico dell'interiorità, ne dà un giudizio drastico di incoerenza tra scritti e vita. Determinante, poi, l'influsso senecano sulla Consolazione della filosofia di Boezio, e in particolare, per fare solo un esempio, sulla sua concezione della speranza, intesa come passione negativa, associata al timore, e non - cristianamente - proiettata in un futuro escatologico. È con l'epoca carolingia che i testi senecani, che erano stati ridotti in antologie e in forma di proverbi, ricominciano a circolare e ad essere letti integralmente. Per ricordare solo un paio di esempi, Eloisa si rivolge ad Abelardo citando un brano di Seneca contro il matrimonio, mentre Giovanni di Salisbury controbatte il giudizio negativo di Quintiliano, e gli autori scientifici, in Francia e Inghilterra (come ad esempio Ruggero Bacone), si dedicano alla lettura delle Naturales quaestiones. Si fa un gran parlare dell'attualità di Seneca, dovuta - è da credere - a un concorso di cause: la scrittura sapientemente retorica, la suggestione di un "maestro" morale ingigantito in un'epoca di deserto spirituale dei "ministri", la riscoperta dell'interiorità mutilata dall'egemonia della politica, il valore della stabilità di sapore classico. Ma io credo che vi sia un motivo ulteriore e specifico legato alla scoperta senecana del tempo, vale a dire del presente: quella che Maria Zambrano ha chiamato l'ars moriendi di Seneca, perché "scoprire il tempo significa scoprire l'inganno della vita, il suo tranello ultimo". L'uomo dei nostri giorni, che non trova la via d'uscita per riscattare il presente con la proiezione del progresso o dell'escatologia, ritiene non solo sopportabile ma addirittura necessaria la fedeltà al presente, anzi diremmo all'istante, una fedeltà da Seneca fermata in sententiae di rara incisività: "pensa sempre alla qualità della vita, non alla sua quantità"; "importa quanto bene vivi, non quanto a lungo"; "vivi senza indugio". Karl Kraus ha scritto che l'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo. Leggendo queste sentenze di Seneca, si ha l'impressione di trovarsi di fronte a una verità e mezzo.
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Storia della filosofia