Le osservazioni astronomiche dimostrano la necessità di aggiornare la nostra visione lineare della realtà| Viviamo in uno spazio curvo e non lo sappiamo |
| "Che cos'è il Tempo ? Se non me lo chiedono, lo so; se voglio rispondere a chi me lo chiede, non lo
so più". Così Agostino descriveva le difficoltà che si incontrano nel definire un concetto così vicino alla nostra esperienza, eppure così elusivo come lo scorrere del Tempo.
A prima vista potrebbe sembrare che la definizione di un concetto altrettanto onnipresente nella
nostra vita quotidiana, quello di Spazio, sia meno sfuggente. Abbiamo infatti la sensazione di poter
direttamente sperimentare lo Spazio, per esempio spostandoci fisicamente da "qui" a "lì", oppure
riempiendo con degli oggetti uno spazio disponibile o svuotandolo e creando uno spazio "vuoto".
Rapidamente ci rendiamo però conto che, forse proprio per questa possibilità di sperimentare con lo
Spazio, la sua definizione cambia a seconda dell'ambito nel quale esso viene considerato. Lo spazio
della fisica, lo spazio astratto delle geometrie, lo spazio architettonico, gli spazi dell'arte, lo spazio
psicologico, la vita nello spazio in opposizione alla vita sulla Terra: sono tutte sfaccettature di una
stessa realtà.
Questa molteplicità di possibili interpretazioni del concetto di Spazio è stato l'argomento di un
interessante Convegno organizzato la settimana scorsa a Milano dalla Fondazione Carlo Erba. Fisici,
astronomi, psicologi, teologi, architetti, artisti, scrittori hanno messo a confronto le caratteristiche
delle definizioni spaziali proprie dei loro campi di interesse.
Limitandoci a quanto si è discusso sullo spazio fisico, o meglio cosmico, quello cioè che viene
utilizzato per descrivere la globalità dell'Universo, è stato interessante notare quanto l'interpretazione
di questo spazio si sia modificata nel tempo. Inizialmente, l'esperienza pratica dei primi "geometri",
impegnati a misurare distanze e superfici sulla Terra, aveva dato origine alla più famosa descrizione
astratta dello Spazio e delle sue proprietà: la geometria Euclidea.
Per secoli essa è stata tacitamente considerata come la naturale descrizione dello spazio fisico
tridimensionale e, se altre "geometrie" erano sorte, esse si riferivano a situazioni fisiche
bi-dimensionali (come la geometria sferica, adatta a descrivere le proprietà della superficie terrestre)
oppure venivano considerate alla stregua di voli pindarici matematici, interessanti come costruzioni
astratte, ma totalmente avulse dalla realtà.
Il nostro concetto di Spazio cambia drammaticamente durante questo secolo con l'introduzione, per
la descrizione del mondo fisico, delle teorie della Relatività di Einstein. Non solo dobbiamo
abbandonare l'idea innata di uno spazio (e di un tempo) assoluti, ma dobbiamo anche venire a patti
con uno spazio tridimensionale "curvo". Dobbiamo cioè convincerci che la linea retta, così familiare
nella geometria Euclidea, non sempre è quella seguita dai fenomeni fisici, come ad esempio il
cammino di un raggio di luce. E dobbiamo cercare di immaginare come sia possibile, procedendo
sempre nella stessa direzione nello spazio, ritornare al punto di partenza, analogamente a quanto ha fatto sulla superficie della Terra Bertrand Piccard con il suo pallone.
Questi nuovi concetti, che pur descrivono molto bene i fenomeni che avvengono su scala cosmica,
sono così distanti dalla nostra esperienza quotidiana, che è molto difficile comprenderli
compiutamente. Fortunatamente le recentissime osservazioni ottenute con i migliori telescopi, il telescopio spaziale Hubble e il Very Large Telescope dell'ESO, ci hanno fornito una serie di immagini di "lenti gravitazionali" che sicuramente ci possono aiutare, con la loro immediatezza visiva, a meglio
comprendere il concetto di "curvatura dello spazio".
Il fenomeno della lente gravitazionale avviene quando due oggetti celesti, per esempio due galassie,
molto distanti l'una dall'altra, si trovano prospetticamente allineate ripetto all'osservatore.
La galassia più vicina a noi, curvando lo spazio intorno ad essa a causa della sua massa, agisce da
"lente" e deforma l'immagine della galassia più lontana, trasformandola in una serie di immagini
arcuate o multiple. Se dovessimo immaginare questo fenomeno su scale terrestri, otterremmo
risultati difficilmente credibili, ma su scala cosmica, le ormai numerosissime immagini disponibili
(http://www.eso.org) cominciano a rendere la curvatura dello spazio un concetto sempre più familiare.
Speriamo che esse vengano utilizzate al più presto nei libri di testo a tutti i livelli e che, grazie a loro,
i concetti di spazio e tempo utilizzati dalla Relatività divengano, come nel passato accadde per la
geometria Euclidea, patrimonio culturale comune. |