Un saggio del semiologo Fabbri| La comunicazione senza parole |
| Con chiarezza e misura, con simpatica comunicatività, Paolo Fabbri, in un libro della collana delle
Lezioni italiane della Fondazione Sigma-Tau e della Laterza (La svolta semiotica), parla della
situazione e delle prospettive della semiotica, disciplina che ha avuto una grande spinta negli anni '60
e '70 e che ora, nonostante l'uso di chiamare in causa i semiologi nelle più varie occorrenze,
nonostante il successo universitario delle "scienze della comunicazione", appare in crisi, priva di
vigore teorico, incapace di rispondere ai problemi e alle contraddizioni di questi anni oscuri e
"complessi". Fabbri si rende conto di questo stato di "crisi" (che non riguarda solo la semiotica, ma
quasi tutto l'orizzonte delle "scienze umane"), ma sembra volerne trarre motivo di forza, individuando
il darsi di una svolta semiotica, che permetterebbe di uscire da alcuni dei cardini della semiotica
degli anni passati e di riattribuire un ruolo guida a questa disciplina. Al di qua della svolta ci
sarebbero le due grandi tendenze: quella che, definendosi come semiologia, attraverso Roland Barthes, è risalita a Saussure e si è basata sullo studio dei segni a partire dal linguaggio (rimanendo
ancorata alla tradizione umanistica); e quella che, definendosi più specificamente come semiotica,
attraverso Umberto Eco, è risalita a Peirce, rivolgendosi ad uno studio globale del rinviarsi reciproco
dei segni, secondo il modello dell'inferenza logica. Per Fabbri è lo stesso concetto di segno che va
superato, per rivolgersi verso uno studio "dei sistemi e dei processi di significazione": e ciò dovrebbe
legarsi a un abbandono dell'ossessione della scomposizione degli oggetti in "unità minime" e della
costruzione di schemi basati sul modello della scrittura. L'attenzione dovrebbe spostarsi dalle
rappresentazioni (cui si è rivolta in passato la semiotica) agli oggetti e agli "atti di senso", che si
danno in un movimento narrativo, in un configurarsi di azioni e passioni. Tutto ciò porterebbe in primo
piano la corporeità, l'emozionalità, la narratività, riconducendo ogni forma di comunicazione (al di là
della nozione, essenziale nella linguistica di Saussure, di arbitrarietà del segno) al principio
dell'analogia e della metafora: e gli stessi procedimenti dell'interpretazione potrebbero affrancarsi dal
linguaggio verbale, dando luogo alla possibilità di interpretare un sistema di segni non verbale con il
suo stesso linguaggio, senza più ricorrere alla parola. Questo tipo di semiotica dovrebbe costituire un
quadro di riferimento per la comprensione di una comunicazione in perpetuo movimento, dove
l'insieme delle scienze e delle esperienze si dà sotto il segno dell'efficacia simbolica e dell'agonismo.
Tralasciando questioni di tipo più specialistico, non ci si sottrae comunque all'impressione che
Fabbri sottoscriva, da un punto di vista che vuol essere interno alla semiotica, proprio tante obiezioni
e punti di vista già ampiamente svolti fuori dalla semiotica: e certo è da condividere il rifiuto del
privilegio del modello linguistico e dell'ossessione spesso ridicola della scomposizione di ogni dato in
unità minime, come l'accento posto sulla narratività, l'azione, le passioni. Ma a partire da queste
giuste istanze, Fabbri mira a saltare il fosso, ad attingere quell'al di là del linguaggio a cui tendono
tante filosofie vitalistiche e "antiumanistiche", fino a configurare un universo della comunicazione
sottratto al dominio della parola, affidato al movimento plurale e indeterminato della significazione:
oltre la tirannia della ragione e della parola scritta (considerati vecchi residui umanistici) e verso
l'utopia di un pensiero analogico, legato a relazioni sociali sottratte ad ogni "ordine del discorso". Ma
in questo modo, nell'atto stesso di rilanciare la semiotica e di affermare il suo ruolo guida, egli non fa
che liquidarla, sottoscrivere la sua evanescenza, il suo affogare nell'indeterminatezza di una
comunicazione globale dove tutto si scambia con tutto, senza più autentici significati, senza più testi
capaci di produrre coscienza ed esperienza. |