Una "beffa" contro il relativismo| Dopo tre anni dallo scherzo orchestrato da Alan Sokal continua la polemica tra scienziati e umanisti con un libro |
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| Gabriele Lolli, "Beffe, scienziati e stregoni. La scienza oltre realismo e relativismo". Il Mulino, Bologna 1998 L. 28.000. | Pochi -tra gli intellettuali che frequentano le nostre contrade accademiche sembrano essersene resi conto o avervi prestato la dovuta attenzione. Eppure basta oltrepassare le Alpi per accorgersi che c'è una guerra in corso. Una vera e propria science war che ha per oggetto la conoscenza scientifica, la validità, l'affidabilità e unicità della scienza come strumento conoscitivo. Il libro di Lolli ha il merito di invitarci a riflettere sulle ragioni delle parti che si affrontano in quella guerra senza esclusioni di colpi. Del resto, il casus belli che ha portato allo scoperto divergenze tanto profonde quanto radicali è stata la beffa atroce messa a segno dal fisico americano Alan Sokal nel tempio accademico dei cultural studies, la rivista "Social Text".
Nell'estate del 1996 Sokal pubblicò su quella rivista un articolo dal titolo "Transgressing the boundaries. Towards a transformative hermeneutics of quantum gravity". Come un lettore accorto poteva intuire fin dal titolo, l'articolo che annunciava "la trasgressione dei confini" era un abile collage di enunciati scientifici sostanzialmente corretti e di veri e propri errori alla portata di uno studente di fisica del primo anno, accompagnati
da affermazioni senza senso rivestite nel gergo dei filosofi
postmoderni. "Il dogma imposto dalla lunga egemonia
post-illuministica sulla visione intellettuale occidentale" secondo cui esiste un mondo esterno le cui proprietà sono indipendenti dagli esseri umani e dalle loro condizioni culturali e sociali e di cui gli uomini possono avere conoscenza, pur se provvisoria e perfettibile, solo "aderendo alle procedure oggettive e ai vincoli epistemologici imposti dal (cosiddetto) metodo scientifico", affermava per esempio Sokal, -da tempo era stato scosso dalle fondamenta dalla teoria della relatività e dalla meccanica quantistica. Nella nuova filosofia della scìenza postmoderna, "il pi greco di Euclide e la G dì Newton, una volta pensati costanti e universali, sono ora percepiti nella loro ineluttabile storicità". I numeri complessi (noti in matematica dal Rinascimento) erano presentati da Sokal come un ramo nuovo e speculativo della fisica matematica ricco di promettenti potenzialità esplicative. L'ironia si spostava poi dal terreno scientifico a quello politico, privilegiato dai cultori dei "social studies": Proprio come le femministe liberali si accontentano spesso di un programma minimo di uguaglianza liberale e sociale per le donne e si pronunciano a favore della possibilità di "scelta", così i matematici liberali (e anche alcuni socialisti) si accontentano spesso di lavorare dentro il contesto egemonico" della teoria assiomatica degli insiemi "(che riflettendo la sua origine ottocentesca, già incorpora gli assiomi dell'uguaglianza) rafforzato
solo dall'assioma di scelta. Ma questa cornice è del tutto insufficiente per una matematica liberatoria".
A dare il senso beffardo della sua operazione provvedeva lo stesso Sokal, con un contemporaneo articolo in cui rivelava gli strafalcioni e le sciocchezze pubblicate senza batter ciglio dagli editors di "Social Text". Da allora sono scesi in campo i filosofi e i sociologi americani punti sul vivo dalla beffa e, insieme a loro, la grande maggioranza degli intellettuali francesi che nel gesto di Sokal hanno letto un vero e proprio attacco alla cultura nazionale giacché francesi, da Bruno Latour a Jacques Derrida, sono i maitres a penser dei filosofi postmoderni americani. Dall'altra parte dello schieramento, a difesa dell'oggettività e della razionalità, si sono attestati i "guerrieri della scienza" guidati dal premio Nobel della fisica Stephen Weinberg.
Non si tratta di una querelle che riguarda solo i circoli intellettuali parigini e, al più, le loro propaggini sulla east coast americana. Così forse appare a una lettura superficiale. Ma quello che è in gioco è ben dì pìù. E' lo statuto stesso della scienza, ridotta a essere, agli occhi dei "relativisti postmoderni", una molteplicità di pratiche e di negoziazioni tra gruppi sociali storicamente e politicamente determinati. Una delle obiezioni opposte dai relativisti agli argomenti di Weinberg è infatti che essi non permettono di capire la storia della scienza. Lo stesso Lolli si affida alla storia, per rintracciare le radici del postmodernismo nella reazione al neopositivismo. Per quanto ravvivata ogni tanto da qualche acuta osservazione, la sua ricostruzione costituisce tuttavia la parte più scolastica e meno stimolante del libro. Lolli traccia una linea di pensiero che prende le mosse da Wittgenstein e passa attraverso l'opera di Hanson, Kuhn e Feyerabend per giungere al sociologismo di Bloor, il cui ruolo è anche troppo enfatizzato a scapito di altri autori, come Shapin e Shaffer la cui opera ha avuto un ruolo paradigmatico per i relativisti d'Oltreoceano.
Curiosamente, nel percorso delineato da Lolli non trovano alcuno spazio i pensatori francesi, da Foucault a Latour, che pure sono continuamente chiamati in causa nella polemica intorno a relativismo e realismo. "Quando si è abbandonato al relativismo", osserva Lolli, Kuhn ha confessato che "quanto più cerchiamo di distinguere l'artista dallo scienziato, tanto più difficile diventa il nostro compito". Agli occhi dello stesso Kuhn tale conclusione era "inquietante e poco gradita" tanto da chiedersi se l'analisi che fa apparire "arte e scienza così incomprensibilmente simili" non fosse dovuta "meno alla loro somiglianza intrinseca che al fallimento degli, strumenti da noi utilizzati per l'analisi approfondita".
Da qui si potrebbe cominciare per una riflessione originale che vada "oltre realismo e relativismo" come promette il sottotitolo del volume. Lolli si limita invece a commentare l'affermazione di Kuhn con un prudente "sembra proprio di sì", per affidare poi le conclusioni ad un artista come Victor Hugo. Di quella (anche troppo lunga) citazione è sufficiente ricordare la fine. "La poesia - dice Hugo - non può decrescere. Perché non può crescere". |