RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 1999
DARIO ANTISERI
Contro i falsi profeti
Torna von Hayek, a lungo snobbato dalla cultura italiana
Una diagnosi amara del ruolo degli intellettuali: troppi maestri e predicatori hanno inseguito il sogno di una "società perfetta"
Friedrich A. von Hayek, "La società libera", Seam, Pagine 648, Lire 60.000
Se i nostri uomini politici trovassero il tempo di leggere di Hayek almeno La società libera, eviterebbero di dire tante insulsaggini sul liberalismo. E questo vale per i laici e per i non laici, per i politici di sinistra e non di sinistra". Questo scrive Sergio Ricossa nella Prefazione alla nuova edizione italiana de La società libera di Hayek, che appare presso la Seam nella collana "Frontiere" diretta da Luciano Pellicani. "Male - afferma Hayek - non è il potere come tale - la capacità di realizzare quel che uno vuole - ma solo il potere di esercitare la coercizione, di forzare altri uomini a servire la propria volontà con la minaccia di far loro danno". E precisa che "la coercizione è un male perché impedisce a una persona di utilizzare completamente le sue facoltà mentali e di conseguenza gli impedisce di dare alla comunità il maggior contributo di cui è capace. Chi è sottoposto alla coercizione cercherà pur sempre di fare quanto meglio può per se stesso, ma l'unico piano di vasta portata in cui le sue azioni si adattino è quello concepito dalla mente di un altro". Per contrario, libero è, ad avviso di Hayek, chi ha la possibilità di agire in base alle sue decisioni e ai propri progetti utilizzando le proprie conoscenze, diversamente da chi è soggetto alla volontà di un altro che con una decisione arbitraria può costringerlo ad agire e a non agire in determinati modi. Libero è, insomma, chi è indipendente dall'arbitraria volontà di un altro. E la libertà dei singoli individui è necessaria per il buon funzionamento della più ampia società. Difatti, "perché il sistema funzioni, l'essenziale è che ogni individuo possa agire in base alla sua particolare conoscenza, sempre unica, almeno in quanto si applica a circostanze particolari, e che possa utilizzare le sue capacità individuali e le sue occasioni entro i limiti a lui noti e per un suo scopo individuale". In altre parole, la nostra conoscenza, oltre che fallibili, sono dispersi tra milioni e milioni di uomini, e per questo una società libera, in cui vige la cooperazione nella divisione del lavoro, "può utilizzare molte più conoscenze di quante non ne potrebbe contenere la mente del più saggio dei governanti". Ecco, dunque, dove risiede il valore della libertà individuale: esso "poggia soprattutto sul riconoscimento dell'inevitabile ignoranza di tutti noi nei confronti di un gran numero dei fattori da cui dipende la realizzazione dei nostri scopi e della nostra sicurezza. La libertà è essenziale per far posto all'imprevedibile e all'impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come abbiamo imparato, da essa nascono le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremmo quando la vedremo". La libertà, dunque, risulta inscindibilmente connessa alla consapevolezza non solo della fallibilità delle nostre conoscenze, ma anche alla nostra "ignoranza". Ed è esattamente per evitare la schiavitù, che occorre abbattere la presunzione della nostra ragione - quella illuministica "presunzione fatale", frutto di "una irragionevole Età della Ragione". Dobbiamo, insomma, ammettere che la massima socratica, secondo la quale il riconoscimento della nostra ignoranza è il principio della saggezza, "ha un significato profondo per capire la nostra società". E noi capiamo la nostra società allorché ci rendiamo conto che la civiltà è sì frutto dell'azione umana o meglio "dell'azione di qualche centinaio di generazioni, ma non è l'esito di disegni umani intenzionali. Da qui si comprende la critica alla concezione costruttivistica stando alla quale tutte le istituzioni e tutti gli eventi sociali (buoni e cattivi) sono completamente in mani umane. Dai ventiquattro capitoli del libro - nei quali si intrecciano riflessioni teoriche e soluzioni pratiche - emerge con chiarezza un ideal-tipo di "liberale" su cui sarebbe più che opportuno che riflettessero tutti i nostrani neo-convertiti al liberalismo. Il liberale "è, come si è visto, una persona consapevole della propria e dell'altrui fallibilità, e della propria è dell'altrui ignoranza; difende l'economia di mercato, non solo perché questa genera il più ampio benessere, ma soprattutto a motivo del fatto che senza economia di mercato non può esistere nessuno Stato di diritto - e difatti "chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini". Il liberale rifiuta l'idea liberticida, stando alla quale sopra all'individuo ci sarebbe qualche altra entità - come, per esempio, lo Stato, il partito, la classe. Il liberale sa che la (presunta) società perfetta è la negazione della società aperta: in ogni utopista sonnecchia un capitano di ventura. Il liberale - afferma con molta decisione Hayek - non è un conservatore: il conservatore teme le novità; il liberale, invece, assume la concorrenza come procedimento di scoperta del nuovo. Il liberale non è un anarchico, non è un libertario: il liberale non pensa che non ci siano funzioni e compiti da affidare al governo. Il liberale, diversamente dai costruttivisti, sa che non tutte le istituzioni e non tutti gli eventi storico-sociali sono esiti di piani intenzionali - si danno, infatti, le inevitabili conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali. E pertanto il liberale è avverso pure alla teoria cospiratoria della società, stando alla quale tutti gli eventi sociali negativi sarebbero frutto di cospirazione o congiure ordite da nemici o comunque da individui malvagi - la realtà è che possono esistere cause senza colpe e riuscite senza merito. Il liberale difende, contro lo Stato onnivoro, i corpi intermedi e le istituzioni volontarie. Mercato e solidarietà per l'economista austriaco sono coniugabili. Non coniugabili sono, invece, mercato, e dissipazione della risorse, mercato e corruzione; lo statalismo fa l'uomo ladro, e trasforma i cittadini in accattoni ricattabili i quali per mestiere fanno gli elettori. E, da ultimo, il liberale non è anticlericale. Scrive Hayek: "A differenza del razionalismo della Rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la religione, e io non posso che deplorare l'anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo
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