RASSEGNA STAMPA

21 FEBBRAIO 1999
GIOVANNI REALE
LE RADICI DELL'OCCIDENTE
Un tuffo dentro di sé
Una riflessione, intorno agli eterni quesiti dell'uomo: corpo, anima e salute
Giovanni Reale, "Corpo, anima e salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone", Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, pagg. 376, L. 39.000
Potrà sembrare paradossale, ma la cultura contemporanea passa attraverso il concetto di corpo sia come idea filosofica sia come immagine che dà visibilità alla condizione umana. E' il corpo che denuncia il disagio dell'Io e, con esso, la domanda di identità (perduta) e di significato ultimo dell'esistere. Il corpo fotografa il permanere di vistose contraddizioni, nonostante lo sviluppo della scienza e dell'economia. Sono la fame che dilania le popolazioni, la violenza che si trasforma in macchina di tortura e di morte, il degrado morale che riduce l'individuo a merce di scambio, la malattia (fisica e psichica) che scopre le carte della nostra fragilità. Chi riflette sul destino umano, che poi è il nostro personale destino, fa i conti con la fisicità del corpo, quella che Botticelli colloca sotto un fascio di luce, Caravaggio avvolge nell'ombra e Bacon deforma fino a smembrarla.
Esiste un problema di riappropriazione del proprio corpo da intendere come ricucitura degli strappi prodotti da volontà dì potenza e incapacità, da razionalità e irrazionalità, da azioni e inconscio. In quest'odissea umana la meta va conquistata. Nessuno la regala. Perdersi è, invece, molto facile perché le sirene spuntano da ogni manifestazione del corpo. Si chiamino esse edonismo, onnipotenza, salutismo, sregolatezza. Serve la compagnia della saggezza. Dove trovarla? L'ultimo libro di Giovanni Reale può essere un buon punto di partenza. Corpo, anima e salute (edito da Cortina e in libreria da martedì) parla del concetto di uomo da Omero a Platone. Questioni lontane e accademiche, qualcuno potrebbe obiettare. Niente affatto.
Proprio nei classici viene illustrato l'atlante delle passioni e dell'insopprimibile desiderio di trovare una risposta al mistero della vita. Come nel precedente volume, Saggezza antica (Cortina) giunto in poco più di un anno a cinque edizioni, Reale attraverso una avvincente e chiara rilettura dei classici, porta allo scoperto le domande dell'uomo contemporaneo offrendo risposte che hanno superato le obiezioni del tempo e della storia. I mali del corpo si possono curare soltanto curando i mali dell'anima. Dal volume di Giovanni Reale anticipiamo un ampio stralcio dell'introduzione.(G.S.)
Uno dei bisogni più radicali dell'uomo, un bisogno difficile da soddisfare, è quello di conoscere se stesso.
Arnold Gehlen, nel celebre L'uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo giustamente scrive: "C'è un essere vivente, che tra le sue caratteristiche più rilevanti ha quella dì dover prendere posizione circa se stesso, cosa per la quale è precisamente necessaria una "immagine", una formula interpretativa. Circa se stesso significa: circa le proprie pulsioni e qualità percepite, ma anche circa i propri simili, gli altri uomini; infatti, anche il modo di trattare gli uomini dipende da come li si considera e da come si considera se stessi. Questo, però, vuol dire che l'uomo deve interpretare la sua natura e perciò assumere un atteggiamento attivo e tale da prendere posizione rispetto a se stesso e rispetto agli altri; il che non è tanto facile a farsi".
Ma perché la soluzione del problema si rivela così ardua? Una risposta in realtà c'è, ed è stata da tempo colta, ma è stata espressa nei modi più diversi, addirittura antitetici. Infatti l'uomo è una realtà che è tale in sé e per sé, e quindi oggettiva e incontrovertibile; ma si tratta di una sorta di realtà che, a seconda della prospettiva da cui la sì guarda, la sì interpreta in modi differenti e addirittura in netto contrasto fra loro.
La realtà dell'uomo risulta essere un qualcosa che potremmo ben indicare come ontologicamente intermedio fra l'animale e ciò che va oltre l'animale, ed è proprio l'interpretazione di questo 'intermedio ontologico" che risulta problematica. Ed ecco quali sono i modi antitetici in cui tale "realtà intermedia" viene vista, i quali vanno da una dimensione di straordinaria "grandezza" a un'opposta dimensione di straordinaria "piccolezza".
Nel Corpus Hermeticum si legge l'affermazione che "l'uomo è un grande miracolo" (magnum miraculum est homo). E Pico della Mirandola, nel suo celebre Discorso sulla dignità dell'uomo, la interpreta e commenta in modo splendido. Tutte quante le creature sono ontologicamente determinate secondo l'essenza che è stata loro data, ìn base alla quale non possono essere altro da ciò che si trovano a essere. Ma per l'uomo non è così. Infatti, l'uomo è stato posto come al confine di due mondi e dotato di una natura non predeterminata in modo assoluto, ma costituita in maniera tale che debba essere luì stesso a plasmarsi e a scolpirsi, secondo la fortuna da lui scelta. E, dunque, l'uomo può elevarsi e porsi sul piano della vita della pura intelligenza, o abbassarsi e porsi sul piano della vita di un bruto.
Il "grande miracolo" dell'uomo consiste, allora, nell'essere colui che si autocostruisce, colui che, in larga misura, è l'artefice di se medesimo.
La posizione antitetica è certamente quella delineata, qualche secolo dopo, da Friedrich Nietzsche, che interpreta la "realtà intermedia" propria dell'uomo come segue: l'uomo è das noch nicht festgestellte Tier, ossia "un animale. non ancora determinato", un animale "incompleto"" o meglio "incompiuto", "non ancora compiuto".
Su questa concezione molto si è scritto. A nostro avviso, fra, tutti i commenti emergono quello di Jaspers e quello di Heidegger, che conviene richiamare.
Karl Jaspers chiama in causa una serie dì affermazioni di Nietzsche e osserva: "Nel mondo vivente l'uomo deve essere paragonato all'animale... Il loro fondare città e Stati, il loro gareggiare..., il loro soverchiarsi con l'inganno e calpestarsi, il loro grido nella disgrazia, il loro gioioso ululato nella vittoria: tutto è continuazione dell'animalità". Sorgono così le molte definizioni in cui Nietzsche associa l'uomo all'animale: "L'uomo è la migliore belva feroce", l'uomo è il più crudele degli animali", e ancora, è "l'animale più coraggioso"; e, quando pensa, è "un'animale giudicante'". Ma la differenza fra l'uomo e l'animale sta appunto nel fatto che mentre l'animale ha una precisa determinazione l'uomo è appunto "non ancora determinato".
Jaspers precisa: "Ciò significa che l'uomo propriamente non è soltanto animale, ma anche qualcosa di non ancora ben definito. L'indeterminatezza delle sue illimitate possibilità lo porta ad una minacciosa mancanza d'ordine. Ne consegue che l'uomo appare come una malattia dell'esserci". Jaspers ritiene però che tale concezione dell'uomo come "malattia", oltre che un grave difetto, costituisca anche il valore, la grandezza dell'uomo, Ma si tratta di una grandezza fallimentare, in quanto, con l'illusorio progresso, l'uomo diventa, per lo più, un "animale da branco".
Martin Heidegger, dal canto suo, ha precisato che per Nietzsche l'uomo "non ancora determinato" può diventare animale finalmente "determinato", rovesciando il primato da sempre attribuito alla "ragione" a favore del "corpo". Nietzsche ha scritto, in effetti "La forza e la potenza dei sensi - é questa la cosa più essenziale in un uomo ben riuscito e integro: per prima cosa deve essere dato il magnifico "animale" -che cosa importa altrimenti ogni "antropomorfizzazione"!". E Heidegger precisa: "La fissazione (Fest-stellung ) metafisica dell'uomo come animale significa l'affermazione nichilistica del superuomo".
Ma anche la determinazione dell'indeterminatezza dell'uomo come superuomo nell'ottica nietzschiana non può essere che negativa. In realtà, per determinare la sua natura, l'uomo non può se non collocarsi, come giustamente Heidegger rileva, nella dimensione del nichilismo assoluto. Infatti, l'uomo non può far riferimento a un "Bene", che non c'è, né a un Dio, che è "morto".
La storia dell'autoconoscersi - e dell'operare - dell'uomo consiste proprio nella mobile determinazione dei tratti informi della propria forma. A questo punto emerge una domanda: non ci sono, allora, delle connotazioni strutturali che si sono imposte come stabili e irrinunciabili nell'autopensarsi dell'uomo? Le connotazioni tradizionali sono cadute in crisi nella cultura contemporanea. Per esempio, la definizione biblica dell'uomo come "immagine di Dio", diffusa nel pensiero tardo-antico e cristiano, è stata messa in crisi appunto, dalla "morte di Dio. In età moderna si è delineata con successo la definizione kantiana dell'uomo come "fine" e non come "mezzo", espressa in maniera paradigmatica nel celebre imperativo: "Agisci in modo da considerare l'umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro sempre anche al tempo stesso come scopo, e mai come semplice mezzo".
Ma anche questa convinzione è stata minata alla base dalla negazione nichilistica del fine (e in larga misura anche della libertà).
Ancora Nietzsche: "Il divenire non ha uno stato finale, non sfocia in un "essere" [..
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vedi anche
Il mondo dell'uomo