Embrioni, lasciamo fuori Dio creatore| Fecondazione artificiale: i diritti del nascituro cos'hanno a che vedere con l'essere o no cattolici? |
| Forse ha davvero ragione il cardinale Tonini (a Pinocchio del 4 febbraio): la questione dei diritti dell'embrione non ha nulla a che fare con le opzioni religiose, con l'essere o no cattolici. E' una faccenda di natura. Ma può darsi che ciò sia vero in un senso che il cardinale non accetterebbe. Per esempio, nel senso che Dio non ha da fare con gli embrioni, e la loro asserita sacralità, più di quanto abbia da fare con il fatto che qualcuno di noi sia nato con la gobba, o che una specie animale si sia estinta per la caduta di un meteorite sulla Terra centomila anni fa. Anche chi crede in Dio creatore traduce difficilmente questa convinzione nell'immagine di un essere eterno che fabbrica il mondo materiale, dalle pietre agli animali agli esseri umani, e fissa una volta per tutte, o addirittura di volta in volta per ciascun ente individuale, la loro identità genetica. E' da questa concezione antropomorfica, che non sappiamo come si concilierebbe con la teoria dell'evoluzione e in generale con la cosmologia scientifica, che dipende alla fine tutta la chiacchiera sulla sacralità della vita e, da ultimo, sul diritto all'identità biologica. Chi parla di questo diritto dovrebbe spiegarci se essa non sarebbe rispettata meglio da una dura politica eugenetica, che eviti appunto ai nuovi nati di venire al mondo con tare ereditarie, con predisposizioni alle malattie, con difetti fisici o psichici di ogni genere. Chi mai si sentirebbe titolare del diritto alla propria identità di malato inguaribile, se non attribuisse alla fine questa sorte alla volontà misteriosa di Dio?
Si badi che rassegnarsi, anche gioiosamente, alla disgrazia vedendovi la volontà di Dio è una cosa molto nobile, e addirittura augurabile persino da un punto di vista puramente utilitario e pragmatico. Ma credere nella Provvidenza e cercare negli eventi anche spiacevoli un segno che ci viene da lei è un modo di credere al Dio della storia più che a quello della natura. Il Dio-Provvidenza è qualcuno che ci parla e che, per significare, ha bisogno di un orecchio che ascolta. Di qui a sacralizzare la struttura del Dna, risultato di un insieme infinito di eventi casuali come casuali sono gli esiti dell'evoluzione, c'è un abisso. Se non vogliamo buttar via la ricerca scientifica moderna sul cosmo, la vita, l'evoluzione, dobbiamo pensare a Dio come al Dio della storia e non come al misterioso artigiano che produce e regola la natura, quella stessa di cui parlano Galileo, Newton, Einstein.
Decidiamoci dunque a dire che anche i diritti dell'embrione sono tali non in base alla considerazione di quel determinato pezzo di materia, risultato anch'esso di un incontro "scandalosamente" casuale di gameti, da cui, a certe condizioni, nascerà un individuo umano. Anche questi diritti sono diritti radicati nella storia e nella vita sociale. Se si prova a discutere con i loro difensori, e con i teorici dell'inviolabile identità biologica, ci si sentono opporre ragioni squisitamente sociali: se non si difende l'embrione, ci dicono, si apre la via allo sterminio dei deboli e incapaci, o eventualmente delle razze "inferiori" (Hitler docet). Ancora: c'è il rischio che degli embrioni si faccia commercio, che si operino manipolazioni illimitate, tali, si sottintende, da creare mostri, individui adibiti a deposito di organi per trapianti, schiavi. Potrà apparire scandaloso ma non lo è poi tanto: dell'embrione come tale non ci importa niente, come non ne è mai importato tanto alle civiltà del passato. Lo difendiamo, e gli conferiamo una sacralità, solo perché ci importano i diritti dell'individuo vivo, del soggetto autocosciente che può starci di fronte rivendicandoli. Quando, come accade in tanti casi attuali (inseminazione artificiale, aborto; o, all'altro estremo della vita, eutanasia) diritti degli individui coscienti effettivamente coinvolti confliggono con quelli "embrionali", si trova sempre un'autorità - Chiesa, governi, maggioranza democratica di parlamenti tentati dallo Stato etico - che si arroga il diritto di farsene portavoce imponendoli alle persone reali coinvolte. Se, come pare, le cose stanno così, si vede che le (buone) ragioni del rispetto dell'embrione, che sono ragioni di rispetto per la vita non come puro fatto (e fato) biologico, ma come storia e comunicazione con gli altri, vengono rovesciate nel loro opposto: il diritto dell'embrione prevale su quello delle persone vive.
Se, come insegna anche il cardinale Tonini, tutto questo non è questione di fede religiosa, lasciamo fuori Dio creatore della discussione. E cominciamo a guardare alla natura in termini realistici - come al mondo dove il pesce grande mangia il piccolo, dove vita e morte sono sempre inestricabilmente legate e in conflitto; e dove tra l'altro una quantità di embrioni vanno "naturalmente" perduti. Insomma come a un ambito da cui non possiamo pretendere di trarre norme, diritti, "radici" e "identità". La natura dell'uomo, del resto, è quella di avere storia, di costruire culture, di inventare tecniche. Certo, non tutto quello che è tecnicamente possibile è moralmente lecito. Ma non saranno certo gli ovuli, gli spermatozoi, i filamenti del Dna a fornirci i criteri; possiamo sperare di trovarli solo nelle parole che, forse anche provenendo dal Dio della storia, costituiscono l'orizzonte della nostra civiltà.
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