Campanella, l'utopia in carcere| I processi contro il filosofo ricostruiti in un volume postumo di Luigi Firpo. Anche grazie all'apertura degli archivi vaticani |
| Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Galileo Galilei sono tre nomi che si presentano legati
insieme nell'immagine che ne ebbe l'Italia liberale: martiri dell'intolleranza ecclesiastica, eroi del libero pensiero e della scienza moderna. Nella realtà, l'unico di loro che conobbe e incontrò gli altri due fu
Campanella: dall'ottobre del 1594 il domenicano calabrese - estradato da Padova, dove aveva
conosciuto Galilei - condivise con Bruno le prigioni del Sant'Uffizio a Roma.
Quanti siano i processi a cui fu sottoposto Tommaso Campanella, non è facile dirlo. In confronto al
suo, ben semplice appare il caso di Giordano Bruno, bruciato vivo nel 1600 in Campo de' Fiori a
Roma. Chi vuol seguire le sue vicende e avere un'idea esatta dei documenti - almeno di quelli che ci
sono rimasti - ha a disposizione il volume di Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, edito postumo
a cura di Diego Quaglioni (Roma, Salerno 1993, pp. XXVI-378). L'accanita, puntuale ricerca di Firpo ha
portato nel nostro secolo una traccia della passione con cui quei documenti sono stati lungamente
cercati come prova nel processo d'accusa che la cultura liberale celebrò contro l'intolleranza
ecclesiastica. Alla fine del secolo scorso si discuteva ancora se Bruno fosse stato veramente
mandato a morte. Il governo Crispi dovette far aprire con la forza della legge un archivio romano per
raggiungere la prova certa della morte sul rogo.
Oggi, quelle battaglie sembrano lontane. L'archivio del Sant'Uffizio è stato aperto e chi vuol conoscere
queste vicende può leggerne tranquillamente i documenti nei libri. Il loro fascino è straordinario. Una
buona occasione è ora offerta dalla casa editrice Salerno di Roma, che ha pubblicato, ancora di Luigi
Firpo, I processi di Tommaso Campanella, (Roma, 1998, pp. XVI-352). Eugenio Canone ha fatto
nascere questo libro mettendo insieme con gran cura i lavori che Luigi Firpo dedicò alla vita e ai
processi di Campanella.
Nella appassionante ricostruzione del Firpo, seguiamo il monaco calabrese attraverso ben quattro
processi tra il 1591 e il 1598. I documenti di questo mostruoso episodio processuale sono riprodotti
nel libro con traduzione a fronte e ampia annotazione. Si può così seguire momento per momento e
parola per parola quel che accadde a Campanella dopo il fallimento della rivolta, la fuga e l'arresto. Fin
dalla sua prima, incauta deposizione verbalizzata il 10 settembre 1599, la partita tra il ribelle e il
potere sembra perduta; gli esercizi difensivi di Campanella, imputato conteso fra più tribunali e ormai
in posizione disperata, abbandonarono presto il terreno dei memoriali scritti e si arroccarono nella
celebre finzione di pazzia. Fu una scelta vincente. Altrimenti, Campanella avrebbe seguito sul patibolo
i suoi sventurati compagni di congiura. Il monaco cominciò la sua simulazione il 2 aprile 1600, la
mattina di Pasqua. Per costringerlo a tradirsi, lo sottoposero alla tremenda tortura della "veglia":
quaranta ore di sofferenza ininterrotta. Campanella resistette. E, mentre il secondino se lo portava via
dolorante e semisvenuto, gli sentì dire una frase che da sola dà la misura della determinazione
dell'uomo: "Che si pensavano che io era coglione, che voleva parlare". Questa vicenda nel fondo di
buie e immonde prigioni fa da sfondo alla grande opera, poetica, filosofica, teologica e politica del
pensatore calabrese. Ognuno sa di fra Tommaso Campanella almeno una cosa: che sognò la Città
del Sole come società ideale. Delle moltissime altre pagine scritte da Campanella, poco entra ormai
nella conoscenza dei non specialisti. Eppure fu a quei suoi libri che affidò il senso stesso della
propria vita: glieli avevano distrutti, ma lui li scrisse di nuovo. Nei decenni che trascorse in carcere
accumulò una quantità incredibile di opere e di pagine. Era il suo modo di restare vivo: l'amore per il
sapere, la convinzione di avere un compito importante da svolgere nel mondo delle idee furono vivi in
lui fin da quando, bambino, privo di mezzi per studiare, seguiva dalla finestra della scuola le lezioni
destinate a coetanei più fortunati.
Per i libri, c'era un'altra specie di prigione: la messa all'indice. E questa prigione accomunò
idealmente i tre nomi che abbiamo ricordato, Bruno, Campanella, Galilei. Nel 1602, mentre
Campanella soffriva nel carcere di Napoli, l'Inquisizione romana decideva la proibizione di tutte le sue
opere, assieme a quelle di Giordano Bruno. Da quella prigione, le opere uscirono solo cent'anni fa,
quando l'Indice di Leone XIII chiuse un tormentato percorso di vicende censorie cassando finalmente il
nome di Campanella: era una tacita, tardiva riabilitazione.
E Galileo, come uscì da questo carcere? La domanda se l'è posta uno studioso gesuita, Pierre-Noel Mayaud, in un dotto volume, condotto sui documenti del Sant'Uffizio e dell'Indice (La condamnation
des livres coperniciens et sa révocation, Pontificia Università Gregoriana 1997). La cosa avvenne
assai tardi, quando ormai era difficile dubitare del moto della terra attorno al sole. Avvenne senza
rumore. E' una storia appassionante, che varrà la pena leggere in tempi in cui si discute sempre più
fervidamente dei rapporti tra scienza e fede. Galileo ebbe il duplice torto di avere ragione e di non
tacere. Torto ancora oggi imperdonabile. In un libro di Annibale Fantoli (Galileo per il copernicanesimo
e per la Chiesa, II edizione, Libreria editrice vaticana 1997, pp. 538, vol. 2º della collana di "Studi
galileiani" a cura della Specola Vaticana) accanto a una piana e ben documentata rilettura del caso,
vediamo spuntare la tesi apologetica che la Chiesa non avrebbe sbagliato nel condannare Galileo
perché in realtà si trattò della condanna non di una "eresia teologica", ma di una "eresia
inquisitoriale"; è una fine distinzione verbale che permette di scagionare la Chiesa dall'errore di aver definito eretica la tesi che la Terra si muove intorno al sole e non viceversa.
La Chiesa, in realtà, avrebbe condannato soltanto la disobbedienza di Galileo all'ordine di non
insegnare quella teoria. E, in fondo, aggiunge Fantoli, Galileo non riuscì a far comprendere la sua scoperta. E quindi, si potrebbe aggiungere, ben gli stette se fu condannato. |