Anche l'Italia sta per uniformarsi alla normativa europea in materia di trapianti d'organo. Ciò significa che mentre prima, per donare gli organi, era necessario l'assenso del donatore o dei suoi parenti in vece sua, oggi, se prima non si è negato il proprio assenso, per donare gli organi basta semplicemente morire. Ma sono davvero morti, completamente morti i corpi da cui si espiantano gli organi? Non ho mai sentito una parola chiara da parte dei medici, e invece mi piacerebbe proprio saperlo. Quindi attendo che, almeno in occasione della promulgazione della legge qualche autorevole luminare della medicina si pronunci chiaramente, anche se mi rendo conto che sono forse troppi i criteri per stabilire quando la vita di uno se ne è davvero andata.
Senza nessuna intenzione di sollevare obiezioni alla pratica dei trapianti che consente a molti individui di tornare ad esistere come corpi viventi e non come organismi assistiti, vediamo di non dimenticare che ogni raggio di luce acceso dalla scienza alle umane speranze ha la sua ombra di cui è bene prendere coscienza, perché non c'è niente di peggio e di più pericoloso, di fronte a qualsiasi progresso della scienza, che rimuovere la sua zona d'ombra.
E l'ombra che ogni progresso scientifico porta con sé è che il senso della vita, la sua estensione, la sua durata, il suo confine, il suo limite, così come il senso della morte, la sua costellazione simbolica, la sua anticipazione e il suo senso tendono progressivamente a uscire dalla nostra diretta esperienza, per diventare sempre più un affare della tecnica medica. E ciò che significa?
SIGNIFICA che la scienza, togliendo il confine tra la vita e la morte, ci ha privato di un grande simbolo, il simbolo del trapasso, che la sensibilità popolare identificava nell'ultimo respiro. Oggi il trapasso tende a uscire dall'esperienza umana per diventare una pura registrazione di macchine: arresto cardiocircolatorio, elettroencefalogramma piatto? E così si affida alla scienza quel che sottraiamo alla nostra esperienza e alla simbolica di cui finora si è nutrita la nostra cultura, oggi sempre più condizionata dalla mitologia della scienza che induce in ciascuno di noi quello sguardo che definirei modesto, perché solo organico, che la medicina ha della vita e della morte.
La scienza medica fa benissimo ad attenersi al suo sguardo esclusivamente organico, altrimenti salterebbero tutti i suoi metodi. Ma malissimo faremmo noi uomini ad abbassare il nostro sguardo sulla vita e sulla morte a livello dello sguardo scientifico.
Perderemmo nell'ordine: la nozione di corpo a favore di quella di organismo, la nozione di individuo a favore di quello di genere, la nozione di vita e di morte e più in generale di esistenza a favore del puro e semplice prolungamento di un quantitativo biologico dimenticando che la vita del corpo è il suo vissuto e la sua presa sul mondo, e che quando la scienza un giorno ci dirà di essere riuscita a creare la vita, potrà esprimersi così solo perché, dal suo punto di vista, ha già stabilito che la vita è la pura e semplice animazione della materia.
Abbiamo rinunciato in questi anni a tutte le ideologie politiche e sociali, solo per rifugiarci senza esitazione nell'ideologia scientifica? L'ideologia scientifica non è la scienza, è quel sovrappiù di fede e di speranza con cui gli uomini si attaccano alla scienza, senza accorgersi che la mentalità scientifica, non per colpa sua, ma comunque obbliga tutti a rinunciare a quelle categorie "umanistiche" con cui fino a oggi abbiamo interpretato l'uomo.
Si tratta di quella mentalità secondo cui noi siamo sempre meno individui, e sempre più una sommatoria d'organi, come le macchine lo sono di congegni, per cui l'idea illuministica dell'homme machine che tanta reazione e rifiuto aveva suscitato, oggi non desta il minimo scalpore. Quel che a suo tempo non riuscì alla filosofia oggi riesce alla medicina, la cui mentalità va diffondendosi in ciascuno di noi senza che nessuno pensi a quale concetto di uomo fa riferimento la scienza medica per poter sostituire i pezzi del nostro corpo, per poterli asportare, inserire, trapiantare. Lo sguardo che la scienza medica ha dell'uomo non si solleva di un palmo dall'anatomia da cui questa scienza è nata, e ana-temnein in greco significa appunto "tagliare", "fare a pezzi". A questo punto quale accusa si può rivolgere a un sapere conseguente che ci invita a pensarci "scientificamente" come pezzi accostati, intercambiabili, buoni per tutti?
Questa mentalità che riduce il mio corpo a generico organismo, che toglie alla mia corporeità quella sfera di appartenenza così intima, per cui nessuno di noi dice "ho un corpo stanco", ma semplicemente "sono stanco", perché ciascuno di noi coincide con il proprio corpo, che lo stesso Tommaso d'Aquino indicava come "principio di individuazione", ebbene questa mentalità, che la medicina a sua insaputa diffonde, è devastante per la nozione di individuo, per non parlare dei processi psichici di individuazione che vengono semplicemente azzerati più si mortifica la nozione di individuo a tutto vantaggio di quella di organismo generico.
Né possiamo attenderci una difesa della specificità dell'individuo dalla cultura religiosa, perché se da un lato è vero, come dice Kierkegaard, che fu proprio il cristianesimo a cogliere nell'individuo la specificità dell'uomo e la sua differenza dall'animale, dove il genere prevale sull'individuo, dall'altro lato la cultura religiosa non può che ottenere notevoli vantaggi dalla diffusione della mentalità scientifica, perché più l'uomo si pensa come generico organismo, più avrà bisogno di un supplemento d'anima, per tutte le sue esigenze che, a partire dalla concezione di sé come semplice organismo, non riesce a soddisfare. E così, al di là delle deplorazioni e degli inviti alla prudenza che di tanto in tanto le autorità religiose rivolgono alla scienza medica, il materialismo di quest'ultima lascia alla cultura religiosa tutto lo spazio che desidera. Basta dividersi il campo e poi si convive benissimo.
L'unico a soffrirne resta l'uomo, per il degrado del concetto di sé che, grazie alla scienza medica, va introiettando. Tanto clamore, un giorno sì e un giorno no, per la cultura di massa che distrugge l'individuo in un progressivo processo di omologazione di cui non si vede la fine, e non una parola sulla scienza medica che, con i trapianti, ma forse con il semplice trattamento nelle corsie degli ospedali, risolve l'individuo nella genericità dell'organismo, senza che nessuno abbia nulla da obiettare?
Ma, dopo il dileguarsi del concetto di individuo, c'è un secondo punto da evidenziare nella zona d'ombra del progresso scientifico: l'egemonia incontrollata del concetto di utilizzabilità. Nella mentalità tecnico- scientifica qualcosa ha senso solo se è "utilizzabile", solo se è "impiegabile" per qualcos'altro. In questo "universo di mezzi", che la mentalità tecnico- scientifica va dispiegando, non si dà un "fine" che possa acquisire una sua rilevanza se a sua volta non assurge al rango di "mezzo" per qualcos'altro. E a questa legge non sfuggono né le cose, né gli uomini che la medicina tende a visualizzare, come già diceva Heidegger nel 1951 di fronte agli entusiasmi per i successi scientifici del chimico Kuhn, "come materia prima, anzi la materia prima più importante (die wichtigste Rohstoff)".
Questo non significa che la pratica dei trapianti debba essere ostacolata, ma nel favorirla, come è nell'intento della legge ieri approvata da un ramo del Parlamento, è importante essere consapevoli anche della zona d'ombra che la mentalità dei trapianti porta con sé. E questo perché quando la vita e la morte cadono sotto l'esclusiva giurisdizione della scienza, il concetto di uomo va in frantumi e, valicati certi limiti, i ritorni all'esperienza umana si fanno sempre più improbabili, col pericolo, per ciascuno di noi di trovarci diversi dall'uomo che finora abbiamo conosciuto e per giunta a nostra insaputa. |