| La cattolica in equilibrio tra due libertà | La lettura deli'articolo di Jori sulla libertà della Cattolica o nella Cattolica (il titolo è diverso nel "Sole-24 Ore" e nella rivista "Notizie di Politeia", ma ha senso in ciascuna delle versioni) suscita, più che reazioni, considerazione di varia specie.
Sullo sfondo c'è sempre. il volto, atteggiato insieme a compiacimento e a sofferenza, di chi si è fatto protagonista della riedizione di un ormai vecchio e un po' logoro canovaccio. ma questa immagine ormai si sta dissolvendo e rimane solo pretesto per riartizzare la polemica sui rapporti tra pubblico e privato (o cattolico) nel campo dell'istruzione, sulla libertà dell'insegamento, sulla garanzia delle istituzioni universitarie pubbliche e non pubbliche e via dicendo. La storia è antica e la vicenda è caduta dunque al momento giusto, giacché proprio ora si sta dibattendo di nuovo sull'insegnamento, non statale e sul relativo finanziatnento. Ben venga dunque chi, con proprie iniziative più o meno pubblicizzate dentro e fuori l'Università Cattolica, consente di proseguire nella vecchia lamentazione sulla debolezza della libertà del docente, sulla sofferenza del pensiero libero, sulla difficoltà di convivenza tra libertà e istituzioni, specie dentro le università e gli istituti non statati.
Il primo pensiero allora è proprio su ciò. La libertà di insegnamento è certo una specificazione della libertà di manifestazione del pensiero, però si contamina con la libertà della scuola e la scuola (o università) è in ogni caso un'ìstituzione. Allora, tra due libertà occorre trovare pur sempre un punto di equilibrio. Anzi, la libertà di insegnare diviene dovere di insegnare quando si tratta di definire il rapporto con la scuola. Il nucleo della libertà di insegnamento si ritrova così all'interno della scuola e del rapporto che con questa il docente coltiva. Non si è quindi liberi di impostare l'insegnamento secondo una sorta di arbitrio personale, ma si deve insegnare alla stregua dell'ordinamento scolastico e anche dell'ordinamento universitario dal quale pure si ricavano dei limiti alla libertà del docente, se non altro come dovere di fedeltà all'oggetto o alla materia del proprio insegnamento, Che questi doveri siano poi sanzionati dell'istituzione oppure dalla comunità degli studiosi o dei docenti della materia, in un modo o nell'altro, alla fine poco conta. Una linea ci vuole ed è anzitutto un segno di onestà e di moralità (comune, e non solo cattolica).
Un altro argomento si dà come una sorta di prolungamento del primo: la filosofia nell'università, che sia statale o che sia libera o privata, ci sta sempre un pò stretta. Ticordate il ribello di Schopenhauer, "La Filosofia delle Università"? Il filosofo universitario non è altrettanto libero oppure gode di uno spazio che non è interamente a sua disposizione, del quale invece può profittare il filosofo non accademico. Ma, a ben guardare, non si tratta di spessori o profondità di libertà, ma di libertà di scelta di argomenti e di comportamenti.
Altra considerazione: la libertà del docente ne solleva la responsabilità. Questa è una dimensione della libertà, in quanto oggettivata nel rapporto con gli altri. Il docente è responsabile verso gli allievi e attraverso questi verso l'istituzione. E anche tale aspetto vale a spiegarci che al docente non è consentito di far entrare nel proprio insegnamento argomenti stravaganti, solo per creare dei dibattiti, arrogandosi una sorta di potere di elaborare da se stesso gli oggetti delle sue lezioni.
Che nell'organizzazione universitaria, qui compreso lo Stato, operi alla fine una serie di vincoli, non è frutto di intromissione nella libertà del docente, ma di necessaria definizione dell'oggetto dell'insegnamento che è anche oggetto del rapporto tra il docente e l'università. Tutto ciò è da accettarsi proprio in nome della responsabilità. Altrimenti si finisce nell'indistinto e quindi nell'arbritrario, anche nel campo della filosofia, il cui insegnamento si presenta anch'esso articolato per sotto materie. Questa divisione obbliga pur essa il docente, senza nulla togliere alla sua libertà, rettamente intesa, di esprimersi e costruire da sé il proprio corso di lezioni.
Oggi c'è la tendenza a sovrapporre e a confondere i piani di ogni questione e si arriva facilmente a predicare una libertà senza confini, che apparterrebbe peraltro solo a poche persone illuminate da una specie di grazia laica. Ma chi è convinto di ciò dovrà alla fine rendersi conto che anche per insegnare nell'Università Statale dovrà soggiacere a regole di comportamento e, dovrà soddisfare a doveri elementari a pena di perdere egli stesso il bene della propria libertà: naturalmente, se la libertà è, oltre che un diritto formale, un sentimento profondo e la giusta immagine della propria civiltà e della propria cultura.
Non si venga dunque a dire che dopo l'episodio Vallauri, in sé povero e forse artificiosamente inventato, i docenti dell'Università Cattolica non sarebbero liberi, quasi proprio perché non vengono a loro volta privati del nulla osta dell'autorità ecclesiastica. A tanto mi pare che si spinga l'autore dell'articolo in discussione per dare una parvenza di accettabilità alla propria opinione, quasi che l'ingresso nell'Università Cattolica come docente sia l'effetto di una sorta di assoggettamènto di tutto il proprio essere verso l'autorità ecclesiastica. Questa rappresentazione è falsa e acrimoniosa, nonché offensiva di chi, essendo stato chiamato a ricoprire una Cattedra in questa Università, ha conservato intatta, e spesso cresciuta e motivata, la propria dignità e anche la propria libertà. Ciò conferma che vi è una normalità di presenza e di attività del docente, che viene trasgredita solo quando ci si pone volutamente fuori da quell'equilibrio necessario, spirituale e culturale, tra la libertà di insegnare, e quindi di pensare e di esprimersi, e la libera esistenza e funzionalità dell'istituzione.
Il messaggio dell'articolo di Jori è sin troppo chiaro, solo l'ombrello statale garantisce e protegge la libertà del docente, mentre nell'Università Cattolica e nelle altre istituzioni della scuola cattolica aleggerebbe ancora un antico oscurantismo non dissipato dall'abbraccio della modernità: il discorso è vecchio e risaputo, ma si deve sopportare come uno dei luoghi comuni della nostra stanca cultura. Si parla male del vicino e del dirimpettaio solo per guardarsi allo specchio con qualche soddisfazione.
A me personalmente, che ho conosciuto e stimato Lombardi Vallauri fin dai tempi del suo insegnamento all'Università di Firenze, l'episodio che ha causato la sua uscita dall'Università Cattolica è dispiaciuto assai, sul piano umano e della amicizia. Debbo n'conoscere però che talora la prevaricazione della propria e dell'altrui libertà è solo il frutto di un picco di superbia, e cioè dell'illusione di poter comunque imporre, nell'ainbiente dell'insegnamento e fuori di esso, una nuova immagine di sé e del proprio pensiero, con la pretesa di farla accettare. |