Chi ha messo il gene nel piatto| Trans-patate, lumache "high tech", bistecche "mutanti": la scienza ci rinnova il menu. Con qualche rischio |
| Quando erano ancora un cibo fantascientifico per un lontano futuro, gli alimenti transgenici erano definiti franken food, dove Franken stava per Frankenstein. Oggi che girano in quantità anche sulla tavola degli italiani, più che esorcizzarli converrebbe giudicarli uno per uno e fare i conti con loro. Del resto, almeno quelli cosiddetti "sicuri", li ha imbanditi l'Unione Europea concedendo la sua autorizzazione a soia e granturco (modificati geneticamente), dopo i controlli e le garanzie fornite dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Chi si accosta al mondo dei trans-ingredienti alimentari è subito scoraggiato dall'immensa quantità di cibi di cui entrano a far parte. L'alchimia genetica si nasconde ormai nel pane, nel riso, nei pomodori, nel formaggio, nelle patate, nelle zucche, nei dolci, negli omogeneizzati per la prima infanzia, nelle merendine, nella maionese, nel cioccolato, nelle caramelle, nelle salse, nei budini, nei gelati.
Un'associazione tedesca di consumatori ha calcolato che la soia transgenica è componente di 30 mila prodotti. Il regolamento europeo, entrato in vigore a settembre anche in Italia, impone ai produttori di indicare sull'etichetta se un alimento è transgenico. Ma in realtà, nessuno è oggi in grado di svelare se nei cibi c'è stata manipolazione genetica. Mancano sistemi di controllo rapido ed esauriente.
E spesso il controllo è addirittura impossibile. Su questo fronte, qual è il grado di sensibilità delle famiglie italiane? A parte la guerra, certamente marginale, scatenata contro i trans-alimenti dagli ecoterroristi (a Natale avevano preso di mira una multinazionale delle ghiottonerie), sono tre gli atteggiamenti che prevalgono. C'è la pattuglia di coloro che, su Internet, dichiarano il loro no al transgenico, "per una battaglia di civiltà" (Agrisalus, Associazione consumatori-utenti, Greenpeace). Poi c'è la famiglia, più o meno informata, che rinuncia a forme di resistenza commerciale (quale?) ma si rifugia nel mercato dei prodotti biologici o acquista confezioni con scritto: "Non contiene soja o mais transgenico", nella pia speranza di non essere presa in giro. Quanto alla stragrande maggioranza dei consumatori, silenziosa ma soprattutto distratta, ha di fatto accettato questa rivoluzione che le arriva nel piatto. Anzi, non se ne è accorta neppure. Nei primi anni '90, si sorrideva leggendo sulle riviste americane il seguente menu giornaliero. Alle 8 del mattino, latte ad alto contenuto di vitamine, che potenzia le difese immunitarie. Poi uova e bacon, rigorosamente privi di colesterolo. Succhi di frutta a volontà, ottenuti non certo spremendo arance e pompelmi ma coltivando in laboratorio cellule vive. Alle 10 si affetta un buon pomodoro flavr savr, di quelli che non marciscono mai, e lo si condisce con olio di alga ingegnerizzata. E chi non fa a meno del caffè sorbirà una tazzina di quello transgenico senza caffeina. Per il lunch delle 12,30: lumache in versione high tech o carne senza colesterolo, gustosi fagioli ipernutrienti (risultato del matrimonio genetico con la noce brasiliana) e trans-patate che friggono all'istante. Alle 16,30 altre leccornie: sedano per-croccante e carciofo anti-infezioni, rinforzato con un gene di topo. Per cena braciola di supermaiale extramagro con una coppa di champagne "mutante", prodotto in vigne corroborate dall'ingegneria genetica. Ma chi applica le biotecnologie all'alimentazione giura che i risultati sono molto più seri. Negli Stati Uniti, il raccolto di soia per acro è aumentato di 7 volte. Non per niente la Cina e la maggior parte dei Paesi del terzo mondo si stanno lanciando a corpo morto nelle nuove produzioni. Sul globo, gli ettari coltivati con i "semi di Frankenstein" sono ormai 60 milioni. Tra un anno la distesa sarà raddoppiata. Le biotecnologie alimentari sono una bilancia che va scrupolosamente studiata sia sul piatto dei benefici sia su quello dei rischi. Ci sono tante ragioni, pro e contro, che l'opinione pubblica deve conoscere. Con la bioingegneria si potrà produrre su qualsiasi terreno, con qualsiasi clima e sventando in partenza l'attacco di insetti predatori. Le piante, promettono gli scienziati, offriranno al genere umano nutrimento senza limiti, soddisfacendo le esigenze più sofisticate; forniranno farmaci, vaccini e tutte le sostanze utili che la scienza chiederà loro. E sull'altro piatto della bilancia, quello dei rischi? Molti batteri micidiali per l'uomo potrebbero diventare inattaccabili dagli antibiotici. Le piante transgeniche potrebbero allevare un'armata di super-erbacce e super-insetti.
L'uomo, nutrendosi costantemente di piante che portano integrato un gene del bacillus Thuringensis, potrebbe diventare un enorme deposito delle tossine di questo microrganismo. Ma è scorretto dire che, in questo campo così nuovo, tutto è nebuloso e ogni passo può essere sbagliato. Già oggi la scienza responsabile sa quali steccati non sono da abbattere. Le innovazioni negli alimenti si introducono solo se fanno migliorare qualità e proprietà nutritive; se mirano ad accrescere il profitto dell'impresa, possono ottenere l'ok soltanto se non comportano anche un declino della qualità o - peggio - un rischio per la salute. Ovvio? Non in tempi in cui la concorrenza commerciale è una selvaggia lotta al coltello su scala planetaria. |