| Un progetto contro l'umana disperazione |
| Sören Kierkegaard, "La malattia per la morte", a cura di Ettore Rocca, Donzelli, Roma 1999, pagg. XXVIII-212, L. 35.000. | Nel capitolo 11 del Vangelo di Giovanni si ricorda l'episodio di Lazzaro,
l'amico di Gesù. Era malato e le sue sorelle Marta e Maria informano il
Signore. Gesù nell'udire la notizia replica: "Questa malattia non è per la
morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga
glorificato". Lazzaro comunque morì, il che significa che la sua malattia
era mortale. Eppure quella malattia non fu per la morte, non fece
insomma il gioco della morte, perché divenne al fine di quella vicenda
fonte di fede.
Ma se quella malattia non è per la morte, c'è nella nostra epoca una
malattia che sia per la morte? A questa domanda risponde Kierkegaard
con una precisa indicazione: certo, c'è, ed è la disperazione. Per meglio
definirla, il filosofo danese la considera come "il" peccato dell'uomo
contro il mondo, contro gli altri, contro Dio. È, per dirla in termini
espliciti, la malattia dello spirito, del sé, o meglio è quella malattia che fa
desiderare la morte pur tenendo sempre in vita, pur condannando
sempre alla vita. Per tal motivo, la disperazione è per la morte, è al
servizio della morte senza essere mortale, fa insomma vivere la morte
senza concedere la presenza dell'Eterna Signora.
La malattia per la morte è stata pubblicata da Kierkegaard nel 1849 e
contiene una insuperata fenomenologia della disperazione. Descrive una
parabola che va appunto dalla disperazione che non sa di essere tale
alla disperazione che sa se stessa e sfida il mondo e Dio. Il libro si può
considerare senza mezzi termini uno dei capolavori della filosofia
moderna. In esso i fili della riflessione psicologica, teologica e filosofica
trovano la più alta e compiuta formulazione.
In Italia l'opera era conosciuta con un titolo fuorviante: La malattia
mortale. Ora eccone una nuova edizione, corredata da un buon apparato
critico, portata a compimento da Ettore Rocca. Si propone di offrire in
termini radicalmente nuovi l'opera al dibattito filosofico, liberandola da
quelle incrostazioni che ne hanno oscurato la forza e la bellezza. In essa
Kierkegaard dà il meglio di sé, entrando nell'anima malata dell'uomo
moderno, illuminando una tragedia del suo spirito. La diagnosi a cui
giungerà il filosofo danese è tra le più alte a nostra disposizione. Più
tardi Freud batterà una strada diversa. Ma questa è un'altra storia. E ve
la racconteremo in un'altra occasione. |