RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 1998
CLAUDIO MAGRIS
La religione di Kierkegaard scritta con la mano destra
Indicare il libro dell'anno, anche non necessariamente il migliore, però almeno quello che per qualche ragione ha lasciato di più il segno nella nostra mente e nel nostro cuore, come una cicatrice sul viso... Ma come si fa? Quando mi viene chiesto di farlo, divento come quel personaggio di Ã. Capek, il signor Vasàtko, che, sottoposto a un test, confonde lo psicologo, perché è incapace di rispondere a una parola-stimolo con un solo termine, e ne sciorina ogni volta decine, in un'irrefrenabile catena associativa. Il giglio nel campo e L'uccello nel cielo, i discorsi religiosi scritti da Kierkegaard nel 1849-1851 e pubblicati quest'anno a cura di Ettore Rocca dall'editore Donzelli, possono, fra le altre cose, aiutare a combattere quella smaniosa ansiosità che contraddistingue il nostro modo di essere e di cui quell'impappinata incertezza è una minima e un po' comica espressione. Kierkegaard diceva di scrivere con la mano sinistra i grandi testi filosofico-letterari, firmati con pseudonimi, e con la mano destra - e con il suo vero nome - quelli religiosi, più direttamente faccia a faccia con l'esistenza e la sua verità. Si tratta di discorsi che hanno il tono di una predica e potrebbero benissimo venire pronunciati in chiesa, anche se Kierkegaard, pure prima di staccarsi dalla religione ufficiale, ha parlato rarissimamente in chiesa. Questi discorsi commentano le parole di Gesù, che esorta a guardare gli uccelli del cielo che non seminano e non mietono, i gigli nel campo che non lavorano e sono vestiti con più gloria di Salomone, "l'erba che oggi è e domani viene gettata ad ardere". Con logica serrata e potenza poetica, Kierkegaard mostra la pienezza di vita, la regalità che si possiedono quando semplicemente si è, e si vive a fondo il presente - anche brevissimo come quello di un fiore - senza oscurarlo con l'ansia del domani, senza svalutarlo per la sua brevità, senza bruciarlo nell'affanno di raggiungere qualcosa d'altro, che non è mai. L'erba è, il rogo che l'attende non oscura il suo splendore nel vento. I poeti che invidiano e cantano la condizione degli uccelli, dice Kierkegaard, sono simili agli smaniosi faccendieri che distruggono la vita nella perenne e insicura ansia di qualcosa, perché entrambi hanno bisogno di qualcosa d'altro per sentirsi esistere e offuscano con le loro angosce la regalità delle cose. Per Kierkegaard la fede, che pone le cose dinanzi all'eterno, le sottrae all'angoscia del tempo e rende assoluto il loro presente, dando al reale una epicità omerica.
Forse oggi, ancora più che 150 anni fa, la fede potrebbe liberare l'uomo, ridargli forza e piacere, insegnargli a non preoccuparsi del domani.
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Filosofia e Religione