Indicare il libro dell'anno, anche non necessariamente il migliore, però almeno quello che per qualche
ragione ha lasciato di più il segno nella nostra mente e nel nostro cuore, come una cicatrice sul
viso... Ma come si fa? Quando mi viene chiesto di farlo, divento come quel personaggio di Ã. Capek, il
signor Vasàtko, che, sottoposto a un test, confonde lo psicologo, perché è incapace di rispondere a
una parola-stimolo con un solo termine, e ne sciorina ogni volta decine, in un'irrefrenabile catena
associativa.
Il giglio nel campo e L'uccello nel cielo, i discorsi religiosi scritti da Kierkegaard nel 1849-1851 e pubblicati quest'anno a cura di Ettore Rocca dall'editore Donzelli, possono, fra le altre cose, aiutare a combattere quella smaniosa ansiosità che contraddistingue il nostro modo di essere e di cui quell'impappinata incertezza è una minima e un po' comica espressione. Kierkegaard diceva di
scrivere con la mano sinistra i grandi testi filosofico-letterari, firmati con pseudonimi, e con la mano
destra - e con il suo vero nome - quelli religiosi, più direttamente faccia a faccia con l'esistenza e la
sua verità. Si tratta di discorsi che hanno il tono di una predica e potrebbero benissimo venire
pronunciati in chiesa, anche se Kierkegaard, pure prima di staccarsi dalla religione ufficiale, ha
parlato rarissimamente in chiesa. Questi discorsi commentano le parole di Gesù, che esorta a
guardare gli uccelli del cielo che non seminano e non mietono, i gigli nel campo che non lavorano e
sono vestiti con più gloria di Salomone, "l'erba che oggi è e domani viene gettata ad ardere". Con
logica serrata e potenza poetica, Kierkegaard mostra la pienezza di vita, la regalità che si possiedono
quando semplicemente si è, e si vive a fondo il presente - anche brevissimo come quello di un fiore -
senza oscurarlo con l'ansia del domani, senza svalutarlo per la sua brevità, senza bruciarlo
nell'affanno di raggiungere qualcosa d'altro, che non è mai. L'erba è, il rogo che l'attende non oscura il
suo splendore nel vento. I poeti che invidiano e cantano la condizione degli uccelli, dice Kierkegaard,
sono simili agli smaniosi faccendieri che distruggono la vita nella perenne e insicura ansia di
qualcosa, perché entrambi hanno bisogno di qualcosa d'altro per sentirsi esistere e offuscano con le
loro angosce la regalità delle cose. Per Kierkegaard la fede, che pone le cose dinanzi all'eterno, le
sottrae all'angoscia del tempo e rende assoluto il loro presente, dando al reale una epicità omerica.
Forse oggi, ancora più che 150 anni fa, la fede potrebbe liberare l'uomo, ridargli forza e piacere,
insegnargli a non preoccuparsi del domani. |