La svolta di René GirardDall'analisi della mitologia classica all'adesione al cattolicesimo: l'itinerario recente del grande antropologo Per il teorico del "capro espiatorio" la violenza caratterizza tutte le culture
della storia umana, tranne quella giudaico-cristiana Un no al relativismo religioso |
| Nel 1961 uscì a Parigi, in piena effervescenza strutturalista, un libro dallo strano titolo, Mensonge romantique et vérité romanesque. Analizzando soprattutto le opere di Stendhal, Flaubert, Proust e Dostoévskij, l'autore metteva in luce il fatto che i più grandi romanzieri, anche in contesti storici e geografico-linguistici diversi,
possono esser visti come uniti insieme da un filo rosso: tutti hanno, consapevolmente
o no, smascherato il "desiderio", caro ai romantici. Lo schema romantico ci presenta
quasi sempre un soggetto che desidera (invano!) un oggetto ma non può ottenerlo
perché un ostacolo o un insieme di ostacoli (la società, il "mondo", la borghesia, il
potere, la famiglia, la "morale", la Chiesa, il Re, Dio, ecc...) si frappongono
inesorabilmente, con grande spargimento di lacrime ed eventuale suicidio finale.
Secondo Girard questa è una mistificazione, o meglio un "depistaggio" volto ad
occultare due verità s emplicissime ma fondamentali: a) quel desiderio frustrato del
soggetto non è affatto primario ma scaturisce dall'imitazione di uno o più modelli
(cioè proprio dal famigerato "mondo"); b) è proprio il soggetto che, con abili
tecniche consce o inconsce, costruisce per sé i propri ostacoli, andandosi
deliberatamente a cacciare in situazioni senza sbocco, di cui è l'unico vero
"responsabile": la tecnica più frequentemente usata è la trasformazione dello stesso
modello in rivale o addirittura l'adozione del modello-rivale come oggetto
privilegiato del desiderio. In principio dunque era il triangolo. Il desiderio non può
fare a meno né di un modello, né di un rivale. Di qui scaturiscono l'aggressività e la
violenza. Di qui anche il big bang che mette in moto sia il narrare sia l'azione
drammatica. Letteratura e teatro sono in qualche modo "generati" da questa violenza
mimetica primordiale, vero e proprio peccato originale dell'umani tà (Eva imita il
serpente-modello; Adamo imita Eva).
Questo Girard mimetico fu unanimemente apprezzato dal pubblico vasto ma
settorializzato degli studiosi di letteratura e teoria letteraria, ma rimase ignoto ai più.
Poi, nel 1972 prima (La violence et le sacré) e poi nel 1978 (Des choses cachées
depuis la fondation du monde ) e nel 1982 (Le bouc émissaire), appare in libreria
e nelle recensioni l'altro Girard, molto più antropologo e psicologo o filosofo e
teologo o tuttologo che non critico letterario. E questo aspetto del suo pensiero è
ormai abbastanza conosciuto perché non vi sia bisogno di soffermarvisi con troppi
dettagli. In due o tre parole, quella violenza generata dalla dimensione mimetica e
quindi antagonistica del desiderio tende ad accumularsi nel gruppo umano fino a
suscitare una moltitudine di conflitti, sempre più generalizzati: tutti contro tutti. Al
culmine della crisi c'è un bivio: o l'autodistruzione del gruppo e della sua civiltà, oppure la canalizzazione della aggressività verso una sola vittima, per lo più del tutto
innocente, che appare a tutti come "unico" colpevole: il capro espiatorio, la cui
eliminazione violenta ricrea come per miracolo l'armonia nella società (da piazza
della ghigliottina a Place de la Concorde!). Ma poiché la stessa sanguinosa vicenda
tende a ripetersi, a poco a poco le vere vittime umane del delitto fondatore, di cui i
racconti mitologici sono variazioni sul tema, vengono sostituite da vittime sempre più
simboliche: da Isacco all'ariete o agnello, e dall'agnello al pane della Pasqua ebraica.
Il sacrificio è quindi strettamente legato alla violenza: la vittima, reale o simbolica, è
una medicina (pharmakos, in greco) contro il pericolo di nuove crisi mimetiche
generalizzate, che potrebbero condurre l'umanità ad una vera apocalisse
autodistruttiva.
A questo punto Girard osserva che tutte le culture che si sono succedute nella storia
umana, ad eccezione di quella giudaico-cristiana, hanno raccontato queste cose in
un modo che noi oggi diremmo "giustizialista", presentandoci cioè la vittima come
veramente colpevole e meritevole dell'emarginazione o dell'odio comune. Esempio:
la storia di Caino e Abele è abbastanza simile a quella di tanti altri fratelli o gemelli
nemici delle mitologie o leggende fondatrici, come Romolo e Remo, tanto per fare
due nomi. La differenza sta nel fatto che Tito Livio è colpevolista, mentre l'autore
del Genesi è sfacciatamente innocentista. Da questo punto di vista, la Bibbia è un
libro unico, diverso da tutti gli altri testi più o meno contemporanei, specialmente in
alcuni suoi "vertici": la storia di Giobbe, alcuni salmi, il quarto canto del servo di
Jahvè nel secondo Isaia, ecc... E così Cristo e i suoi discepoli, quando hanno
cominciato a predicare il rifiuto totale della rivalità mimetica ("Amate i vostri
nemici...") hanno trovato una strada già preparata. L'unicità del cristianesimo sta nel
fatto di identificare il capro espiatorio con Dio stesso, mentre in molte altre religioni
Dio è il mandante o il destinatario della violenza sacrificale, e in alcune filosofie atee
(Nietzsche, ad esempio) il prendere le parti dei deboli e delle vittime è deprecato
come vile concessione al "risentimento" degli sconfitti, i quali invece - secondo
l'autore dell'Anticristo - meriterebbero di essere spazzati via da coloro che sono più
dotati e capaci di realizzare la "trasvalutazione di tutti i valori". Il messaggio dei
Vangeli coincide quindi perfettamente - secondo Girard - con i risultati delle più
avanzate scienze dell'uomo, per cui è possibile arrivare a Cristo anche partendo da
uno studio, intelligente e libero da mode, dei comportamenti dei popoli primitivi o
dei meccanismi psicologici più profon di. E poiché spesso i grandi scrittori hanno
anticipato gli scienziati, anche i grandi capolavori letterari della storia umana ci
guidano verso il Dio incarnato, crocefisso e risorto.
Naturalmente chi pensa e scrive queste cose, o si è già convertito, o sta per farlo.
Nell'ultimo capitolo di un libro che ancora - non si capisce perché - non è stato
tradotto, e che si intitola Quand ces choses commenceront (Paris, Arléa, 1994),
Girard racconta come avvenne il suo incontro con Cristo e con la Chiesa cattolica,
alla quale egli ormai aderisce completamente, con fedeltà piena al magistero di
Giovanni Paolo II. E ora la casa editrice Santi Quaranta di Treviso manda in libreria
per la cura di Giuseppe Fornari una raccolta di suoi saggi recenti (La vittima e la
folla. Violenza del mito e cristianesimo), da cui qui anticipiamo un brano sul
rapporto fra cristianesimo e mitologia. La conversione di Girard avvenne mentre
stava scrivendo l'ultimo capitolo di Mensonge romantique et vérité romanesque,
e fu il naturale e logico coronamento del ragionamento critico-psicologico che stava
svolgendo. Solo a conversione avvenuta ci fu un evento "esistenziale": la minaccia di
un tumore maligno da cui poi è completamente guarito. Così oggi Girard è al tempo
stesso il maggior intellettuale francese ancora in piena attività, ed anche il più celebre
intellettuale dichiaratamente cattolico che si muova in un campo non strettamente
filosofico-teologico. |