RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 1998
PIERO VIOLANTE
Dolori e umori rivoluzionari
Frank E. Manuel, "Requiem per Carlo Marx", Il Mulino, Bologna 1998, pagg. 312, L. 32.000.
Da quando Ralf Dahrendorf ha suonato le sue trombe lì sotto le rovine del muro di Berlino, per intonare il deprofundis sul marxismo oltre che sul socialismo reale, è stato si sa, una messa da morto continua. La vetrina occidentale si è ripetutamente addobbata come le pasticcerie spagnole di tante cabezas di zucchero rosso e falcemartellato. Da allora, pare che un unico spettro si aggiri per l'Europa local-globale. Lo spettro di Marx morto nel 1883, ma rimorto ufficialmente nel 1989. Il suo lenzuolo coperto di parole, come nei film espressionisti, è pieno di strappi, di ampi varchi che le deformano, le obliterano, le cancellano. Parole-chiave ormai tutte si dice contraddette dalla realtà, inverate più che stuprate dalle sentinelle sovietiche dell'ortodossia. Ma parole chiave di una esistenza tutta stenti, fatica, rabbia, malattia, disprezzo di sé.
Nella pacata biografia dello storico americano Frank E. Manuel, la vita di Marx si svolge nello scenario degradato di un romanzo di Dickens, ed è governata da un problema psicologico che il Moro somatizzava in foruncoli e pustole, nell'ascella, nella parte posteriore del collo, sotto il petto, ma soprattutto nella zona inguinale dalle natiche per arrivare al pene. L'idroadenite suppurativa che lo colpì a partire dai primi anni Sessanta non gli diede tregua mentre componeva il Kapital. Una malattia orribile che chiedeva spesso l'intervento del bisturi (a volte Marx come scrive in una cruda lettera a Engels procedeva contro quei "cani bastardi" da sé) e che dapprima aveva curato con varie pozioni e alla fine con l'arsenico.
Ma qual era la causa psicologica che faceva apparire i cani bastardi? Manuel non sembra aver dubbi: "La repressione delle proprie origini ebraiche e il disprezzo, perfino l'odio esplicito nei confronti della madre, si mescolarono e si trasformarono in una forza distruttiva... La vendetta del corpo per questo tentativo di occultamento assunse molte forme". È vero, argomenta Manuel, che un medico scettico può dubitare del rapporto diretto tra pustola e odio della madre e della razza ma lo studioso è convinto che questo rifiuto ebbe gravi conseguenze.
L'approccio storico-psicologico con l'ipotesi del rifiuto di Marx di accettarsi non solo come ebreo ma come discendente nientemeno che del gran rabbino Jehuda ben Eliezer Halevy Minz (Mainz) - morto nel 1508 dopo aver retto il seminario rabbinico di Padova -, rappresenta la novità della nuova biografia.
Non solo Manuel ne trae conseguenze fisiche e caratteriali che riguardano la persona Marx, ma si spinge a rintracciarne le conseguenze teoriche e nella supervalutazione della lotta di classe (l'odio di sé diventa odio contro la società costituita) e nella scarsa sensibilità - travasata direttamente in Lenin (a eccezion forse della questione finlandese) - per l'appartenenza etnica e le questioni nazionali. È il fatto che Marx non si riconosca come ebreo a imporgli una scelta universalista cosmopolita contro il localismo, le identità nazionali o gli avanzi di popoli sostenitori fanatici, scriverà Engels, delle controrivoluzioni. È questo un punto particolarmente sensibile del saggio di Manuel che individua giusto "nell'incapacità del marxismo di comprendere il potere del vincolo etnico una delle conseguenze tragiche di una concezione della natura umana che ha ignorato l'irrazionale e il demoniaco e ha tentato di cancellare l'appartenenza etnica segnata dalla storia".
Sappiamo come il tema delle nazionalità diverrà un elemento fondamentale del dibattito austromarxista (basti pensare al gran libro di Otto Bauer), e fa bene Manuel a sottolinearne l'ambiguità in Marx e poi in Lenin e nel sovietismo postleninista, ma è curioso il fatto che lo storico americano leghi questo tema a quello dell'assenza dell'irrazionalità e del demoniaco - tema anch'esso cruciale e che però poi lascia cadere. Ma la sua insistenza sulla causa del disadattamento serve a indicare in Marx l'assenza di un orizzonte psicologico che gli consentisse un'analisi altrettanto profonda delle contraddizioni tra lo stato del suo corpo e della sua mente, così come gli era riuscito nelle analisi delle contraddizioni del sistema capitalista. L'affondo teorico è qui senza scampo: la lotta di classe come trasferimento verso l'esterno di pulsioni aggressive individuali. "Così il tormento della sofferenza autoinflitta - dice Manuel - può essere temporaneamente alleviato, sublimata com'è in un sistema". L'affondo diretto svela il limite dell'approccio piscostorico, e ci ricorda un bel saggio di Loewenberg su Otto Bauer - ma non nega - la tenuta di una lettura, che incontrollata per quanto possa essere, mette in gioco il corpo di Marx, la sua psicologia di "straniero", con la sua teoria. Frank E. Manuel prova compassione per le sofferenze di Marx, così come per i tristi destini della moglie, delle figlie; e esprime un dubbio benevolo o una approvazione selettiva per il suo sistema. Ma prova disprezzo per le abominevoli pratiche realizzate in suo nome. È anche convinto però che la bandiera sventolata da Marx non può essere sepolta con il suo cadavere. Con i tempi che corrono non è poco.
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