| Dolori e umori rivoluzionari | Da quando Ralf Dahrendorf ha suonato le sue trombe lì sotto le rovine del
muro di Berlino, per intonare il deprofundis sul marxismo oltre che sul
socialismo reale, è stato si sa, una messa da morto continua. La vetrina
occidentale si è ripetutamente addobbata come le pasticcerie spagnole
di tante cabezas di zucchero rosso e falcemartellato. Da allora, pare che
un unico spettro si aggiri per l'Europa local-globale. Lo spettro di Marx
morto nel 1883, ma rimorto ufficialmente nel 1989. Il suo lenzuolo
coperto di parole, come nei film espressionisti, è pieno di strappi, di
ampi varchi che le deformano, le obliterano, le cancellano. Parole-chiave
ormai tutte si dice contraddette dalla realtà, inverate più che stuprate
dalle sentinelle sovietiche dell'ortodossia. Ma parole chiave di una
esistenza tutta stenti, fatica, rabbia, malattia, disprezzo di sé.
Nella pacata biografia dello storico americano Frank E. Manuel, la vita di
Marx si svolge nello scenario degradato di un romanzo di Dickens, ed è
governata da un problema psicologico che il Moro somatizzava in
foruncoli e pustole, nell'ascella, nella parte posteriore del collo, sotto il
petto, ma soprattutto nella zona inguinale dalle natiche per arrivare al
pene. L'idroadenite suppurativa che lo colpì a partire dai primi anni
Sessanta non gli diede tregua mentre componeva il Kapital. Una malattia
orribile che chiedeva spesso l'intervento del bisturi (a volte Marx come
scrive in una cruda lettera a Engels procedeva contro quei "cani
bastardi" da sé) e che dapprima aveva curato con varie pozioni e alla fine
con l'arsenico.
Ma qual era la causa psicologica che faceva apparire i cani bastardi?
Manuel non sembra aver dubbi: "La repressione delle proprie origini
ebraiche e il disprezzo, perfino l'odio esplicito nei confronti della madre,
si mescolarono e si trasformarono in una forza distruttiva... La vendetta
del corpo per questo tentativo di occultamento assunse molte forme". È
vero, argomenta Manuel, che un medico scettico può dubitare del
rapporto diretto tra pustola e odio della madre e della razza ma lo
studioso è convinto che questo rifiuto ebbe gravi conseguenze.
L'approccio storico-psicologico con l'ipotesi del rifiuto di Marx di
accettarsi non solo come ebreo ma come discendente nientemeno che
del gran rabbino Jehuda ben Eliezer Halevy Minz (Mainz) - morto nel
1508 dopo aver retto il seminario rabbinico di Padova -, rappresenta la
novità della nuova biografia.
Non solo Manuel ne trae conseguenze fisiche e caratteriali che
riguardano la persona Marx, ma si spinge a rintracciarne le conseguenze
teoriche e nella supervalutazione della lotta di classe (l'odio di sé diventa
odio contro la società costituita) e nella scarsa sensibilità - travasata
direttamente in Lenin (a eccezion forse della questione finlandese) - per
l'appartenenza etnica e le questioni nazionali. È il fatto che Marx non si
riconosca come ebreo a imporgli una scelta universalista cosmopolita
contro il localismo, le identità nazionali o gli avanzi di popoli sostenitori
fanatici, scriverà Engels, delle controrivoluzioni. È questo un punto
particolarmente sensibile del saggio di Manuel che individua giusto
"nell'incapacità del marxismo di comprendere il potere del vincolo etnico
una delle conseguenze tragiche di una concezione della natura umana
che ha ignorato l'irrazionale e il demoniaco e ha tentato di cancellare
l'appartenenza etnica segnata dalla storia".
Sappiamo come il tema delle nazionalità diverrà un elemento
fondamentale del dibattito austromarxista (basti pensare al gran libro di
Otto Bauer), e fa bene Manuel a sottolinearne l'ambiguità in Marx e poi
in Lenin e nel sovietismo postleninista, ma è curioso il fatto che lo
storico americano leghi questo tema a quello dell'assenza
dell'irrazionalità e del demoniaco - tema anch'esso cruciale e che però
poi lascia cadere. Ma la sua insistenza sulla causa del disadattamento
serve a indicare in Marx l'assenza di un orizzonte psicologico che gli
consentisse un'analisi altrettanto profonda delle contraddizioni tra lo
stato del suo corpo e della sua mente, così come gli era riuscito nelle
analisi delle contraddizioni del sistema capitalista. L'affondo teorico è qui
senza scampo: la lotta di classe come trasferimento verso l'esterno di
pulsioni aggressive individuali. "Così il tormento della sofferenza
autoinflitta - dice Manuel - può essere temporaneamente alleviato,
sublimata com'è in un sistema". L'affondo diretto svela il limite
dell'approccio piscostorico, e ci ricorda un bel saggio di Loewenberg su
Otto Bauer - ma non nega - la tenuta di una lettura, che incontrollata
per quanto possa essere, mette in gioco il corpo di Marx, la sua
psicologia di "straniero", con la sua teoria. Frank E. Manuel prova
compassione per le sofferenze di Marx, così come per i tristi destini
della moglie, delle figlie; e esprime un dubbio benevolo o una
approvazione selettiva per il suo sistema. Ma prova disprezzo per le
abominevoli pratiche realizzate in suo nome. È anche convinto però che
la bandiera sventolata da Marx non può essere sepolta con il suo
cadavere. Con i tempi che corrono non è poco. |