| La filosofia, secondo una definizione di Luigi Pareyson che oggi è largamente condivisa, è (anche, e forse solo) interpretazione del mito. Anche del mito di Don Giovanni, così costantemente presente in tutta la cultura moderna. Proprio Pareyson contribuì a far conoscere una delle riflessioni filosofiche più feconde e dense sul mito di Don Giovanni, quella di Soren Kierkegaard, il pensatore danese che, a metà dell'Ottocento, anticipò l'esistenzialismo novecentesco. Il Don Giovanni dei filosofi, dopo di allora, è segnato dall'impronta della meditazione kierkegaardiana, peraltro dominata dal senso tragico del peccato. Non è certo strano che un pensatore religioso sia così ossessionato dal problema della seduzione e dalla figura di Don Giovanni, almeno se stiamo alla lettura tradizionale dell'opera di Mozart. Il fatto è che Kierkegaard non guarda al seduttore solo in termini morali o moralistici, come emblema del peccato da cui bisogna liberarsi per condurre una vita razionale. Kierkegaard dedica al fenomeno della seduzione, e specificamente al Don Giovanni mozartiano, analisi finissime che rivelano un interesse ben più che puramente negativo o semplicemente teso all'edificazione. La vita del seduttore, che come si sa rappresenta in lui il tipo dell'esteta (contrapposto a quello del marito fedele, che è l'emblema della vita etica; e a quello dell'uomo di fede, il cui tipo è l'Abramo biblico), è vista come il luogo nel quale si afferma l'irriducibile individualità umana. Il seduttore è l'esteta, ma l'esteta è colui che vive nell'immediatezza del desiderio e proprio per questo sfugge alle categorie generalizzanti dell'etica (in base alle quali il dovere impone di agire secondo una norma valida per tutti, dimenticando interessi e inclinazioni individuali). Questo Don Giovanni di Kierkegaard, ma forse già di Mozart, è specificamente moderno non perché richiama l'eterna presenza della passione d'amore e la potenza con cui essa si impone da sempre nella vita dell'uomo: ma perché è anche, come accade tanto spesso nella letteratura degli ultimi secoli (e forse sempre meno oggi) il luogo di una possibile e positiva fuga dal dominio della norma generale - quella per cui chi mette su famiglia non ha più tempo e modo di badare troppo a se stesso perché, appunto, ha assunto degli impegni storici che lo legano e spesso lo soffocano. E' per questo che ai lettori di Kierkegaard la figura del cavaliere della fede, Abramo - che, in base a una chiamata personalissima di Dio deve disporsi a violare la legge morale universale sacrificando a Dio il figlio Isacco - non sembra poi tanto lontana da quella dell'esteta. Naturalmente, Abramo scommette, con successo, sull'origine divina della propria chiamata: mentre l'esteta è destinato alla noia e alla disperazione. I tratti negativi e tragici di tanta cultura "critica" contemporanea, per esempio il silenzio dell'avanguardia come lo teorizza Adorno, non sono forse nient'altro che un modo in cui si ripresenta lo scacco dell'esteta-seduttore di fronte alla razionalizzazione omologante della società moderna: dalla quale, direbbe Kierkegaard, solo un Dio ci può salvare. |