RASSEGNA STAMPA

8 DICEMBRE 1998
ANTONIO MALATESTA
Il fascino di Berlin
Esce in Inghilterra una biografia dedicata da Michael Ignatieff a Sir Isaiah, lo storico delle idee scomparso lo scorso anno
Isaiah Berlin, il filosofo e storico delle idee morto l'anno scorso, aveva opinioni poco ortodosse dal punto di vista filosofico e da quello del buonismo democratico. Diceva che il conflitto non stava solo tra il male e il bene, ma anche tra il bene e il bene. Libertà, uguaglianza, giustizia, perdono, tolleranza, ordine, sono valori altamente desiderabili per una società. Ma se vengono messi tutt'insieme, come all'interno di una scatola, immediatamente si combattono: libertà contro uguaglianza, giustizia contro perdono. Per avere più uguaglianza bisogna ridurre la libertà e per essere più giusti bisogna ridurre l'attitudine al perdono. La verità non è un'unità, come direbbe un filosofo abituato ad accettare come assiomatico che ci può essere solo una vera risposta a una domanda. Tutti i nostri valori sono conflittuali tra loro. E la società liberale è la migliore possibile proprio perché i suoi componenti non sono d'accordo sui valori.
Siamo condannati a scegliere, anche se questa scelta può causare una perdita irreparabile. I crimini del secolo - e Berlin pensava che il XX secolo fosse stato il più atroce nella storia dell'umanità - vengono da una fede in soluzioni finali, uniche, ossia nell'utopia. Berlin dava anche un'interpretazione in negativo della libertà, che riprendeva quella antica, classica inglese: significava non essere costretto, imprigionato o terrorizzato. L'interpretazione in positivo lo metteva in sospetto. Se ci fanno vedere che esiste solo un modo corretto di vita, quelli che non si adeguano saranno obbligati a farlo.
Elaborate negli anni '50 e '60, queste apparentemente semplici idee conservano il loro fascino e sembrano più valide oggi di ieri. Non viviamo in un mondo dove i valori e le religioni sono sempre più conflittuali? Forse solo un ebreo nato in Russia e naturalizzato inglese, sionista e nello stesso tempo fellow di All Souls di Oxford, il college che rappresentava il Parnaso della vita accademica inglese, agente dei servizi d'informazione negli Stati Uniti, ma anche amico di Chaim Weizmann, il leader sionista, poteva arrivare ad una teoria sperimentata in prima persona attraverso diverse e contraddittorie lealtà. Il liberalismo di Berlin ha inglobato materiale non-inglese, Alexander Herzen, Benjamin Constant, Giuseppe Mazzini. Ma come è accaduto spesso ai naturalizzati, l'ebreo di Riga è stato più inglese degli inglesi sotto un'infinità di aspetti. Una versione dell'inglesità congelata nel momento in cui l'ha incontrata negli anni 20: l'Inghilterra supremamente sicura di sé di Chesterton, di Kipling, del gold standard, dell'impero e della vittoria. Il lento scivolare nel declino imperiale e nel dubbio era ancora lontano.
Berlin non ha mai scritto un'autobiografia. L'autore dell'Età dell'Illuminismo e dei Quattro saggi sulla libertà non pensava di essere abbastanza importante o interessante per giustificarne una. Ma durante i suoi ultimi dieci anni ha continuato a raccontare storie della sua vita a Michael Ignatieff, uno scrittore canadese d'origine russa (molto noto a Londra per le sue trasmissioni televisive, autore di The Russian Album, memorie di famiglia), trasformate ora in una biografia, Isaiah Berlin: A Life (Chatto-Windus, 20 sterline). Berlin è stato uomo dalla inesauribile, esilarante intelligenza, che parlava ad una velocità prossima a quella della luce, ma che diffidava della sua facilità intellettuale e pensava, a volte, di essere superficiale. Un pensatore controcorrente e poco alla moda che era diventato cavaliere (Sir Isaiah) e presidente dell'Accademia Britannica. Famoso nel mondo anglosassone, non piaceva molto alla sinistra anche moderata, che gli rimproverava la difesa della libertà negativa. Ma non piaceva nemmeno ai tecnocrati, accusati di vedere nell'efficienza e nell'organizzazione gli scopi ultimi dell'esistenza. Aveva anche un forte, allegro temperamento artistico, molto raro per una mente filosofica, ed era questo a fargli notare cose che gli altri non notavano.
Nato nel 1909 in Livonia, provincia dell'impero zarista, da una ricca famiglia di commercianti di legname, quando aveva sette anni venne portato a Pietrogrado. Gli anni passati nella Russia di Lenin, aspettando che gli uomini della Cheka bussassero alla porta di casa, sono stati il vaccino contro il marxismo, che ha funzionato sempre e in ogni occasione, anche quando numerosi suoi eleganti amici avranno un flirt (di breve durata) con il comunismo. In Inghilterra arrivò nel 1921 senza sapere una parola d'inglese: molto tempo più tardi due generazioni di britannici, ascoltandolo parlare alla radio con una dizione upper-class strangolata e sincopata, prenderanno la sua voce per il simbolo dell'intellighenzia di Oxford. A differenza di Nabokov, che visse l'esilio come il dramma più straziante della sua vita, per Berlin l'abbandono forzato della Russia si rivelò un'esperienza totalmente positiva. Dodici anni dopo era il primo ebreo a entrare a All Souls, scriveva per Criterion di T.S. Eliot e teneva conferenze già definite memorabili. E' stato uno dei più grandi conferenzieri del secolo, da mettere accanto a Karl Kraus: come per Kraus, si può dire che chi non abbia ascoltato una delle sue conferenze, articolate in lunghe, perfette frasi, ognuna arricchita di metafore per rendere l'esatta sfumatura del pensiero, non si può rendere pienamente conto della fascinazione che emanava.
Con il loro pragmatismo e l'ammirazione per il dilettante d'alto bordo, gli inglesi erano convinti che gli intellettuali non meglio definiti, scrittori, pensatori, professori, fossero degli agenti d'informazione ideali. In Russia, durante la rivoluzione, Somerset Maugham si comportò con ingenuità e inefficienza, appena mascherate nei suoi racconti. Berlin, assoldato nel 1940 dal British Information Service per un lavoro di propaganda a New York e poi a Washington in favore della guerra (ancora alla fine del 1941, prima di Pearl Harbour, l'80 per cento degli americani era contro l'entrata in guerra) si dimostrò inutilizzabile nei contatti con i sindacati, comportandosi come un antropologo in visita a una tribù amica. Ma con i politici e gli alti burocrati era straordinario e all'ambasciata rimanevano stupefatti per la sua capacità di trasformare voci e indiscrezioni in brillanti analisi. L'America gli insegnò ad essere più realista e a togliersi di dosso un po' di snobistica polvere oxoniana. Harold Ross, famoso creatore del New Yorker, che lo aveva invitato a pranzo all'Algoquin Hotel, dopo averlo ascoltato per un po', arrestò la sua eloquenza troppo sofisticata: "Giovanotto, non ho capito una parola di quello che avete detto. Ma qualsiasi cosa scriviate, la pubblicherò".
Nel 1945, invitato dall'ambasciatore inglese, Berlin andò a Mosca e Leningrado. Era la prima volta che tornava in Russia e si sentiva eccitato, più che commosso. Cenò con Sergei Eisenstein, afflitto da cupi presagi per essere stato rimproverato da Stalin, al quale non era piaciuta la seconda parte di Ivan il Terribile, giustamente presa per un'allegoria del paranoico regime sovietico. Incontrò Pasternak, che quando parlava, rimaneva sospeso in aria più a lungo di un normale essere umano, come Nijinsky, il danzatore dei Balletti Russi. Soprattutto andò a trovare Anna Akhmatova, grandissima poetessa e indimenticabile personaggio, che non poteva pubblicare le sue poesie dal 1925. Berlin dirà poi che la visita all'Akhmatova era stato l'evento più importante della sua vita, probabilmente perché aveva toccato nel profondo alcune corde dell'anima russa. Purtroppo la visita venne interrotta da un tale che dal cortile urlava il nome di Berlin. Era un affannato Randolph Churchill, il figlio di Winston, che voleva riportare Isaiah nell'albergo dove alloggiavano. Non sapeva come spiegare ai camerieri che il caviale andava sempre messo sotto ghiaccio.
Di nuovo in Inghilterra, riprese la vita accademica. Le conferenze nello stile della grande generalizzazione, moltiplicate a partire dagli anni '50, non sempre piacevano ai professori. Ma avevano un incredibile successo di pubblico. A queste si affiancarono gli interventi alla radio, veri e propri pezzi di virtuosismo, da "Paganini del microfono", come diceva qualcuno. E' stato durante questi anni che ha scritto i suoi migliori saggi, sarebbe meglio dire dettato. Detestava scrivere, un paradosso niente male per un saggista, forse perché si rendeva conto che la scrittura diretta non avrebbe migliorato un parlato in cui l'ordine é melodico e intuitivo, più che logico. Nell'ultimo periodo della sua vita fu convinto a ripubblicare tutti i suoi lavori, anche per respingere la futile critica di non aver mai composto un'opera maggiore: quello che aveva fatto era già abbastanza. Si dimostrò sensibile anche ad un'altra accusa: aver corso con le lepri e aver cacciato con i cani. Ossia di voler essere definito un uomo di sinistra, ma di sentirsi più a suo agio con la destra.
La biografia di Ignatieff è molto ben scritta, anche se nella parte più ideologica non si muove con la stessa disinvolta eleganza del resto della narrazione. Dopo un inizio freddo di collaborazione, il professore e lo scrittore si sono ritrovati, aiutati dall'essere russi tutt'e due. In un'intervista a Newsweek, Ignatieff ha detto che Berlin rimaneva in possesso di un'abilità mentale esilarante, anche quando era stanco. In un secolo in cui essere un intellettuale ha significato, più che in altri periodi storici, essere angosciato e tormentato, Berlin è stato un raro esempio di come la luce dell'intelletto sia anche una luce divertente, felice e ottimista. E di come il lavoro dello studioso e dello scrittore non sia solo un cupo e solitario mestiere.
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