Il senso della vita si dice in molti modi| I problemi dell'esistenza e i temi della bioetica affrontati in una prospettiva liberale e pluralistica |
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| Papa Giovanni Paolo II, nella sua recente enciclica Fides et Ratio (presentata sul Sole-24 Ore Domenica dell'11 ottobre), lamenta che troppo spesso, nelle nostre società democratiche, «la legittima pluralità di posizioni» cede «il posto ad un indifferenziato pluralismo», e dunque a forme estreme di soggettivismo, di nichilismo e di relativismo. E' un monito questo sul quale un filosofo come Sebastiano Maffettone, e con lui molti altri esponenti del mondo laico, sicuramente concorda. Come emerge dalle argomentazioni del suo ultimo libro, Il valore della vita - nei prossimi giorni in libreria negli Oscar Mondadori a un prezzo accessibilissimo, e di cui anticipiamo ampi stralci dall'introduzione - i suoi avversari filosofici sono gli stessi del papa: relativismi e nichilismi vari. E in comune vi è anche il richiamo alla necessità di una riflessione ontologica e metafisica, collegata con il problema fondamentale del senso della vita, che ci aiuti a riportarci con i piedi per terra. Il libro di Maffettone, uscendo per caso poco dopo l'enciclica, sembra quasi pensato come un contraltare laico delle tesi papali. "Pluralismo", per Maffettone, come per gli autori da lui prediletti, da Berlin a Putnam a Rawls, non implica necessariamente "relativismo", ma anzi è uno dei valori fondamentali - un valore che è anche la quintessenza della democrazia - sui quali poggia la sua proposta teoretica. E intrinsecamente pluralistiche sono la metafisica (che chiama "metafisica pubblica") e l'ontologia che egli offre da sfondo alle argomentazioni sui temi cruciali legati all'inizio, alla fine e al senso della vita che attraversano buona parte del volume. Laddove il mondo cattolico, e in primis il pontefice, tende a rispondere al relativismo con una riproposizione dì realtà, verità e valori assoluti, questo libro dì Maffettone, in linea con il meglio della filosofia contemporanea di stampo analitico, ci offre l'opportunità di pensare a una nozione di obiettività che sia capace di evitare i due eccessi opposti e speculari, entrambi pericolosi per la democrazia, del relativismo e dell'assolutismo. (Armando Massarenti) |
Aristotele poteva credere, ai suoi giorni, che ci fosse un modello unico di «vita buona» cui ispirarsi, pressappoco quello degli happyfew ateniesi del suo tempo. Ma oggi chi mai potrebbe seriamente credere qualcosa del genere? Diversamente da lui, siamo infatti, e senza alcun bisogno di evocare sussulti postmoderni o nichilisti, del tutto convinti che il valore della vita abbia un senso differente a seconda delle persone. Gauguin dovette lasciare la civiltà e andare nei mari del Sud per realizzarsi pienamente, e Tolstoi scappò di casa a più di ottant'anni con l'ansia di vivere di una giovane Anna Karenina.
La maggior parte della gente per la verità, non fa scommesse così impegnative sulla propria esistenza, ma la consapevolezza di un pluralismo ineliminabile delle forme di vita e dei modi di valutarle mi sembra oggi diffusa e salda. Anche al di là di esempi di uomini illustri, rimanendo solo nella cerchia dei nostri amici come non notare che c'è tra loro chi predilige la religione e chi la riflessione laica, chi invece punta tutto sul lavoro, o piuttosto sullo sport o la famiglia, e chi alfine non trova nulla di interessante negli obiettivi più comuni e passa magari gran parte della giornata a guardare la televisione? In presenza di tanta diversità, come si può avere anche solo l'ardire di parlare di un valore della vita? Il pluralismo delle morali e delle forme di vita pare rendere obsoleto e impraticabile ogni argomento del genere.
Peggio ancora, chiunque tentasse di presentarne uno, specialmente se da professore, passerebbe, oltre che per troppo audace, anche per arrogante e illiberale. Come si può essere così presuntuosi da voler dire agli altri in che cosa consiste il valore della vita? Anche quando dico a mio figlio che sarebbe meglio suonare il piano o leggere un romanzo, invece di guardare la televisioné oppure trastullarsi con un videogioco, provo qualche imbarazzo. Temo infatti di invadere la sua privacy, urtare la sua suscettibilità, soprattutto di pretendere di sostituirmi a lui nel decidere sull'impiego del tempo libero dalla scuola. Dopotutto, come mi ha sempre detto il mio genitore liberale, nessuno è tanto felice da poter dire agli altri, con la speranza di essere creduto, quale scopo perseguire. Chi meglio dell'interessato/a potrebbe sapere ciò che fa al caso suo e in che cosa consiste per lei o lui il valore della vita?
All'incirca a metà del percorso tra adolescenza e vecchiaia, viene spontaneo interrogarsi. Fare una sorta di bilancio. Come in un film, le cui immagini scorrono dal fine al principio a velocità accelerata, gli eventi di una vita si succedono rapidi: studi, amore, matrimonio, lavoro, genitori, figli, amici, sesso, religione, benessere economico.
Che importanza abbiamo dato e diamo a ognuna di queste cose? E, soprattutto, in base a quale criterio? Aristotele proponeva il criterio dell'eudamonia, parola greca tradotta in italiano normalmente con «felicità». Ma che, secondo alcuni studiosi, come Amarty Sen, forse vuol dire quale qualcosa di più generale e indeterminato, e indica una sorta di corrispondenza ben riuscita tra desideri e risultati, qualcosa che assomiglia, piuttosto che a «felicità», ad «autorealizzazione» o «fioritura umana». Kant proponeva quello assai più rigido dell'adempimento del puro dovere. A me (forse perché sono mediterraneo e non tedesco) sembra più naturale, dovendo optare tra questi due criteri, seguire il suggerimento di Aristotele, senza che ciò implichi peraltro un'opzione filosofica più generale. Quando penso a un bilancio della vita, tendo così a farlo approssimativamente in termini di eudamonia. Valuto, quasi in modo istintivo, le mie decisioni passate in termini di soddisfazioni per ciò che ho fatto e di rimpianti per quello che non sono riuscito a fare, il tutto alla luce di un ideale di realizzazione del sé. Naturalmente, come gli altri sono influenzato dall'esperienza quotidiana, e questo esercizio valutativo diviene per me carico di ricordi, teorie e argomenti che possiamo chiamare in senso lato filosofici.
Ma sotto questo primo e naturale impulso si nasconde una pretesa più generale e perciò, spero, di qualche interesse teorico. Parto, in questo tentativo, dal presupposto che la teoria filosofica non sia priva di indicazioni che vanno al di là del percorso individuale, delle esperienze dei singoli e dei loro vissuti.
Da questo punto di vista, un esame del valore della vita presuppone una questione che, temo in maniera oscura per chi non si occupa di filosofia abitualmente, possiamo definire ontologica. Con «ontologia», una parola di origine greca entrata nel gergo filosofico standard fin dal XVII secolo, si intende di solito quel ramo della metafisica che più direttamente si occupa di ciò che esiste. La metafisica è a sua volta, quella parte della filosofia che cerca di indagare la natura ultima della realtà. Le tipiche domande ontologiche sono: «Che cosa esiste?» e come possiamo affermarlo». Non si intende, in questo caso, rispondere presentando una lista o un inventario di cose che ci risulta esistano, dal computer con cui sto scrivendo in questo momento agli abiti che indosso, ma piuttosto discutendo i caratteri fondamentali della realtà. Ciò che, seguendo Aristotele, si dice lo studio dell'essere in quanto essere.
La complessità del rinvio all'ontologia è innegabile, ma, a mio avviso, necessaria per il bene dell'argomento. Kant cercò di mostrare come la pura ragione non possa indicare , in maniera aprioristica, quali entità devono necessariamente esistere. Detto in modo rozzo, ma spero efficace, Kant separò così la nozione di essere (o realtà) da ogni intuizione primitiva con cui si può pretendere di coglierlo, da ogni tentazione cioè di conoscere la realtà prima e indipendentemente dalle versioni che, attraverso la teoria, possiamo darnee. Dopo di lui, ogni visione dell'ontologia che si basi su un accesso privilegiato e spontaneo alla realtà, non mediato cioè dalle interpretazioni sistematiche che siamo in grado di fornire, divenne implausibile. E questo vale anche per la nozione di vita. Ciò ci invita a prendere partito per una visione in cui la vita non viene esaminata nella sua immediatezza, ma piuttosto attraverso la mediazione della propria teoria filosofica preferita. Già accettare una tesi come questa implica a mio avviso optare per una visione della vita diversa, e starei per dire opposta a quella che hanno offerto, nel nostro secolo e in quello precedente, molte cosiddette «filosofie della vita», nonché le tradizionali religioni rivelate. Né l'essere (o realtà), né la vita stessa si danno, secondo la mia tesi, in maniera diretta, senza che le categorie teoretiche e pratiche siano coinvolte nel corso dell'esperienza.
Una tesi del genere può apparire inquietante per una ragione semplice da comprendere. Se, infatti, come ho già prima affermato, la realtà non si dà indipendentemente dalla teoria, e se - come del resto appare normale pensare oggi - ci sono diverse teorie scientifiche, etiche e ontologiche, allora non potremo mai convergere su una visione unitaria di ciò che è.
Il pluralismo delle teorie dìventerebbe in tal caso aútomaticamente il pluralismo dei modi di vedere e costruire il mondo. E ciò, come si accennava, preoccupa molti, che ritengono ci sia una connessione inelimiminabile tra buon senso, decoro morale e unicità della realtà. Costoro, però, hanno torto. Il pluralismo è un elemento di fatto non trascurabile della nostra cultura. E. quindi, della nostra metafisica. Proprio per ciò l'ontologia, se diamo ascolto alla mia proposta, riflette il pluralismo di cui si parlava poc'anzi, e non può essere più ispirata a un pigro realismo monistico. In un universo pluralista nessuno può, così, affermare in buona fede di conoscere il «vero» valore della vita, mentre è possibile presentare una visione teorica del valore della vita che appaia migliore e più plausibile delle altre.
Il presente libro sul Valore della vita è costruito sull'idea, di ispirazione kantiana, secondo cui tra il realismo metafisico di molte tradizioni religiose e il nichilismo radicale c'è una possibilità intermedia, che pur resistendo al primo non finisca per accettare il secondo. Tale ipotesi di lavoro insiste così sulla fecondità del discorso e sulla possibilità di costruire al suo interno distinzioni concettuali e argomentative che valutino, comparandole, diverse proposte intellettuali e filosofiche.
Da questo punto di vista, sembra chiaro il motivo per cui le filosofie della vita non rispondono alle nostre esigenze allo stesso modo degli appelli mistici. L'idea che la vita sia un prius categoriale sembra, infatti, o frutto di un'impostatizzazione impropria, che presupponga una realtà primitiva e condivisa come vogliono le tesi del realismo metafisico, oppure l'esternazione disperata di un solipsismo incapace di comunicare. Solo se la vita viene pensata in termini di teoria e di dialogo, al contrario, è ipotizzabile una valutazione ragionevole, e cioè un argomento non puramente descrittivo e non metafisico-realistico, sul valore della vita.
La mia tesi principale intende formulare un attacco alle posizioni mistiche e nichiliste e insieme una proposta positiva per uomini e donne liberali. La pars destruens, riguarda mistici e nichilisti. La pars construens, invece, consiste nella formulazione di un'ipotesi di teoria del valore, che collegata a una visione metafisica di fondo, consenta agli spiriti liberali di affrontare dilemmi pratici che riguardano il valore della vita, del tipo di quelli posti dalla bioetica, con la convinzione di avere alle spalle una visione del mondo più articolato e coerente di quanto essi stessi talvolta non credano.
I liberali, nella mia ricostruzione, hanno infatti dalla loro parte la migliore versione della metafisica e dell'etica che i nostri tempi mettono a disposizione. Tutto ciò non vuol dire che siano in grado di risolvere in maniera filosoficamente soddisfacente problemi drammatici e profondi come quelli che riguardano, per esempio, l'aborto e l'eutanasia. Ma vuol dire che - armati di modestia e pluralismo - possono nutrire speranze più solide degli altri nell'accostarsi a essi. |