![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 OTTOBRE 1998 |
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C'è un punto dell'enciclica in cui il Papa sfiora una questione
delicatissima e la risolve in due righe ed è quello nel quale
Dio scaccia Adamo ed Eva dal paradiso. Perché li scaccia?
C'è scritto nel Libro: ruppero il divieto divino mangiando i
frutti dell'albero della conoscenza; per esser più esatti,
dell'albero i cui frutti forniscono all'uomo i criteri del bene e
del male.
L'enciclica papale spiega il castigo divino sui Progenitori
con la rottura del divieto, ma non spiega il perché del
divieto. Eppure si tratta di un punto- chiave. Se è stato il
Creatore a infondere nelle sue creature la sete della
conoscenza, perché mai le punisce nel momento stesso in
cui esse acquisiscono quella conoscenza e si differenziano
da tutto il resto del mondo animale per il fatto di poter
vedere e poter conoscere se stessi? Non è questo il fine
ultimo della nostra specie di "homo sapiens"? Non è questo
che la stessa enciclica esorta a non dimenticare? Non è
proprio mangiando quei frutti che i Progenitori uscirono dal
mondo animale instaurando il dominio della mente riflessiva,
cioè di quell'autoconoscenza che li fa diversi dalle altre
specie? E allora, perché punirli?
HO GIÀ detto che su questo punto iniziale e capitale della
storia non c'è, non c'è mai stata e mai ci sarà risposta da
parte della Chiesa. Sembra di capire che stando alle
Scritture del Vecchio e del Nuovo Testamento, Dio mise un
limite alla libertà del conoscere; l' uomo sorpassò il limite e
fu punito. In che modo?
Fu punito perdendo l'innocenza e per ciò stesso
conoscendo dolore, fatica e consapevolezza della propria
mortalità. L'"homo sapiens", cioè, nasce esattamente dalla
Cacciata. Adamo nasce due volte: quando è creato e
quando è scacciato.
Ho sempre pensato, e l'ho anche scritto in un mio libro di
qualche anno fa, che per comprendere pienamente la
differenza tra l'Adamo della creazione e quello della
cacciata il linguaggio dell' arte sia molto più potente del
linguaggio delle parole. Paragonate l'Adamo dipinto da
Michelangelo sotto le volte della Sistina mentre il Creatore
gli infonde la vita, con quello dipinto da Masaccio nella
cappella Brancacci al Carmine di Firenze. Il primo è una
figura stupefatta e statica, possente nella sua animalità
inespressiva e beata; il secondo è diventato imperfetto e
dolorante nelle membra e nell'espressione, realizzando la
sua nuova condizione umana, consapevole di sé e della
propria morte.
È un castigo o una promozione? Il trasgressore, per il fatto
stesso di aver trasgredito, è diventato uomo. Non lo
sarebbe mai stato se fosse rimasto nell' eden dell'innocenza;
la storia non sarebbe mai cominciata e la stessa
incarnazione del Figlio non sarebbe stata necessaria.
Ecco dunque che dal punto di vista della Chiesa c'è qui un
problema irrisolto che tocca il cuore stesso della
Rivelazione. L'enciclica se ne sbriga in due righe rinviando al
mistero alla fede, ma resta che la creatura appena creata ha
trasgredito, cioè ha usato con pienezza la sua libertà per
realizzare l' atto stesso della trasgressione e con ciò la sua
condizione umana. "Felix culpa"?
MA L'ASSILLO del Papa, che circola in tutto il suo
documento, è la perdita di senso: l'uomo moderno ha perso
il senso della vita, la vita è diventata senza senso, cioè una
non-vita, al posto del senso è rimasto il nulla. "Solo la
fede..." dice Wojtyla.
La fede però è come il coraggio di don Abbondio: chi non
ce l'ha non se la può dare. Ma il problema rimane: si può
vivere una vita priva di senso?
Al centro della modernità un grande pensatore, Federico
Nietzsche, si è posto la stessa domanda e ha dato la
medesima risposta: non si può vivere senza senso.
Tutti dunque cercheremo di recuperare un senso. Alcuni
attraverso la fede nel divino, altri fidando su un proprio
disegno autonomo e altrettanto legittimo. Non ci sarà un
solo senso ma ce ne saranno innumerevoli; tutti però
porteranno il marchio dell'assolutezza, anche quelli che sono
arrivati alla conclusione che non esiste una sola verità ma
soltanto molte verosimiglianze, anche costoro per poter
sopravvivere dovranno dare un senso alla loro vita
illudendosi che sia un senso assoluto.
Nietzsche e prima di lui Leopardi fondarono sull'illusione il
senso della vita e quindi la vita stessa. Non è un'illusione
anche la fede? Eppure aiuta a vivere; oh, se aiuta!
Credenti o non credenti, siamo tutti dei sopravvissuti in virtù
dell'illusione, aggrappati alle nostre verosimiglianze. La
nostra mente le crea, come fuochi d'artificio che, per
artificio, rivaleggiano con le stelle e ci rappresentano un
vero che esiste solo perché noi lo pensiamo.