RASSEGNA STAMPA

18 OTTOBRE 1998
EUGENIO SCALFARI
LA FEDE DEL PAPA E QUELLA DEI LAICI
LA CRISI politica - e nello sfondo quella della finanza mondiale - hanno in qualche modo relegato in seconda fila l'enciclica papale "Fides et ratio" nell'attenzione dei media: veloci riassunti del contenuto, brevi commenti di qualche filosofo interessato al tema e soprattutto la valutazione politico-religiosa dei vent'anni di pontificato di Giovanni Paolo II, con i quali la pubblicazione dell'enciclica ha coinciso.
Ma quando alle soglie del terzo millennio un pontefice con la personalità storica di Wojtyla decide di cimentarsi per la seconda volta ("Veritatis splendor") con il tema della fede, della ragione e della loro compatibilità, si pone una questione che non può esser presa sottogamba solo perché Massimo D'Alema forma un governo in accordo con Cossutta e con Cossiga. La questione affrontata dal Papa, più che il tentativo di fissare i limiti della scienza e della filosofia nei confronti della religione, riguarda infatti il tema della verità e della conoscenza. Riguarda cioè il fondamento costitutivo dell'"homo sapiens". Riguarda dunque noi tutti, religiosi, non religiosi, irreligiosi.
Ho letto con viva attenzione e con rispetto le pagine della "Fides et ratio". Vi ho trovato - ed era ovvio conoscendo la preparazione culturale del Papa e dei suoi collaboratori - tesori di erudizione e sforzi di ermeneutica applicati a tutto il "corpus" delle Scritture, dai "Libri sapienzali" al "Genesi", dai "Salmi" agli "Atti degli apostoli", con conoscenze attinte anche ai "Veda" e ai vari lasciti delle religioni e delle filosofie dell'Oriente.
Ma non vi ho trovato nulla di nuovo rispetto al tema della fede, della ragione e della libertà. La Chiesa, nonostante i lodevoli sforzi ecumenici, non si scosta d' un millimetro dal suo assunto: la ragione è lo strumento di cui l'uomo si serve per soddisfare la sua sete di conoscenza; perciò la ragione ha pieno diritto e piena libertà di applicarsi alla scienza e alla filosofia ma incontra inevitabilmente un limite che non può valicare a causa della finitezza dell'uomo; l'uomo tuttavia non può rinunciare a varcare quel limite, ad andare oltre la conoscenza razionale per raggiungere la verità; per forzare quella soglia e acquisire la sapienza non ha che da affidarsi alla fede realizzando così la pienezza della libertà entro la pienezza dell'obbedienza al comando di Dio. LA CHIESA, dicevo, non si scosta d' un millimetro; e come potrebbe? Giustamente il Papa ricorda il mandato di "diaconia" che la Chiesa ha ricevuto dal suo fondatore: al servizio di Dio, depositaria esclusiva di quel mandato che è da duemila anni la pietra angolare e il fondamento della sua esistenza. Perciò è inutile e anzi sciocco attendersi svolte che la Chiesa non darà mai poiché la esporrebbero al dissolvimento.
Nasce a questo punto la domanda, quella vera che dobbiamo porci di fronte all'enciclica: perché è stata scritta e diffusa "urbi et orbi"? Se non c'è nulla di nuovo in essa, né poteva esserci, qual è la motivazione e anzi la necessità della sua redazione?
L'obiettivo, l'abbiamo già detto, è la riaffermazione della verità unica e assoluta. In un mondo che il Papa definisce nichilista e relativista, gli uomini hanno perso il senso della vita; non sanno da dove vengono e dove vanno, ma soprattutto non si pongono più queste domande. Vivono in preda soltanto ai loro appetiti rischiando così di trascinarsi fino al pozzo del nulla dentro al quale inevitabilmente precipiteranno.
La Chiesa si sente dunque chiamata a compiere l'estremo sforzo di arrestarli su questa china salvandoli dall'attuale miseria intellettuale e spirituale nella quale sono caduti e che connota la modernità del laicismo razionalista.

C'è un punto dell'enciclica in cui il Papa sfiora una questione delicatissima e la risolve in due righe ed è quello nel quale Dio scaccia Adamo ed Eva dal paradiso. Perché li scaccia? C'è scritto nel Libro: ruppero il divieto divino mangiando i frutti dell'albero della conoscenza; per esser più esatti, dell'albero i cui frutti forniscono all'uomo i criteri del bene e del male.
L'enciclica papale spiega il castigo divino sui Progenitori con la rottura del divieto, ma non spiega il perché del divieto. Eppure si tratta di un punto- chiave. Se è stato il Creatore a infondere nelle sue creature la sete della conoscenza, perché mai le punisce nel momento stesso in cui esse acquisiscono quella conoscenza e si differenziano da tutto il resto del mondo animale per il fatto di poter vedere e poter conoscere se stessi? Non è questo il fine ultimo della nostra specie di "homo sapiens"? Non è questo che la stessa enciclica esorta a non dimenticare? Non è proprio mangiando quei frutti che i Progenitori uscirono dal mondo animale instaurando il dominio della mente riflessiva, cioè di quell'autoconoscenza che li fa diversi dalle altre specie? E allora, perché punirli?
HO GIÀ detto che su questo punto iniziale e capitale della storia non c'è, non c'è mai stata e mai ci sarà risposta da parte della Chiesa. Sembra di capire che stando alle Scritture del Vecchio e del Nuovo Testamento, Dio mise un limite alla libertà del conoscere; l' uomo sorpassò il limite e fu punito. In che modo?
Fu punito perdendo l'innocenza e per ciò stesso conoscendo dolore, fatica e consapevolezza della propria mortalità. L'"homo sapiens", cioè, nasce esattamente dalla Cacciata. Adamo nasce due volte: quando è creato e quando è scacciato.
Ho sempre pensato, e l'ho anche scritto in un mio libro di qualche anno fa, che per comprendere pienamente la differenza tra l'Adamo della creazione e quello della cacciata il linguaggio dell' arte sia molto più potente del linguaggio delle parole. Paragonate l'Adamo dipinto da Michelangelo sotto le volte della Sistina mentre il Creatore gli infonde la vita, con quello dipinto da Masaccio nella cappella Brancacci al Carmine di Firenze. Il primo è una figura stupefatta e statica, possente nella sua animalità inespressiva e beata; il secondo è diventato imperfetto e dolorante nelle membra e nell'espressione, realizzando la sua nuova condizione umana, consapevole di sé e della propria morte.
È un castigo o una promozione? Il trasgressore, per il fatto stesso di aver trasgredito, è diventato uomo. Non lo sarebbe mai stato se fosse rimasto nell' eden dell'innocenza; la storia non sarebbe mai cominciata e la stessa incarnazione del Figlio non sarebbe stata necessaria.
Ecco dunque che dal punto di vista della Chiesa c'è qui un problema irrisolto che tocca il cuore stesso della Rivelazione. L'enciclica se ne sbriga in due righe rinviando al mistero alla fede, ma resta che la creatura appena creata ha trasgredito, cioè ha usato con pienezza la sua libertà per realizzare l' atto stesso della trasgressione e con ciò la sua condizione umana. "Felix culpa"?

MA L'ASSILLO del Papa, che circola in tutto il suo documento, è la perdita di senso: l'uomo moderno ha perso il senso della vita, la vita è diventata senza senso, cioè una non-vita, al posto del senso è rimasto il nulla. "Solo la fede..." dice Wojtyla.
La fede però è come il coraggio di don Abbondio: chi non ce l'ha non se la può dare. Ma il problema rimane: si può vivere una vita priva di senso? Al centro della modernità un grande pensatore, Federico Nietzsche, si è posto la stessa domanda e ha dato la medesima risposta: non si può vivere senza senso.
Tutti dunque cercheremo di recuperare un senso. Alcuni attraverso la fede nel divino, altri fidando su un proprio disegno autonomo e altrettanto legittimo. Non ci sarà un solo senso ma ce ne saranno innumerevoli; tutti però porteranno il marchio dell'assolutezza, anche quelli che sono arrivati alla conclusione che non esiste una sola verità ma soltanto molte verosimiglianze, anche costoro per poter sopravvivere dovranno dare un senso alla loro vita illudendosi che sia un senso assoluto.
Nietzsche e prima di lui Leopardi fondarono sull'illusione il senso della vita e quindi la vita stessa. Non è un'illusione anche la fede? Eppure aiuta a vivere; oh, se aiuta! Credenti o non credenti, siamo tutti dei sopravvissuti in virtù dell'illusione, aggrappati alle nostre verosimiglianze. La nostra mente le crea, come fuochi d'artificio che, per artificio, rivaleggiano con le stelle e ci rappresentano un vero che esiste solo perché noi lo pensiamo.
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vedi anche
L'Emciclica Fede e Ragione