MARCUSE, UN FILOSOFO PER IL NOSTRO DOMANIUN CONTRIBUTO ANCORA ATTUALE ALLA TEORIA CRITICA DELLA
SOCIETA' Anticipiamo alcuni punti
di una più ampia relazione
titolata "Felicità e ragione. Il contributo di Marcuse
all'idea di teoria critica",
che verrà esposta domani pomeriggio
all'Auditorium romano del Goethe Institut,
nel corso del convegno "Eros, utopia e rivolta",
dedicato al filosofo della scuola di Francoforte |
| Forse ha davvero nuociuto a Marcuse il fatto di essere ricordato
soprattutto come il filosofo della rivolta studentesca e l'autore
dell'Uomo a una dimensione. In realtà Marcuse é stato
molto di più; é stato uno tra i più importanti pensatori del
Novecento che oggi una moda culturale sfavorevole ha finito per
relegare un po' nel dimenticatoio, ma che é ancora in gran parte
da studiare e da scoprire. Marcuse, infatti, non si riassume
certo nei suoi libri più noti, che per un certo periodo furono
vere e proprie bandiere. Anzi, per comprenderlo un po' più in
profondità é molto meglio cominciare dal principio, dall'intenso
lavoro filosofico che Marcuse sviluppa prima, alla fine degli
anni Venti, tentando una radicalizzazione dell'ontologia
esistenziale di Heidegger, e successivamente, nel pieno degli
anni Trenta, collaborando con l'Istituto per la ricerca sociale
diretto da Max Horkheimer.
Nei grandi saggi che Marcuse viene pubblicando sulla "Rivista per
la ricerca sociale" emerge un pensiero potente e originale, che
forse aspetta ancora di essere riscoperto e rivalutato. Infatti,
all'interno del gruppo che elabora la "teoria critica della
società", Marcuse ha un ruolo di primo piano, anche se talvolta
persino gli storici della Scuola di Francoforte non gli hanno
reso pienamente giustizia. Mentre fino alla fine della anni
Trenta il contributo di Adorno alla elaborazione comune é ancora
molto marginale, Marcuse affianca Horkheimer occupando in qualche
modo la posizione di filosofo ufficiale del gruppo, e scrive dei
saggi che risultano determinanti per l'orientamento generale
della scuola francofortese (nel frattempo esiliato negli Stati
Uniti dopo l'avvento al potere di Hitler nel 1933).
In modo particolare, di grandissimo interesse sono le riflessioni
che Marcuse dedica alla questione dello statuto teorico di una
teoria "critica" della società, riflessioni che si affiancano a
quelle che Max Horkheimer consegna a un famoso saggio del 1937,
"Teoria tradizionale e teoria critica". Ragionando a partire da
questo notissimo scritto di Horkheimer Marcuse sviluppa la
propria idea di "teoria critica della società", in termini che
sopravanzano quelli horkheimeriani e che attingono una maggiore
ricchezza e compiutezza.
L'orientamento di fondo di Marcuse é chiaro e ben delineato:
certamente la critica della società, come aveva scritto
Horkheimer, esprime determinati interessi e si ricollega a
determinate lotte sociali, senza le quali non sarebbe possibile.
Essa però trascende questi interessi, ed acquisisce una superiore
e non ideologica validità, perché non risponde a bisogni
particolari o a situazioni di classe determinate, essendo invece
una critica in nome della ragione stessa. L'interesse critico,
insomma, non é equiparabile a nessun interesse particolare, ma é
un interesse della ragione, nel quale si raccoglie e si realizza
l'eredità della grande filosofia.
Ma come può la ragione
filosofica diventare organo di critica sociale? La risposta di
Marcuse é netta e difficilmente contestabile: essere razionali
significa non accomodarsi a ciò che esiste di fatto, ma
ricercarne la giustificazione. Quindi, ogni istituzione sociale é
legittima non perché esiste di fatto, ma solo se si legittima di
fronte al libero esame della ragione. Il concetto filosofico di
ragione, così come é stato sviluppato dall'idealismo tedesco e in
particolare da Hegel, diventa quindi nel pensiero marcusiano il
criterio al quale commisurare le istituzioni sociali date, per
vagliarne la legittimità. Le esigenze fondamentali della ragione,
infatti, sono quelle della autonomia (autodeterminarsi, darsi da
sé la propria legge) e della universalità, cioé della validità
per tutti. Ecco, allora, quali sono le conseguenze: se la ragione
esige autonomia e universalità, e se vero che la società di
mercato capitalistica non realizza l'autonomia e l'universalità
possibili per gli individui umani, allora ne deriva che é un
interesse della ragione quello di trasformare i rapporti sociali
esistenti, per realizzare il massimo di autonomia e di
universalità possibile. Cioé per liberare gli individui tanto
dalla soggezione a un cieco meccanismo economico, quanto dalle
forme di dominio e di ingiustizia che sono per l'appunto
negazioni dell'universalità. Ciò é espresso con grande efficacia
in un passo di Marcuse nel quale sembrano intrecciarsi tutti i
grandi motivi del suo pensiero: "Che l'uomo sia un essere
razionale, che questo essere rivendichi la libertà, che la
felicità sia il suo bene supremo, tutte queste sono
universalità che hanno, appunto grazie al loro carattere
universale, una forza propulsiva e progressiva. L'universalità fa
sì che esse esigano, in modo quasi sovversivo, che non questo o
quello, ma tutti siano razionali, liberi, felici".
La ragione dunque non implica soltanto autonomia e universalità,
ma pone un fine, quello della felicità di tutti gli individui.
Razionale non é semplicemente autodeterminarsi, ma determinarsi
in vista di quello che é il vero bene, indicabile appunto come
"la felicità". Anche su questo punto Marcuse recupera la
tradizione classica della filosofia, a partire da Aristotele, che
aveva insegnato appunto, nell'Etica a Nicomaco, che la
felicità é per l'uomo il bene supremo, l'unico che ha senso
ricercare per se stesso, e non in modo strumentale, cioé
finalizzato al conseguimento di qualche altro bene.
Nella prospettiva che Marcuse cerca di delineare, quindi, ragione
e felicità non sono contrapposte, ma devono al contrario trovare
un punto di convergenza. Se la ragione deve essere orientata al
fine di avvicinare gli uomini alla felicità, la felicità da parte
sua dev'essere sottoposta al vaglio della ragione. I bisogni e
gli interessi degli individui, che l'organizzazione della società
deve soddisfare, non possono venire assunti semplicemente come
qualcosa di dato; é necessario distinguere tra veri e falsi e
bisogni, autentici e falsi godimenti. Insomma, bisogna mettere la
verità al servizio della felicità, ma anche "applicare la
categoria della verità alla felicità". La vera felicità dunque,
così Marcuse argomenta in uno dei suoi saggi più belli, "Per la
critica dell'edonismo", non sta né nel regno spiritualistico
della cultura, né nella immediatezza puntiforme del piacere
sensibile (come sostiene la tradizione edonista). Essa richiede
piuttosto di conciliare ciò che l'ordine esistente delle cose
tende inesorabilmente a dividere: piacere e conoscenza, felicità
e ragione. Una definizione non riduttiva della felicità, non
spiritualisticamente desensibilizzata, e neppure edonisticamente
delimitata, si potrebbe forse dare, secondo Marcuse, facendo leva
sui concetti di libertà e di possibilità (uno dei pochi concetti
di matrice heideggeriana dei quali Marcuse non intende
sbarazzarsi, neanche nella fase più matura del suo
pensiero).
"Che il vero interesse dell'individuo sia la
libertà, che la libertà individuale possa andare di pari passo
con la reale libertà universale, anzi che sia possibile soltanto
insieme a quest'ultima, e che la felicità consista in ultima
analisi nella libertà": queste sono le tesi, forti ed originali,
nelle quali si riassume e si raccoglie il contributo di Marcuse
alla elaborazione della teoria critica.
E' dunque Marcuse un pensatore di ieri, che si possa
tranquillamente archiviare senza rimpianti? A me pare proprio di
no, anzi mi sembra piuttosto un filosofo di domani; e mi viene il
sospetto che coloro che lo danno inesorabilmente per morto
vogliano piuttosto esorcizzare un fantasma ancora alquanto
inquietante. |