Gell-Mann, un genio specialista del mondo| «Gli umanisti devono conoscere la matematica» |
| «Che bei cedri», commenta il premio Nobel attraversando la piazza alberata davanti al
Politecnico. «Cedri del Libano», azzarda un suo accompagnatore. «Ma quale Libano,
questi sono dell'Atlante. Cedrus Atlantica». Scusi tanto, professore. Sistemata la
botanica, è la volta della storia.
Lo portano sulle guglie del Duomo e gli mostrano il panorama. «Ecco a lei Milano, la
capitale degli affari». «Embe'? Lo era già nel quarto secolo. Non per niente
Diocleziano portò qui la sua corte. E a Milano Costantino promulgò il suo editto sulla
libertà di culto. Che fu l'inizio di tutti i nostri guai».
Già, Costantino... Ma i tempi più bui, per la città, vennero con la dominazione
spagnola. Sapeva anche questo? «Come no? Cominciò nel 1535. Carlo quinto, mi
pare». Bisogna stare bene attenti a quello che si dice, quando si parla con Murray
Gell-Mann. Ogni argomento diventa materia di esame. Al ristorante cinese declina
tutto il menù in lingua originale, facendo i relativi confronti con i termini giapponesi.
Perfino quando gli porgi il tuo biglietto da visita, ti interroga: «Da dove viene questo
cognome? Ah, franco-provenzale. Molto interessante...».
Forse quel giornalista del «New York Times» che lo ha definito «l'uomo che sa tutto»
ha esagerato un po'. Ma certo Gell-Mann (nei giorni scorsi a Milano per una serie di
conferenze organizzate da «Hypothesis») ne sa molto più della media non solo dei
comuni mortali, ma anche dei premi Nobel. Specialmente di quelli che credono di
sapere tutto e su tutto pontificano.
Nato da genitori austriaci emigrati negli Usa, fin da piccolo Murray era affetto da una
bulimia cognitiva che non si fermava davanti a nulla. «Con mio fratello Ben - racconta
- passavo le giornate nei giardini a raccogliere ramoscelli e coleotteri. New York per
me era una foresta di abeti disboscata un po' troppo. Ne rimaneva un angolino nel
Bronx, subito a nord dello zoo. E' lì che ho imparato ad amare e studiare la natura».
Che cruccio, un figlio genio. A otto anni lo mandano a una scuola per ragazzi
superdotati, e lui la trova noiosa. A quindici viene ammesso a Yale. Vorrebbe fare
archeologia, ma il padre insiste per ingegneria. Alla fine, per venirgli incontro, si
iscrive a fisica. Una scelta di ripiego che lo porterà al Nobel. Ma non smette di
coltivare i suoi altri, numerosi interessi: ornitologia, linguistica, botanica, psicologia,
ceramiche preistoriche. E naturalmente letteratura. Quando, nel 1963, intuisce per
primo l'esistenza di una nuova, inafferrabile particella subatomica, la battezza
«Quark», da un brano del «Finnegans Wake» di James Joyce. E anche il titolo del suo
libro «Il quark e il giaguaro» (Bollati Boringhieri, 1996), è tratto da una lirica di un
poeta americano.
Oggi, a 69 anni, Murray Gell-Mann risiede nel Nuovo Messico dove dirige il «Santa Fe
Institute», è professore emerito al Cal Tech di Pasadena, consigliere di Clinton per la
scienza e la tecnologia e si occupa attivamente di problemi ambientali e demografici.
Di «sistemi complessi adattativi», come dice lui: poca roba, dalla cellula all'economia
mondiale.
E' un vero intellettuale «globale», uno di quei «grandi sintetizzatori» che Edward O.
Wilson (che peraltro, chissà perché, si dimentica di citarlo nel suo ultimo libro)
vorrebbe vedere al potere nel prossimo secolo. «Disgraziatamente nelle nostre società,
- dice Gell- Mann - ad accumulare onori sono soprattutto coloro che studiano
attentamente alcuni aspetti di un problema, mentre i temi generali sono relegati nelle
serate mondane. Ma è di fondamentale importanza che noi impariamo a integrare
questi studi specialistici con quello che io chiamo "uno sguardo approssimativo
all'insieme"».
Non c'è rischio di dare la stura ai vaniloqui degli orecchianti, di promuovere il
dilettantismo al rango di scienza? «No, perché qualsiasi sforzo interdisciplinare deve
essere sorretto da solide basi. E occorre che tutti, compresi i cultori delle discipline
umanistiche, abbiano una buona padronanza della matematica. Il che purtroppo non
accade spesso. Comunque, questa esigenza di unità del sapere è sempre più avvertita.
Lo testimonia il successo del centro di ricerche da me fondato, il "Santa Fe Institute".
Un luogo dove i fisici discutono di virus con gli immunologi, i genetisti studiano
l'archeologia e gli psicologi si occupano di economia. Eh sì, perché con i loro teoremi
sulle aspettative razionali e sul mercato perfetto, gli economisti non spiegano nulla.
Guardi che cosa sta succedendo alle Borse...». Signori finanzieri, andate un po' a
lezione dal professor Gell-Mann. |