RASSEGNA STAMPA

12 SETTEMBRE 1998
LUCA GERONICO
MARX E I SUI FRATELLI
Perché nell'estate più calda del secolo gli intellettuali si dividono sul «Manifesto»?
Garin lo rivaluta. Ma per altri la tragedia dei gulag era già scritta in quelle pagine
Rumi.- «C'è aria di reducismo» Marramao: «Ha previsto il mercato globale». Infantino.- «E' lettera morta» Tarchi.- «Non creiamo altri muri» . Givone.- « Un'utopia che ha fallito»
Ricominciamo dalla «ABC»,cioè da Marx. A due passi dal Duemila, quale livre de chevet non può mancare Il Manifesto: ce lo consiglia Eugenio Garin. L'anziano professore, autore di memorabili studi sulla cultura del rinascimento, vive con disillusione questa fin de siècle: «Adesso si avverte solo silenzio o inutile frastuono», ha affermato, dall'alto dei suoi 89 anni nell'intervista concessa a Corrado Stajano in apertura delle pagine culturali del Corriere della Sera del 5 agosto. Insomma oggi non c'è «né progetto, né passione» e, fallite «le grandi idealità del passato prossimo», sopravvivono solo il mercato e il liberalismo. «Nulla che richiami il fervore di idee espresso per esempio dal Manifesto del Partito comunista». Da dove potrebbe ricominciare allora un ragazzo di oggi? Leggere, studiare, come hanno fatto i ragazzi di inizio novecento. Certo professore, ma che cosa? «Comprino anche loro Rousseau, Goethe e perché no, il Manifesto di Marx e Engels», paragonabile per Garin al Discorso della Montagna.
Pronta la replica del liberale Dario Antiseri, domenica scorsa, sempre dalle colonne del Corriere. Ma come si fa - si domanda - a portare nel prossimo secolo un libro padre di una ideologia totalitaria, che ha prodotto «il genocidio e il gulag»? Consiglio da professore anche questo: piuttosto che Marx in cartella mettiamoci Einaudi, Sturzo, Tocqueville, von Hayek.
Ormai è la tenzone intellettuale di Ferragosto e lunedì, sempre sul quotidiano milanese, Luciano Canfora se la prende anche con il corsivo domenicale di Rosso Malpelo su Avvenire. Non si voleva descrivere una biblioteca ideale, ma solo suggerire un avvio di un percorso intellettuale, spiega prendendo le difese di Garin, di cui non nasconde di essere stato allievo. Una reazione eccessiva e scomposta secondo Canfora dovuta «alla insopportabilità, per alcuni, anche soltanto del nome di Marx se pronunciato in un contesto positivo».
Ancora ieri, sempre sul Corriere Giulio Ferroni: ci sono autori che hanno «una forza critica, che ci illumina anche riguardo alla loro distanza». Questo non significa prenderli alla lettera afferma, ma con essi dovrebbero imparare a misurarsi i giovani.
Uno di questi è certamente Marx che «non ha niente a che fare con gulag e genocidi».
Archiviate da poco le commemorazioni di rito per il 150º anniversario della pubblicazione, Il Manifesto di Marx torna al centro del dibattito. Amarcord ferragostano di un'ideologia superata o attualità di un classico da consegnare ai giovani?
«Il Manifesto non ha nulla da dire alle giovani generazioni di oggi, e forse non lo aveva nemmeno ai contemporanei di Marx», risponde deciso Lorenzo Infantino. Improponibile poi il paragone con il Discorso della Montagna, «un messaggio di speranza e tolleranza», mentre Marx invita «alla guerra civile e Lenin non è che il continuatore e l'esecutore del suo pensiero», continua il docente di sociologia della Luiss, «Mi fa specie che molti cattolici accettano analisi da una cultura a loro totalmente estranea e che afferma il primato della politica», afferma. Sul comodino Infantino dunque metterebbe le opere di Tocqueville, di Adam Smith e anche di «Eugene von Boehm-Bawerk, che appena uscito il terzo volume del Capitale ne dimostrò la totale mancanza dì scientificità». Marx va letto, certo, «ma per capire dove non bisogna andare»,.
Per Giacomo Marramao invece il testo firmato anche da Engels a Londra nel 1848 contiene «una grande diagnosi della modernità, un elogio della capacità innovativa della borghesia e preconizza la globalizzazione». «Non capisco poi l'opposizione fra Marx e Tocqueville continua il filosofo, che non nasconde di essere stato allievo in gioventù di Garin; sono due grandi interpreti della iper-modernità». E aggiunge: «Il mercato c'è sempre stato, varie sono invece le condizioni storiche in cui si realizza». Crisi della sovranità nazionale, anarchia e preponderanza dei poteri finanziari: questo in sintesi per Marramao gli elementi del mercato contemporaneo che «Il Manifesto coglie già in alcuni dei suoi aspetti strutturali come la globalizzazione e la civiltà dell'informazione. Certo, contiene pure errori come la previsione della rivoluzione proletaria». Insomma un testo importante, a cui non va attribuita la responsabilità culturale della «degenerazione totalitaria dello Stato».
Marco Tarchi, politologo, non giudica problematico un recupero del Manifesto: «E' un documento interessante di analisi del conflitto sociale, un testo che riconosce il ruolo positivo della borghesia». Nessun tabù, ma per la formazione dei giovani Tarchi suggerisce un pluralismo di fonti. «Ma in questo ping-pong fra scuole di pensiero - commenta - mi sembra che paradossalmente la leggenda del pensiero unico sia una realtà. Ognuno consiglia i suoi autori invece di far cogliere la complessità del pensiero politico contemporaneo», polemizza Tarchi. Comunismo, liberalismo, solidarismo, cristianesimo sociale, nazionalismo: tutti capitoli da esaminare a prescindere dalle convinzioni e simpatie di chi insegna. E Marx? «Ancora attuale la riflessione del sociologo, ma il Marx profeta e ideologo ha fatto il suo tempo». Comunque per Tarchi una lettura oggi innocua.
Per Sergio Givone, filosofo, la conoscenza di Marx è un caposaldo imprescindibile: «Si tratta di conoscere dove ha portato la tragica liquidazione della trascendenza dice -. Nessuno come Marx è andato fino in fondo in questa strada, è un percorso intellettuale da conoscere che ha inscritto in sé il germe del totalitarismo». Una dialettica tragica, una prospettiva di un mondo liberato, «capace di una grande potenza rivoluzionaria», ma non privo di «ambiguità: un giovane Marx profeta e un secondo Marx critico radicale dell'utopismo».
Per lo storico Giorgio Rumi «forse la dichiarazione di Garin voleva essere un antidoto contro il rischio del pensiero unico. Ma ho avuto l'impressione di un'affermazione scolastica». Per Rumi ogni documento ha un valore storico, compreso Il Manifesto, ma «nelle vorticose mutazioni del presente non credo che possa essere considerato uno strumento operativo». Ricominciare da Marx nella disillusione di fine secolo? Non condivide nemmeno questo Rumi: «Viviamo un periodo di grande libertà e ognuno può scegliersi gli antenati che vuole. Ma quella di Garin mi è sembrata più che altro nostalgia della giovinezza, forse viziata da reducismo». Il Manifesto allora sullo scaffale della libreria del Duemila? «Un libro che ci deve essere, ma francamente prima di Garin nessuno ne aveva rivendicato l'attualità di pensiero». Il Manifesto, dunque, un libro che arriverà nel prossimo secolo. Il vero problema è dove metterlo: sul comodino, sullo scaffale, o come consigliava qualcuno tempo fa, in soffitta?
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