RASSEGNA STAMPA

15 LUGLIO 1998
MAURIZIO SCHOEPLIN
E dell'uomo resta soltanto l'Eros
Il rifiuto della tecnologia e del potere in una visione utopica
La teoria critica della società e le dipendenze freudiane: il so
Non è facile resistere alla tentazione di collegare il trentesimo anniversario del «mitico» Sessantotto (al quale, da più parti, si è dato ampio risalto) alla ricorrenza centenaria della nascita di Herbert Marcuse, venuto alla luce il 19 luglio 1898 a Berlino, che del Sessantotto è stato da sempre considerato uno dei padri e le cui idee ebbero notevole diffusione e successo, per poi essere piuttosto rapidamente dimenticate.
E opportuno collocare la figura e l'opera di Marcuse nel contesto della famosa «Scuola di Francoforte», sorta nei primi anni trenta - quando Max Horkheimer assunse la direzione dell'Istituto per la ricerca sociale - e divenuta in breve tempo il centro di elaborazione della «teoria critica della società», un insieme di dottrine di stampo socialista e materialista, tendenti a offrire un'interpretazione critica della realtà sociale, considerandola come un tutto formato da elementi economici, culturali e psicologici. Richiamandosi a Hegel, Marx e Freud, i francofortesi si orientarono verso un lavoro che permettesse di far emergere le contraddizioni della società capitalista, al fine di instaurare una convivenza umana dalla quale fossero banditi l'ingiustizia e lo sfruttamento.
Questa carica contestativa è assai presente nel pensiero marcusiano e contribuì sicuramente alla sua fortuna: in Eros e civiltà del 1955, uno dei suoi scritti più noti, Marcuse sposò appieno la tesi, di chiara ascendenza freudiana, secondo cui la moderna società tecnologico-capitalista è caratterizzata da una forte carica repressiva; tuttavia, a differenza del Padre della psicanalisi, egli ritiene che la repressione non sia necessariamente e indissolubilmente connessa alla civiltà stessa, e pensa che possa darsi una società libera e liberante. Proprio grazie agli strumenti che il progresso ha messo in mano all'uomo contemporaneo, il quale si trova per la prima volta dinanzi all'opportunità di espandere gli spazi di libertà e creatività, affrancandosi dalle schiavitù del passato. Di qui l'appello marcusiano alla liberazione dell'Eros e degli istinti, nella convinzione che il piacere e la felicità possano essere raggiunti, anche se egli dichiara apertamente che la strada per ottenere tale raggiungimento è irta di ostacoli.
Tutti questi ostacoli, presi nel loro insieme, sono rappresentati dall'unidimensionalità dell'uomo, della società e della cultura (è del 1964 il libro più celebre di Marcuse, intitolato proprio L'uomo a una dimensione): l'unica dimensione a cui il pensatore tedesco si riferisce è quella della razionalità tecnologica e della logica del dominio, che tutto appiattiscono, negando la critica e la protesta, e che devono invece essere aspramente ostacolate. Tale decisiva battaglia verrà combattuta da coloro che sapranno operare il «Grande Rifiuto», che Marcuse ravvisa soprattutto nei reietti e negli emarginati, nei perseguitati e nei disoccupati. Non è difficile comprendere il fatto che queste idee, non prive di una sorta di avvincente carica utopica e un po' anarcoide, abbiano potuto funzionare, una trentina d'anni fa, come una specie di Vangelo laico della protesta e della contestazione, un lieto annuncio ateo che prometteva la felicità a ciascuno, in particolare mediante la soddisfazione delle pulsioni sessuali.
Il percorso esistenziale e intellettuale di Herbert Marcuse è stato tutt'altro che lineare: dopo aver aderito alla Comune di Berlino di Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg, si laureò con Heidegger, avvicinandosi poi, come si è detto, alla Scuola di Francoforte. A un periodo di insegnamento nelle università statunitensi - in quell'America da lui considerata modello di società repressiva e mercificata - seguì il ritorno a Berlino ove, negli anni della contestazione, diventò una specie di guru amato e ascoltato, finché anche l'idillio con gli studenti finì consensualmente e l'anziano filosofo non lesinò aspre critiche ai giovani che, a suo giudizio, non avevano ben compreso l'autentico verbo rivoluzionario.
Oggi di Marcuse, morto nel 1979, si parla pochissimo: le sue tesi, invero un po' confuse e fuorvianti, sono una testimonianza di un'epoca per molti aspetti altrettanto confusa e fuorviante.
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15/07/98