RASSEGNA STAMPA

12 LUGLIO 1998
GIORGIO CELLI
Se la scienza fa rima col bricolage
A proposito di un saggio sull'evoluzione scritto da François Jacob, premio Nobel e singolare figura di ricercatore
François Jacob,«Il topo, la mosca e l'uomo», Bollati Boringhieri, pagg. 147, lire 35.000
Non è davvero facile congetturare qualcosa di nuovo: nell'arte o nella scienza, che è lo stesso. Tutto è già stato detto, tutto è già stato pensato. Però, la ripetizione, per usare un paragone dedotto dalla poesia, non è una buona rima, ma una semplice assonanza, e lo stesso concetto, posto in diversi contesti, finisce per perdere il suo significato originario, e acquistare una nuova pregnanza. François Jacob ha decretato in un suo libro precedente a questo che ora vogliamo chiamare in causa (Il topo, la mosca e l'uomo, Bollati Boringhieri, pagg. 147, lire 35.000), che l'evoluzione degli organismi procede con la strategia del bricoleur. Il bricolage, si ricorderà, è una di quelle attività sovente amatoriali, che si conformano all'idea del "fai da te", in forza della quale una padella viene trasformata in un orologio, una caraffa in una lampada, un giogo per bovi in un attaccapanni, e così via.
Bene, l'ipotesi che l'evoluzione si svolga non come la realizzazione di un progetto, ma nella forma di un bricolage, e che la selezione naturale operi sul già fatto, elaborandolo secondo le esigenze del caso, ottenendo per esempio dalle zampe raptatorie dei dinosauri delle ali, era già stata formulata da Jules Segeret, in un suo libretto divulgativo, Dalla vita microbica alla coscienza, tradotto alla buona alla fine degli anni Quaranta. Devo confessare che all'origine del mio interesse per la biologia c'è stata quella piccola bibbia del sapere scientifico del tempo, esposto in maniera esemplare dal punto di vista dell'ignavo. Però, ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, e l'idea del bricolage, che per Segeret derivava da una felice intuizione, attualmente per Jacob ha il suffragio della biologia molecolare, dell'ingegneria genetica e dell'embriologia più avanzata.
Singolare figura di ricercatore questo Jacob: vincitore del premio Nobel insieme a Jacques Monod, di cui ricordiamo il best- seller Il caso e la necessità, non è affatto uno scienziato da torre d'avorio. Il suo sapere biologico si dilata costantemente, saltando lo steccato del laboratorio, a confrontarsi con l'etica, la filosofia, l'arte. Per cui ci imbattiamo, nel suo libro, in un confronto tra una Madonna di Cimabue e una veneziana del Tiziano, oppure tra la teoria della relatività di Einstein e la Bovary di Flaubert, tra la scienza di notte, congetturale e intuitiva, e la scienza di giorno, che elabora e conferisce una logica apparente alla scoperta. Ricordandoci come quell'attività nottambula sia il punto di sutura tra il lavoro dello scienziato e quello dell'artista, posti da Jacob allo specchio l'uno dell'altro.
Ma la parte centrale del libro si occupa di quella che è stata chiamata "la rivoluzione dei geni", che è cominciata con la messa in luce della doppia elica del Dna, e che prosegue con quella ingegneria genetica che fa del Dna il suo bersaglio. Perché, negli ultimi due decenni ci siamo impadroniti dei meccanismi dell'ereditarietà biologica, avverando la profezia di Claude Bernard, che già nel secolo scorso profetizzava l'avvento di un uomo "inventore di fenomeni e controdemiurgo della creazione". Difatti, oggi stiamo sempre più prendendo in mano le redini dell'evoluzione, degli animali e nostra, diventando in grado di far comparire delle nuove specie, un batterio che produce l'insulina, o una chimera mezzo capra e mezzo pecora. Ma non basta. Se è vero che, secondo la concezione darwiniana, tutti gli organismi sono parenti, più o meno vicini più o meno lontani, l'embriologia moderna, passata al vaglio del Dna, ha straconfermato Darwin, mostrando come i geni che presiedono allo sviluppo embrionale della drosophila, il moscerino dell'aceto, siano gli stessi che operano nel topo, e perché no, nell'uomo! Il gene che comanda la formazione dell'occhio composto di una libellula è il medesimo che ordina la formazione del nostro occhio "a camera"!
La biologia di questi ultimi anni ha rivoluzionato il concetto stesso del "sé", rendendo plausibile l'aforisma di Rimbaud "io è un altro". Difatti, è possibile fecondare un ovulo in vitro e impiantarlo in un utero incubatore straniero, dando origine a due madri: quella che ha fornito i geni e quella che ha portato la prole nel suo ventre. Mi chiedevo tempo fa se per caso non fosse in arrivo un nuovo Edipo! O ancora, in futuro si pensa possibile che un uomo possa clonare se stesso, fabbricare una copia di se stesso, ponendo in crisi la nozione stessa di identità. Ché per altro, la situazione è decisamente paradossale, i trapianti hanno riformulato l'identità medesima in chiave biochimica, mettendo in bella evidenza come la natura ci abbia stampati in una sola versione, che starà a noi replicare a piacimento.
Trovate tutti questi fatti sconvolgenti? Vorreste fermare queste esperienze decisamente faustiane? Fareste male, ancorché fosse possibile, perché la medicina del futuro opererà non soltanto con i farmaci, ma eliminando e sostituendo i geni responsabili di terribili patologie, e si svela così il rovescio di una medaglia, che sembrava solo diabolica ed è invece anche angelica. La duplice valenza, nera e bianca, della scienza è sottolineata con forza da Jacob, per cui se le scoperte sono fatte dagli scienziati, ma le loro applicazioni vengono decise dai politici, il rimedio a tutte le possibili storture è la democratizzazione quanto più ampia possibile dell'informazione, perché sia ben chiaro a tutti che cosa si fa nei laboratori, e dove si può andare a parare. Questo sapere diffuso è particolarmente necessario oggi, in un'epoca che sembra propensa a credere agli stregoni e ai miracoli. Mentre, come ha scritto Segeret in quel libriccino che sta alle radici della mia vocazione scientifica "la scienza consiste in una economia di miracoli", e così sia.
inizio pagina
vedi anche
L'immagine del mondo