![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 LUGLIO 1998 |
Insomma, la scienza sembra giunta in prossimità delle frontiere ultime della conoscenza. Superate le quali poco o nulla di sostanziale potrà essere scoperto. Per questo molti parlano di «fine delle scienza». Nessuno, forse, meglio di Gerald Holton, fisico di formazione, docente ad Harvard (USA), curatore delle opere di Albert Einstein, tra i massimi storici della scienza del mondo, giunto a Spoleto su invito della Fondazione Sigma Tau per parlare della definizione delle frontiere della scienza, può dirci se questa percezione ha un qualche fondamento. Se siamo davvero giunti ai «limiti del conoscibile». Professor Holton, ma la scienza può davvero finire? C'è davvero una «risposta finale» alla indagine scientifica? «Penso che questo sia uno dei grandi temi emergenti nel dibattito storico e filosofico intorno alla scienza. E qui a Spoleto parlerò proprio della costellazione di problemi che questo tema solleva. Vede, esistono tre diversi gruppi di scienziati e di studiosi che immaginano la "fine della scienza" e il raggiungimento dei limiti della conoscenza nei loro rispettivi campi di interesse. Il primo gruppo è quello degli ottimisti. Per esempio, molti fisici ritengono di poter trovare il modo di unificare tutte le forze della natura e di poter, così, giungere a una 'teoria del tutto" in fisica. Questa, per loro, è una splendida motivazione alla ricerca. Anche se, come sostiene il mio amico Steven Weinberg, fisico teorico e premio Nobel, quando avremo ottenuto la teoria che unifica tutte le forze fondamentali della natura ci accorgeremo, probabilmente, che la "teoria finale" era solo un sogno. Sono d'accordo. La storia ci insegna che, al di là delle migliori speranze, quella della "risposta finale" è solo un sogno. Vede, negli anni Trenta Paul Dirac, uno dei più grandi fisici del nostro secolo, sosteneva che, con la elaborazione della meccanica quantistica, la fisica era finita. E ai ricercatori non restava altro da fare da fare che studi di chimica, cioè di applicazione della meccanica quantistica. La fisica, in realtà, è continuata. Anche molti biologi e molti neuroscienziati appartengono al gruppo degli ottimisti e si dicono convinti di essere, nei loro rispettivi campi, a un passo dalla "teoria del tutto". Ma, probabilmente, come Paul Dirac, essi si sbagliato. C'è poi un secondo gruppo che parla di "fine della scienza", il gruppo dei pessimisti. Sono filosofi, sociologi e anche qualche scienziato i quali sostengono che abbiamo raggiunto i limiti epistemologici della conoscenza. Non possiamo conoscere di più, anche se ci sarebbe molto altro da conoscere. In realtà una parte cospicua della comunità scientifica non crede in questa affermazione. E ancora una volta la storia ci insegna a essere prudenti: non esistono «ignorabimus», non esistono limiti intrinseci alla conoscenza. Ogni volta che pensiamo di averli individuati, questi limiti, non passa molto tempo che vengono superati. Un terzo gruppo che ci avverte che la "fine della scienza" è già iniziata, ha un atteggiamento ancora una volta ottimistico. Si tratta di ideologi, scrittori, giornalisti i cui libri si vendono molto bene, ma i cui argomenti non mi convincono affatto. Per due ragioni. La prima è che la scienza è immersa in un contesto culturale, che continuamente cambia, si riposiziona, si rinnova. E questa dinamica ricostituisce di volta in volta gli stimoli gíusti per rinnovare e rimotivare l'immaginazione degli scienziati. La seconda ragione è che la storia procede in modo imprevedibile. Aggirando spesso in modo del tutto originale gli ostacoli che ci sembrano impossibili da superare. E' per tutte queste ragioni che io penso che non siamo affatto in prossimità della "fine della scienza".. Lord Kelvin, il grande scienziato irlandese William Thomson, proprio alla fine del secolo scorso parlava dì «fine della fisica». Subito dopo si sono avute la rivoluzione di Einstein, con la relatività, e la rivoluzione della meccanica quantistica. Oggi si riparla di «fine della scienza», forse perché davanti a noi vediamo ostacoli che ci appaiono insormontabili. Dobbiamo dunque attenderci grandi rivoluzioni, come quella di Einstein in fisica o di Darwin in biologia? «Albert Einstein non ha mai pensato di aver compiuto una "rivoluzione". Egli ha sempre detto e riaffermato di aver esteso, ampliato, generalizzato le teorie già esistenti sullo spazio e sul tempo e sull'elettromagnetismo di Maxwell. D'altra parte Einstein non operava in un deserto. Non era l'unico a occuparsi di relatività. Per esempio, il grande matematico tedesco David Hilbert era a un passo dal definire la teoria della relatività generale. La scienza procede nel tempo grazie a un serie di contributi. E non è mai in attesa di un Einstein. Non ha bisogno assoluto neppure di un genio come Einstein. Il fraintendimento deriva dalla ipotesi, avanzata negli anni Sessanta dal sociologo Thomas Khun, che la scienza proceda per rivoluzionari cambi di paradigmi. L'ipotesi è diventata popolare, ma è sbagliata. La scienza non procede per rivoluzioni. E quindi non dobbiamo attenderci rivoluzioni. La scienza procede per progressiva estensione del noto nell'ignoto. E questo dobbiamo continuare ad attenderci: un'ulteriore estensione della conoscenza». Molti parlano, anche, di fine ormai prossima della «scienza galileana» a causa di una ineluttabile rottura del legame tra la teoria e l'esperimento. La divergenza avverrebbe sia a causa della impossibilità pratica di effettuare in molti casi gli esperimenti cruciali, come per esempio nella fisica delle energie molto alte; sia perché in molte scienze storiche non esiste in linea di principio un esperimento davvero cruciale; sia perché, infine, la simulazione al computer sta diventando in molti campi preminente rispetto all'esperimento classico. Se tutto questo è vero, la teoria è destinata a diventare del tutto indipendente rispetto alle «sensate esperienze» e a rispondere solo ad astratti principi di estetica e di autoconsistenza logico-matematica? «Vede, la storia ci dice che una teoria scientifica è molto spesso e per lungo tempo indipendente dall'esperimento. Succede con una certa frequenza che una teoria prima venga accettata e poi provata. Quando la relatività ristretta è stata proposta nel 1905, non c'era alcun motivo perché venisse accettata, se non un motivo estetico. Anzi, ci furono esperimenti, per esempio nel 1906, che sembravano contraddire la teoria. Ma Einstein ha insistito, egli credeva nella relatività ristretta malgrado gli esperimenti. E solo nel 1911 la teoria ha cessato di essere indipendente e addirittura contrapposta all'esperimento. In tutto questo periodo la teoria della relatività ristretta è stata accettata solo sulla base di un principio estetico. La stessa cosa è avvenuta negli anni Trenta, quando Paul Dirac ha elaborato la sua teoria quantistica di campo dell'elettrone, che prevedeva l'esistenza dell'antimateria. La teoria è stata accettata subito solo sulla base di un principio estetico. Poi è stata provata. Insomma, succede spesso che la teoria sia per un certo tempo indipendente dall'esperimento. E succede spesso che occorre molto tempo perché un esperimento cruciale possa essere effettuato. Così non mi sorprende che molte teorie nel campo della fisica delle alte energie possano vivere, anche per un periodo lungo, staccate dall'esperimento. Quando l'esperimento diventerà possibile, la teoria sarà provata. Diversa è la questione posta dalle simulazioni al computer. Molti sostengono, tra il serio e il faceto, che solo il computer conosce la verità sui modelli che girano al computer. Tuttavia devo dire che persino i suoi amici dicevano a Galileo che non poteva usare il suo telescopio per osservare fenomeni lontani e intangibili, come le fasi del pianeta Venere, perché il telescopio era fatto di lenti di vetro. Che il vetro poteva distorcere la realtà. E che in fondo solo il vetro conosceva la realtà». Ci sono altre persone che parlano di «fine della scienza». Ma lo fanno in modo del tutto diverso rispetto da quelle di cui abbiamo parlato finora. Sono alcuni fautori del postmodernismo e della «new age». Lei ritiene che la cultura scientifica possa essere colpita e persino sconfitta da un'ondata di irrazionalismo? Che l'umanità possa dimenticare la scienza? «Penso che questo sia una questione davvero importante. A iniziare dall'epoca di Socrate, le ondate di irrazionalismo si sono spesso abbattute sulla scienza e sulla conoscenza razionale nel corso della storia. Queste ondate sono talvolta prodotte, come il caso di Jean Jacques Rosseau nel '700 in Francia o di William Blake all'inizio dell'800 in Inghilterra, da ribelli romantici, la gran parte di ambiente accademico non scientifico. In altri casi le ondate di irrazionalismo sono prodotte dai ribelli per motivi ideologici. Basta pensare agli scienziati tedeschi che, in epoca nazista, hanno tentato di creare una "scienza ariana". 0 ai cinesi, che all'epoca di Mao, scatenerono la rivoluzione culturale anche contro la scienza cosiddetta occidentale. La lotta contro i ribelli per ideologia è spesso drammatica, ma quasi sempre limpida. Perché appare sempre chiara la posta in gioco. C'è oggi, infine, un terzo tipo di persone che si ribellano alla scienza. Sono quelli che lei chiama i postmodernisti, molto attivi oggi in Francia, negli Usa, in Inghilterra. Sono portatori di una ribellione che è un mix di romanticismo e di ideologia. Si tratta di una ribellione fondata su principi anti-autoritari, che esalta l'individuo e le idee individuali a scapito del collettivo e delle imprese collettive. Penso che questa ribellione sia molto pericolosa per la democrazia e per la nostra cultura. Temo sia una vera e propria malattia del nostro tempo; una malattia grave perché subdola. Una malattia che dobbiamo cercare di curare, prima che sia troppo tardi».
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