RASSEGNA STAMPA

Non è una questione di geni
Alcuni scienziati applicano le regole dell'evoluzione alla cultura, pensando di decifrarne i meccanismi. Richard Lewontin, uno dei maggiori esperti, spiega perché sbagliano
«La conoscenza umana ha una storia che la biologia è incapace di capire»
di MASSIMO PIATTELLI PALMARINI
E stato a Venezia con la moglie Mary-Jane nei giorni scorsi, per un convegno sulle origini dell'uomo, organizzato dall'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Grato agli organizzatori per avergli procurato la stessa camera, nello stesso albergo in cui trascorse la luna di miele esattamente cinquant'anni fa, Richard Lewontin, i cui corsi con Stephen Jay Gould a Harvard sono leggendari, è uno dei massimi teorici dell'evoluzione, sapientemente combinata con la genetica di popolazioni. Lo conosco abbastanza bene da abbastanza tempo per saltare ogni preambolo e entrare direttamente in materia. Lasciatemi prima solo dire che è una delle intelligenze più brillanti e più profonde che mi sia dato conoscere. E, ammetto, con infinita gratitudine, che la sorte mi ha concesso la grazia di conoscerne molte. Il titolo della sua comunicazione al convegno è una domanda, diciamolo pure, retorica: «Le culture evolvono?»
Dunque, evolvono? «No - risponde candidamente -. Hanno una storia, ma non evolvono, non nel senso che questo termine ha assunto in biologia. Mancano leggi generali di evoluzione per le culture. Troviamo una miriade di accadimenti contingenti, privi di schemi globali. Gli antropologi che hanno inteso individuare una linea sottostante di progresso, dalla cosiddetta savagery, lo stato selvaggio, alla cosiddetta civiltà, si sono basati su un presunto progressivo aumento di complessità, di integrazione, di efficienza nello sfruttamento delle risorse, e via dicendo. Hanno voluto stabilire un parallelo con lo sviluppo di un organismo biologico. A mio avviso hanno fallito. Si tratta di giudizi basati su impressioni e vaghe analogie. Manca totalmente un'idea sui meccanismi che dovrebbero guidare questo presunto progresso». Nella nostra conversazione, questo tema dei meccanismi e della loro capitale importanza ricorrerà più volte. Lewontin porta come modello positivo le ricerche sulla trasmissione di caratteri culturali svolte da Luca Cavalli-Sforza qualche anno fa
«Si è mostrato in quelle ricerche che lievi variazioni nei modi di trasmissione di un tratto culturale, come ad esempio l'arte di coltivare la terra, o di fabbricare certi manufatti, o il diffondersi di certe norme sociali, portano a risultati radicalmente diversi. I meccanismi di trasmissione sono di capitale importanza. Dato che sono molteplici, con effetti molteplici, bisogna prestare grande attenzione al dettaglio. La verità sta nel dettaglio. Coloro che, invece, come Richard Dawkins hanno voluto costruire una teoria generale della trasmissione dei tratti culturali, con i sui famosi "memi", presunti equivalenti dei geni, non hanno ottenuto alcun risultato. Io stento perfino a capire che cosa significhi, esattamente, voler stabilire un parallelo globale tra i mutamenti delle culture e l'evoluzione degli organismi. Manca totalmente, nel caso delle culture, l'equivalente dei meccanismi genetici alla Mendel. In biologia, le unità di base sono i geni, mentre non c'è modo di identificare le unità di base nella cultura, se non con criteri che risultano completamente arbitrari. Inoltre, qualsiasi descrizione delle culture e delle società, per quanto apparentemente neutrale e obiettiva, già contiene un immenso carico implicito di pregiudizi su che cosa conta come struttura, come organizzazione, come complessità, come progresso»
Ci spostiamo, allora, dalle culture agli organismi. Chiedo a Lewontin, raffinato genetista, abituato a lavorare non solo al livello delle popolazioni, ma anche a quello delle molecole, come dobbiamo ricevere le notizie, ormai quasi quotidiane, sulle scoperte del gene di questo o quel comportamento, dall'alcolismo all'omosessualità, dall'appetito all'eccellenza nello sport. La risposta è pronta, e impietosa
«Il filosofo Elliott Sober dell'Università del Wisconsin a Madison, con il quale collaboro da anni, ha inventato un interessante paradosso. Immaginiamoci di cercare il gene che predispone a fare la calza. Sober mostra in grande dettaglio come procederebbe questa insensata ricerca e come finirebbe, per assurdo, nel dare buoni frutti. Per esempio, ci aspettiamo di localizzarlo su un cromosoma X, in quanto si trasmette di madre in figlia. Potremmo fare un'analisi della trasmissione lungo i rami delle famiglie, e così via. Risparmio qui i dettagli della ingegnosa storia immaginata da Sober. Ebbene, la sua è una pertinente caricatura di molte di queste scoperte di geni che si pretende causino o predispongano a un certo comportamento»
Ribatto che le malattie genetiche vere e proprie esistono, e che è indubitabile vi siano singoli e precisi geni che predispongono all'emofilia, alla talassemia, alla fenilchetonuria e a molte altre patologie genetiche ben note. «Certo, ma in quei casi conosciamo tutti i meccanismi di azione. Dalla sequenza del gene ricaviamo la sequenza della proteina specifica, e da questa ricaviamo una precisa alterazione fisiologica, che seguiamo passo passo, dalla nascita all'adulto, cellula per cellula, e spesso attraverso intere famiglie, in popolazioni distinte. Una volta di più, la verità sta nel dettaglio. La semplice, bruta correlazione tra un certo gene e un certo comportamento, senza alcuna idea dei meccanismi che mediano l'azione del gene, assomiglia più alla caricatura di Sober del gene per fare la calza che non ai casi delle malattie con una genuina base genetica. Ad esempio, per ben note e tristi cause socio-economiche negli Stati Uniti il comportamento criminale si correla fortemente con il colore scuro della pelle, quindi con la presenza di melanina. Sarebbe facile ipotizzare un gene della criminalità, scoprirlo correlato a quello della pigmentazione scura della pelle, e forse perfino arrivare a isolarlo. Ovviamente si tratterebbe di una scoperta senza senso»
Insieme al suo celebre collega di Harvard, co-docente e spesso co-autore, Steve Gould, Lewontin ha persuasivamente criticato, lungo il filo degli anni, l'adattazionismo ingenuo, cioè l'ostinazione, assai diffusa anche tra illustri scienziati e filosofi, a voler spiegare ogni tratto di ogni organismo, uomo compreso, con il vantaggio che tale tratto apporta o ha apportato nel passato ai fini della sopravvivenza. Sono ancora freschi sugli scaffali delle librerie saggi di autori come Daniel Dennett, Henry Plotkin, Steven Pinker, Richard Dawkins, nei quali si offrono spiegazioni adattazioniste minuziose delle nostre capacità cognitive, linguaggio e ragionamento scientifico compresi. Che ne pensa Lewontin? «Escogitano delle storie ingegnose e plausibili, ma non c'è alcun modo di controllare se esse corrispondono o meno alla verità. Non dico che siano false, dico solo che non sappiamo, né sapremo mai, se lo sono. Sono di scarso valore scientifico (Dick usa la parola inglese un-illuminating, cioè che non portano alcuna luce)»
Insiste nel sostenere che l'evoluzione biologica è disseminata di eventi contingenti, unici e irriproducibili e che non ha senso congetturare su un piano, un disegno, un ordine, laddove non ce ne sono mai stati. «+ puramente ideologico, per esempio, sostenere che l'evoluzione consiste in un aumento della complessità e nella comparsa di organi e comportamenti sempre più raffinati. Una singola cellula è già molto complessa e non è affatto evidente, né obiettivamente difendibile, che i micro-organismi siano meno complicati di specie che sono comparse successivamente. Come giustamente osserva Steve Gould, secondo molti parametri, sono proprio i micro-organismi che hanno avuto, alla lunga, tra tutti i viventi, il massimo successo evolutivo»
Un giovane collaboratore di Lewontin nel suo laboratorio di Harvard ha isolato un gene negli insetti, che tende a propagarsi inizialmente a ritmo lento e moderato, e che arreca agli individui che lo portano un lieve vantaggio. Succede, però, che questo gene, una volta diffusosi nella popolazione, porti all'estinzione completa della popolazione stessa. Per Lewontin questo è un esempio lampante dell'importanza capitale dei meccanismi evolutivi. La verià sta proprio nel dettaglio.
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Scienze Cognitive