RASSEGNA STAMPA

18 MARZO 2005
PAOLA AZZOLINI
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- L’intervista. Parla la filosofa Luce Irigaray, figura cardine del femminismo europeo
Il paradigma uomo-donna
Stasera è a Verona al seminario «Donne e violenza»

 

 

 

Luce Irigaray è in Italia per un tour di conferenze tra Napoli, Venezia, Verona. La famosa filosofa, cui si deve l'elaborazione della teoria della differenza sessuale, cardine del femminismo europeo, continua ad essere anche oggi, a trent'anni di distanza dall'uscita del suo primo e rivoluzionario libro "Speculum, l'altra donna "(1974 in Francia, 1975 in Italia, tradotto da Luisa Muraro), un punto di riferimento necessario per ogni discussione sul cambiamento, sulle conquiste o le sconfitte delle donne. Luce Irigaray sarà a Verona stasera alle 20.30 in Società Letteraria, per partecipare al seminario del Filo di Arianna su "Donne e violenza".
L'abbiamo sentita su vari temi, su cui è aperta la discussione oggi a proposito di donne.
-Quali sono i suoi interessi e i suoi progetti di lavoro in questo periodo?
«In questi ultimi anni lavoro innanzi tutto alla terza parte della mia opera: definire e mettere in pratica le condizioni per una cultura e una convivenza fra soggetti differenti, di cui il paradigma più universale è la relazione uomo/donna, uomini/ donne. La prima parte era dedicata ad una critica della cultura basata e gestita da un unico soggetto, sedicente neutro, in realtà maschile. La seconda parte definiva i valori necessari per assicurare l'autonomia del soggetto femminile. Le tre parti si mescolano e interagiscono: si parla della necessità di una cultura a due soggetti già in "Speculum". Il mio lavoro attuale è più costruttivo. Probabilmente per questo è meno apprezzato da donne che si fermano alla critica, alla decostruzione e che non si curano di creare una nuova cultura.»
- Quello che dice potrebbe spiegare la violenza, di cui sono protagoniste oggi le donne e di cui tanto si parla?
«Forse le donne che per tanti secoli hanno interiorizzato contro se stesse la violenza patita, hanno bisogno di farla uscire, di manifestarla esteriormente. La critica provoca i gesti aggressivi, di cui sembra sentano la necessità certe donne. Capisco questa necessità, ma temo che fermarsi all'identificazione con l'oppressore, non possa essere il modo per acquisire una vera autonomia, soprattutto quando si tratta di un atteggiamento globale, non solo intellettuale. Per di più non fa sbocciare la felicità. Da qui un circolo vizioso, in cui la donna genera la propria infelicità.»
- Sarebbe interessante avere qualche notizia delle sue recenti pubblicazioni, non ancora uscite in Italia
«I miei ultimi libri, pubblicati in prima edizione in inglese, hanno per argomento come giungere ad una cultura a due soggetti più giusta e felice. "La via dell'amore" (The way of love) indica le vie per giungere, segnatamente attraverso la parola, ad avvicinarsi all'altro, ad entrare in dialogo.
Cerco di far sentire come risolvere la questione della convivenza fra i sessi, i generi, e questo ci aiuta trattare le altre differenze: di generazione, di cultura, di razza…Lo stesso atteggiamento vale in ogni caso. E' sbagliato contrapporre la differenza fra i sessi e la differenza fra le culture o le razze. Ma è vero che prima è necessario confrontarsi con la differenza fra i sessi che coinvolge l'intera persona e ci costringe a controllare i nostri istinti. E' stato pubblicato, sempre in inglese, anche un insieme di venti testi organizzati in cinque parti: filosofia, linguaggio, arte, spiritualità, politica, che trattano dello stesso argomento: come elaborare una cultura che tenga conto delle differenze in ogni ambito."(cfr.
Luce Irigaray,Key writings, 2004).
- Il suo lavoro tiene conto della realtà? Non rischia di fermarsi alla teoria?
«Il mio pensiero suscita entusiasmo anzitutto nei più giovani, ma provoca anche rifiuto, perché tocca la realtà e chiede di cambiarla. Molti discorsi oggi sono fondati sull'ideologia e un'ideologia non adatta al presente. La gente li ascolta e questi discorsi esercitano una sorta di seduzione morale che si propaga, sostenuti come sono dai mass media. Ma non chiedono per prima cosa lo sforzo di un cambiamento di se stessi. Sono discorsi abbastanza conformisti che tuttavia pretendono di imporsi anche a un pensiero più vicino alla realtà come quello che si preoccupa di differenza sessuale.»
- Dunque non rinuncerebbe alle sue posizioni, nonostante le recenti polemiche che hanno seguito in Francia e in Europa la pubblicazione di un libro di Elisabeth Badinter, che indicava al necessità di completare l'emancipazione delle donne, prima di pensare alla differenza?
«Senza dubbio resterò fedele al mio pensiero, qualsiasi resistenza possa incontrare, qualsiasi violenza debba patire a causa di esso. Penso che il mio pensiero da certuni/e non è ancora ben capito, ma anche che ci sono altri/e che si impegnano ad ostacolarlo. Peccato! Questo pensiero è necessario per passare ad una nuova tappa dell'evoluzione della cultura ed è indispensabile per cambiare i nostri atteggiamenti, per esempio amorosi, nei confronti dell'altro, di ogni sorta di altro»
- Poco tempo fa ci ha lasciato Renzo Imbeni, con cui lei ha collaborato quando Imbeni era vice presidente del Parlamento Europeo. Da questa collaborazione sono nati due dei libri che lei ha scritto, "La democrazia comincia a due" e "Io amo a te". Potrebbe rievocare questo personaggio importante e la tua collaborazione con lui?
«La mia stima per Renzo Imbeni è nata dalla sua capacità di mettere in pratica le sue convinzioni senza limitarsi alle belle parole. Renzo Imbeni mi ha salutato e si è congratulato con me dopo il mio intervento all'ultimo congresso del P.C.I. Mi ha affidato la gestione delle serata dedicata alla sua elezione al Parlamento Europeo -malgrado la resistenza di persone del suo partito, come racconto nel Prologo di Io amo a te. Ha anche accettato di lavorare insieme a me al Progetto di codice di cittadinanza nell'ambito del Parlamento Europeo, come spiego in La democrazia comincia a due. Un uomo di una simile onestà e cortesia, non si incontra spesso. Ma temo che molti/e non abbiano capito bene il senso e lo scopo della nostra collaborazione, dedicata a una democrazia fondata sulla differenza.»

 

 

 

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