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Roma. «Il dramma della donna incinta ricoverata all’ospedale San Martino di
Genova è un caso molto delicato. È difficile stabilire, tanto per l’autorità
mediche quanto dei familiari, la decisione da prendere». È il parere di
monsignore Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia della Vita,
nonché presidente del centro nazionale Ricerche di bioetica ed ex direttore
del Centro ricerche di bioetica presso l’università Cattolica del Sacro Cuore,
sul caso della donna clinicamente morta ma incinta di venti settimane. Il
prelato, particolarmente impegnato in questi giorni in diverse riunioni,
aggiunge che comunque «bisognerà aspettare i precisi accertamenti medici
prima di valutare e prendere in considerazione eventuali decisioni del padre.
Monsignore Sgreccia si dice sostanzialmente d’accordo con il professore di
bioetica, Antonio Spagnolo, suo ex allievo e docente associato alla facoltà
di Medicina e chirurgia della Cattolica. Più deciso, invece, il Tribunale per
i diritti del malato: «Dobbiano innanzitutto contestare le definizioni che si
sono utilizzate per indicare la morte encefalica che è stata definita coma
irreversibile - è scritto in una nota del Tribunale - ciò induce il grande
pubblico a a pensare che la donna non sia veramente deceduta e sia la madre,
via, sia pure in coma, a portare avanti la gravidanza. Se invece, come
sembra, è stata accertata la morte cerebrale totale, possiamo dire che
l’urgenza di salvare il feto depone a favore del ”non staccare la spina”, che
tiene in vita non la madre già deceduta, ma i suoi organi: non si tratta,
dunque, di accanimento terapeutico». «La donna si trova nella situazione
oggettiva di dare la vita a un figlio. Si tratta di un dono per la mamma
stessa», è invece il parere del segretario generale del Movimento italiano
per la vita, Olimpia Tarsia. «Tuttavia - ha continuato Tarsia - l’opinione
pubblica e le istituzioni non devono lasciare solo il papà, ma assisterlo in
questo difficile momento. Il figlio dovrà essere grato - ha detto ancora
Tarsia - ai genitori perché gli hanno donato la vita».
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