RASSEGNA STAMPA

18 GENNAIO 2005
MARIANNA GENSABELLA
[

Le “ragioni” della scienza
QUANDO È IN GIOCO LA DIGNITÀ UMANA

Marianna Gensabella*
L a notizia dell'approvazione da parte della Corte Costituzionale dei referendum parziali sulla legge 40 ci invita a ripensare il testo della legge e gli emendamenti proposti nei quesiti referendari. Il primo motivo su cui dobbiamo confrontarci è quello della libertà della scienza: una libertà che sembra indebitamente vincolata dai divieti che la legge impone sulla sperimentazione embrionale e sulla clonazione delle cellule staminali embrionali. Di fronte alle promesse della ricerca scientifica, in cui tutti noi riponiamo le nostre speranze di vita buona, di fronte alla possibilità che ci viene prospettata di trovare rimedio al dolore e alla morte di tanti malati affetti da patologie per ora imbattibili, come negare il nostro voto al primo dei tre quesiti referendari ammessi? Dall'altra parte della bilancia sta qualcosa di piccolissimo, sulla cui natura scienziati e filosofi dibattono senza trovare una risposta unanime: quel qualcosa o qualcuno, che è l'embrione umano prodotto in vitro, non più protetto dal suo luogo naturale, il grembo materno, esposto al potere della scienza e al suo braccio armato, la tecnica, non ha ancora un volto che ci chiami alla responsabilità, che ci comandi, come vuole Lévinas, «non uccidermi», non ha ancora l'arma segreta del pianto del neonato, con cui fare sentire la sua presenza, i suoi bisogni, non ha ancora destato in noi la «meraviglia» della vita nuova. E tuttavia quel piccolissimo essere è, al di là di ogni sofisma, di ogni discussione filosofica, che chiami in causa, a torto o a ragione le categorie aristoteliche di potenza e atto, «vita» e, per il patrimonio genetico che lo caratterizza, vita umana. Questa è un'evidenza difficile da negare e che possiamo semmai cercare di camuffare, creando zone finestra tra un prima e un dopo in quello che è lo sviluppo continuo che porterà quel piccolissimo essere a divenire uomo come noi. Certo, da sempre l'uomo e, forse ancor più, la donna, si sono interrogati se il rispetto dovuto alla vita umana prenatale dovesse essere della stessa entità del rispetto dovuto alla vita umana già nata.
M a dietro quell'interrogativo, che nasceva spesso dalla difficoltà, a volte drammatica, a fare spazio a quella vita nuova dentro la propria vita, dentro il proprio corpo, c'era, c'è già un sapere, un'evidenza della ragione e del cuore, che possiamo dire con le parole antiche di Tertulliano: «è già uomo colui che lo sarà». Tra ieri e oggi c'è però un'abissale differenza: l'embrione umano è consegnato alle mani della tecnica. Chiamato con forza all'esistenza, tirato dentro le nostre vite dal desiderio di procreazione, l'embrione è tuttavia ancora fuori dal corpo della madre: esposto in tutta la sua estrema vulnerabilità a un potere che sappiamo difficilmente dominabile, un potere che cresce a dismisura su se stesso, poiché mai pago delle proprie scoperte. Questa differenza fa sì che in quell'embrione che è uno di noi si racchiuda non solo il suo futuro (ed è già una ragione sufficiente per difenderlo), ma quello che Habermas chiama «il futuro della natura umana». Inneggiare alla libertà della scienza, alle sue conquiste sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte, e di contro lanciare strali contro un'etica oscurantista e dogmatica, è sin troppo facile: significa rimanere dentro la logica di un progresso scientifico che non sa e non vuole fermarsi, che va avanti, senza chiedersi quale sia il prezzo da pagare, quali siano le conseguenze a lunga gittata dell'applicazione delle sue conoscenze. Se il prezzo da pagare è la dignità della vita umana, potremo parlare ancora di libertà della scienza? Che società sarà una società in cui la vita umana dell'embrione potrà essere considerata solo come un mezzo e non anche come un fine? Che umanità lasceremo alle generazioni future, di cui grava su di noi, come Jonas ci ha insegnato, la responsabilità, se consentiremo una sperimentazione sulla vita umana di cui non possiamo prevedere le derive? * Professore associato di Bioetica Università di Messina

 

 

 

 

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