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Le “ragioni” della
scienza
QUANDO È IN GIOCO LA
DIGNITÀ UMANA
Marianna Gensabella*
L a notizia dell'approvazione
da parte della Corte Costituzionale dei referendum parziali sulla legge 40 ci
invita a ripensare il testo della legge e gli emendamenti proposti nei
quesiti referendari. Il primo motivo su cui dobbiamo confrontarci è quello
della libertà della scienza: una libertà che sembra indebitamente vincolata
dai divieti che la legge impone sulla sperimentazione embrionale e sulla
clonazione delle cellule staminali embrionali. Di fronte alle promesse della
ricerca scientifica, in cui tutti noi riponiamo le nostre speranze di vita
buona, di fronte alla possibilità che ci viene prospettata di trovare rimedio
al dolore e alla morte di tanti malati affetti da patologie per ora
imbattibili, come negare il nostro voto al primo dei tre quesiti referendari ammessi?
Dall'altra parte della bilancia sta qualcosa di piccolissimo, sulla cui
natura scienziati e filosofi dibattono senza trovare una risposta unanime:
quel qualcosa o qualcuno, che è l'embrione umano prodotto in vitro, non più
protetto dal suo luogo naturale, il grembo materno, esposto al potere della
scienza e al suo braccio armato, la tecnica, non ha ancora un volto che ci
chiami alla responsabilità, che ci comandi, come vuole Lévinas, «non
uccidermi», non ha ancora l'arma segreta del pianto del neonato, con cui fare
sentire la sua presenza, i suoi bisogni, non ha ancora destato in noi la
«meraviglia» della vita nuova. E tuttavia quel piccolissimo essere è, al di
là di ogni sofisma, di ogni discussione filosofica, che chiami in causa, a
torto o a ragione le categorie aristoteliche di potenza e atto, «vita» e, per
il patrimonio genetico che lo caratterizza, vita umana. Questa è un'evidenza
difficile da negare e che possiamo semmai cercare di camuffare, creando zone
finestra tra un prima e un dopo in quello che è lo sviluppo continuo che
porterà quel piccolissimo essere a divenire uomo come noi. Certo, da sempre
l'uomo e, forse ancor più, la donna, si sono interrogati se il rispetto
dovuto alla vita umana prenatale dovesse essere della stessa entità del rispetto
dovuto alla vita umana già nata.
M a dietro
quell'interrogativo, che nasceva spesso dalla difficoltà, a volte drammatica,
a fare spazio a quella vita nuova dentro la propria vita, dentro il proprio
corpo, c'era, c'è già un sapere, un'evidenza della ragione e del cuore, che
possiamo dire con le parole antiche di Tertulliano: «è già uomo colui che lo
sarà». Tra ieri e oggi c'è però un'abissale differenza: l'embrione umano è
consegnato alle mani della tecnica. Chiamato con forza all'esistenza, tirato dentro
le nostre vite dal desiderio di procreazione, l'embrione è tuttavia ancora
fuori dal corpo della madre: esposto in tutta la sua estrema vulnerabilità a
un potere che sappiamo difficilmente dominabile, un potere che cresce a
dismisura su se stesso, poiché mai pago delle proprie scoperte. Questa
differenza fa sì che in quell'embrione che è uno di noi si racchiuda non solo
il suo futuro (ed è già una ragione sufficiente per difenderlo), ma quello
che Habermas chiama «il futuro della natura umana». Inneggiare alla libertà
della scienza, alle sue conquiste sulla sofferenza, sulla malattia e sulla
morte, e di contro lanciare strali contro un'etica oscurantista e dogmatica,
è sin troppo facile: significa rimanere dentro la logica di un progresso
scientifico che non sa e non vuole fermarsi, che va avanti, senza chiedersi
quale sia il prezzo da pagare, quali siano le conseguenze a lunga gittata
dell'applicazione delle sue conoscenze. Se il prezzo da pagare è la dignità
della vita umana, potremo parlare ancora di libertà della scienza? Che
società sarà una società in cui la vita umana dell'embrione potrà essere
considerata solo come un mezzo e non anche come un fine? Che umanità
lasceremo alle generazioni future, di cui grava su di noi, come Jonas ci ha
insegnato, la responsabilità, se consentiremo una sperimentazione sulla vita
umana di cui non possiamo prevedere le derive? * Professore associato di
Bioetica Università di Messina
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