![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 DICEMBRE 2004 |
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Stamane a
Firenze, in forma privata, i funerali del grande studioso morto a 95 anni: la
salma sarà accompagnata dagli allievi che più gli sono stati vicini negli
ultimi anni di vita
Eugenio
Garin, tra filosofia e storia della filosofia
Dalle ricerche sulla
«rivoluzione» culturale dell’Umanesimo a quelle sul pensiero italiano del ’900
Si tratta di ben altro: è l'incidenza di cause "materiali" sul
pensiero, e la risposta del pensiero stesso a queste sollecitazioni, che spiega
questa "rivoluzione". Quando aveva iniziato questi studi, egli
pensava ancora alla filosofia come ad un processo conoscitivo lineare,
costruito sulla base di concetti ed approdato ormai a soluzioni sostanzialmente
definitive. Scoprendo che il pensiero si sviluppa in modo molto più
problematico e soprattutto molto più legato alla realtà concreta, non può non
trarne le conseguenze: d'ora in avanti questi saranno i punti di riferimento
per valutare l'attendibilità di una filosofia.
Agli studi dedicati all'Umanesimo ed al Rinascimento, Garin non arriva subito.
Nato a Rieti nel 1909, da famiglia di origini aostane, e laureatosi ventenne a
Firenze con Ludovico Limentani, si dedica in un primo momento alla filosofia
inglese del Seicento e del Settecento. Scrive su questi argomenti diversi
saggi, ma, con la pubblicazione di un lavoro su Pico della Mirandola (1937), i
suoi interessi si orientano verso il pensiero rinascimentale. La seconda metà
degli anni Trenta risulta per lui decisiva anche da un altro punto di vista:
dopo alcuni anni di insegnamento nei licei, inizia nel 1938 la sua carriera
accademica a Firenze. A quell'ateneo ed a quella città il suo nome resterà poi
sempre legato, anche per la natura degli studi che lo rendono celebre.
E' infatti di livello internazionale la fama ottenuta con le ricerche sulla
"rivoluzione" culturale dell'Umanesimo. Proprio quell'aspetto che
tanto lo colpisce fin dall'inizio, ossia il rapporto con la realtà concreta,
gli fornisce una chiave di lettura originale, da cui emerge il paradosso di una
nuova visione del mondo che si sviluppa proprio quando tramonta il mondo su cui
era nata, quello delle città italiane con le loro idealità civili.
Dai grandi pensatori dell'Italia rinascimentale alle più modeste cronache della
filosofia italiana del Novecento. E' ancora l'amore per la concretezza che
spinge Garin verso questo tipo di ricerche da cui nascono alcuni suoi famosi
lavori. Citando Hegel, egli ricorda infatti che non si può uscire dal proprio
tempo come non si può uscire dalla propria pelle: naturale e non da
provinciali, perciò, ripensare i grandi problemi della filosofia in termini italiani,
attraverso i filosofi (ma lui preferiva parlare di "intellettuali")
italiani.
Anche in questo ambito, si trova a proprio agio. "Storia del pensiero- ha
scritto- è ritrovare l'umanità del pensiero, è mettere a fuoco l'umanità del
pensiero, la carne umana senza cui questi pensieri non sarebbero nel
mondo".
Questa passione per la storia del pensiero, orientata in modo da cogliere la
"carne umana" che sta dietro il pensiero stesso, non può non far
pensare ad un marxismo filtrato attraverso la mediazione gramsciana. E di Marx,
infatti, Garin giudica fondamentale l'idea della filosofia ricondotta dal cielo
alla terra. Ma poi, con la consueta coerenza, rifiuta il marxismo come canone,
come pretesa di conoscenza definitiva. Meglio Socrate e la sua concezione della
filosofia come coscienza critica: "se di filosofia vorremo ancora fare
professione senza troppo arrossire, faremo probabilmente bene a rifarci
all'onesto insegnamento della sua ironia".