RASSEGNA STAMPA

31 DICEMBRE 2004
EMANUELE LUCIANI
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Stamane a Firenze, in forma privata, i funerali del grande studioso morto a 95 anni: la salma sarà accompagnata dagli allievi che più gli sono stati vicini negli ultimi anni di vita

Eugenio Garin, tra filosofia e storia della filosofia

 

Dalle ricerche sulla «rivoluzione» culturale dell’Umanesimo a quelle sul pensiero italiano del ’900

 

 

 


«Ho scelto il mestiere di storico della filosofia», diceva di sé Eugenio Garin. Ma precisava subito: «ciò non ha mai significato per me-come qualcuno crede-un voto di castità nei confronti delle idee: ha significato, al contrario, un modo preciso di concepire la filosofia». Detto in altre parole: se è vero che la storia della filosofia è al centro dei suoi interessi, ciò non significa che egli non abbia una sua filosofia. Questa precisazione non nasce a caso. Garin, in effetti, è più conosciuto come storico del pensiero che come pensatore. Come queste due vocazioni si siano in lui intrecciate e reciprocamente influenzate lo spiega egli stesso. Succede nel periodo fra le due guerre, quando egli inizia ad approfondire quelle tematiche (Umanesimo e Rinascimento) che gli resteranno sempre care e quando comprende che la "rivoluzione" culturale dell'Umanesimo e del Rinascimento non si limita ad un mutamento del sapere.
Si tratta di ben altro: è l'incidenza di cause "materiali" sul pensiero, e la risposta del pensiero stesso a queste sollecitazioni, che spiega questa "rivoluzione". Quando aveva iniziato questi studi, egli pensava ancora alla filosofia come ad un processo conoscitivo lineare, costruito sulla base di concetti ed approdato ormai a soluzioni sostanzialmente definitive. Scoprendo che il pensiero si sviluppa in modo molto più problematico e soprattutto molto più legato alla realtà concreta, non può non trarne le conseguenze: d'ora in avanti questi saranno i punti di riferimento per valutare l'attendibilità di una filosofia.
Agli studi dedicati all'Umanesimo ed al Rinascimento, Garin non arriva subito. Nato a Rieti nel 1909, da famiglia di origini aostane, e laureatosi ventenne a Firenze con Ludovico Limentani, si dedica in un primo momento alla filosofia inglese del Seicento e del Settecento. Scrive su questi argomenti diversi saggi, ma, con la pubblicazione di un lavoro su Pico della Mirandola (1937), i suoi interessi si orientano verso il pensiero rinascimentale. La seconda metà degli anni Trenta risulta per lui decisiva anche da un altro punto di vista: dopo alcuni anni di insegnamento nei licei, inizia nel 1938 la sua carriera accademica a Firenze. A quell'ateneo ed a quella città il suo nome resterà poi sempre legato, anche per la natura degli studi che lo rendono celebre.
E' infatti di livello internazionale la fama ottenuta con le ricerche sulla "rivoluzione" culturale dell'Umanesimo. Proprio quell'aspetto che tanto lo colpisce fin dall'inizio, ossia il rapporto con la realtà concreta, gli fornisce una chiave di lettura originale, da cui emerge il paradosso di una nuova visione del mondo che si sviluppa proprio quando tramonta il mondo su cui era nata, quello delle città italiane con le loro idealità civili.
Dai grandi pensatori dell'Italia rinascimentale alle più modeste cronache della filosofia italiana del Novecento. E' ancora l'amore per la concretezza che spinge Garin verso questo tipo di ricerche da cui nascono alcuni suoi famosi lavori. Citando Hegel, egli ricorda infatti che non si può uscire dal proprio tempo come non si può uscire dalla propria pelle: naturale e non da provinciali, perciò, ripensare i grandi problemi della filosofia in termini italiani, attraverso i filosofi (ma lui preferiva parlare di "intellettuali") italiani.
Anche in questo ambito, si trova a proprio agio. "Storia del pensiero- ha scritto- è ritrovare l'umanità del pensiero, è mettere a fuoco l'umanità del pensiero, la carne umana senza cui questi pensieri non sarebbero nel mondo".
Questa passione per la storia del pensiero, orientata in modo da cogliere la "carne umana" che sta dietro il pensiero stesso, non può non far pensare ad un marxismo filtrato attraverso la mediazione gramsciana. E di Marx, infatti, Garin giudica fondamentale l'idea della filosofia ricondotta dal cielo alla terra. Ma poi, con la consueta coerenza, rifiuta il marxismo come canone, come pretesa di conoscenza definitiva. Meglio Socrate e la sua concezione della filosofia come coscienza critica: "se di filosofia vorremo ancora fare professione senza troppo arrossire, faremo probabilmente bene a rifarci all'onesto insegnamento della sua ironia".

 

 

 

 

 

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