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La biopolitica oltre Foucault
Roberto Esposito propone una nuova
analisi dell’ambiguo intreccio tra «i corpi e il potere», e sostiene che la
vita non è una proprietà, non è «né mia né tua», quindi non può essere «difesa»
facendo la guerra
IN Afghanistan,
nel corso di alcune operazioni di guerra umanitaria, su uno stesso territorio
vengono sganciate bombe ad alto potenziale distruttivo, insieme a viveri e
medicine; in Russia, 128 ostaggi vengono uccisi con gas letale dalla stessa
polizia che avrebbe dovuto liberarli; in Cina, il commercio di sangue, gestito
dal governo centrale, determina la sieropositività di più di un milione e mezzo
di individui nella sola provincia dell'Henan. Ma non eravamo nella società
dello spettacolo? Non eravamo forse nella grande epoca della
"derealizzazione", in cui i sistemi creavano realtà fittizie, gli
uomini erano maschere, numeri o algoritmi, il grande corpo virtuale
dell'informazione aveva sostituito i corpi reali, e le menzogne del Potere
producevano cibo e realtà immateriali di cui quotidianamente nutrirsi, in cui
vivere? Qualcosa è cambiato, ma non nel senso che - come spesso si dice - le
questioni di vita, di nascita, di morte, dimenticate dal (supposto)
intellettualismo dei regimi occidentali sono tornate a vendicarsi, reclamando
attenzione in termini di eugenetica, fecondazione assistita, eutanasia, aborto,
fame, povertà e guerra. Anche e piuttosto nel senso dell'affiorare, il venire
in luce una volta per tutte, di quell'intreccio ambiguo tra corpi e potere che
come ricordava Foucault è sempre stato alla base della "sovranità"
moderna. L'ultimo libro di Roberto Esposito, Bìos, affronta con estrema
chiarezza e profondità di analisi questo contesto, che si definisce oggi
"biopolitico". Credo sia necessario sottolineare la lucidità e la
serietà argomentativa con cui Esposito elabora il tema, per evitare di
incorrere in un fraintendimento. Esposito si lega alla tradizione filosofica
impropriamente detta "continentale". Alcuni testi appartenenti a
questa tradizione (specie tra i francesi), si segnalano per l'affrontare temi
rilevanti e importanti, ma a volte con una strumentazione vaga e generica, e
senza proporre tesi specifiche, ben evidenziate. Al contrario, questo libro di Esposito
presenta con molta chiarezza anzitutto i dati emblematici di partenza (gli
esempi che ho citato in apertura sono solo alcuni tra quelli presi in esame nel
libro), quindi considera la storia e la letteratura della biopolitica (termine
lanciato dallo svedese Kjellen, nei primi anni del secolo scorso), illustra con
ammirevole sintesi le tesi del più autorevole analista della biopolitica,
Michel Foucault, indica alcuni problemi o lacune nell'analisi foucaultiana, e
infine, suggerisce precise ipotesi programmatiche e interpretative. Gli
spunti di riflessione contenuti nel libro sono molti, lo stile pacato di
Esposito riesce bene a evidenziare tanto la rilevanza razionale quanto
l'inequivocabile pathos che si lega alla materia trattata. Ma il dato che mi sembra
più importante è la proposta filosofica di fondo, che proverei a ricostruire in
termini schematici. Esposito ritiene anzitutto che sia necessario predisporre
"un nuovo linguaggio concettuale", un diverso tipo di analisi
ontologica, per affrontare i temi della biopolitica contemporanea. In questo
senso, la sua visione del problema si differenzia per esempio dalle posizioni
di Habermas, per il quale (si vedano gli importanti scritti di Il futuro
della natura umana) il vecchio apparato filosofico del trascendentalismo, con
le sue correzioni esistenziali, può fronteggiare e orientare le nuove politiche
della vita. Uno dei dati portanti di questo nuovo linguaggio teorico dovrebbe
consistere secondo Esposito nel rovesciare ciò che si può chiamare il "paradigma
immunitario", ossia l'idea che la vita richieda distruzione, protezione
negativa. Tale paradigma (a cui è dedicato un precedente libro dell'autore, Immunitas)
spiega bene, per esempio, il perché la biopolitica sia stata storicamente
gestita e vista nella luce della tanatopolitica, come è avvenuto esemplarmente
nella "biocrazia" nazista, ma come avviene anche nella più recente
pratica e idea di guerra preventiva. Foucault era certamente consapevole del
fatto che la comprensione della biopolitica comportasse qualche mutamento nei
parametri di comprensione in generale, e che la filosofia dovesse compiere
qualche significativa inversione di rotta. Ma, nota Esposito, restava
prigioniero di un'idea del rapporto tra corpi e potere come relazione
estrinseca, in cui il secondo esercita funzioni di dominio sui primi, e i primi
non vengono definiti altrimenti che come soggetti assoggettati. Invece, proprio
nella prospettiva del paradigma immunitario appare l'esigenza di una nuova
analisi concettuale: i concetti di “vita”, “corpo”, “nascita” di cui disponiamo
e che dominano la sfera del politico (alla base come ai vertici) sono per ora
totalmente sovradeterminati in senso "immunitario", sono cioè pensati
negativamente e difensivamente. Esposito suggerisce i termini di questa
analitica concettuale discutendo posizioni esemplari, e fissando alcune basi
per una revisione del vocabolario biopolitico. Tra le altre, l'idea che corpo,
nascita e vita debbano essere tolti alla particolarità del "proprio"
(la mia-tua vita, la nostra nascita, il mio corpo), e pensate nella singolarità
del "si", cioè dell'evento, che Deleuze chiamava la "quarta
persona": la vita come evento è quel preciso istante che non è
"proprio" e non è mio né tuo (e non ha dunque bisogno di definirsi
difendendosi).


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