RASSEGNA STAMPA

16 NOVEMBRE 2004
MARIA MATALUNO
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Ai matematici spetta la definizione ai fisici la prova, solo i poeti lo descrivono

 

 


CREATURA finita, l'uomo ha sempre avuto la sensazione - o la speranza - di vivere in un cosmo infinito, di essere solo una minima parte di una realtà tanto sconfinata da non poter essere nemmeno concepita dalla mente umana. Ma scienziati, artisti, musicisti e scrittori non si sono arresi e in ogni epoca hanno tentato di dare forma a ciò che sembra sfuggire a ogni tentativo di rappresentazione: ne sono nati modelli matematici, teorie filosofiche, poemi e opere d'arte. A questi tentativi è dedicato il ciclo d'incontri organizzato dalle Biblioteche di Roma intitolato «Infiniti», nel quale fino a giugno 2005 diversi autorevoli esponenti della scienza, dell'arte, della filosofia e della letteratura - da Piergiorgio Odifreddi a Roman Vlad, da Margherita Hack a Massimo Cacciari - descriveranno il rapporto che le loro discipline hanno con l'infinito. Curatore della manifestazione è Michele Emmer, cineasta e docente di Matematica all'Università «La Sapienza» di Roma.
Professor Emmer, la matematica è la «scienza dell'infinito» per eccellenza?
«La matematica non ha solo tentato, ma è riuscita a definire la struttura dell'infinito: Galilei, Bolzano, Cantor sono stati i massimi protagonisti di questa impresa. Tuttavia direi che è piuttosto la scienza "degli infiniti", in quanto ha a che fare con diversi tipi di infinito: non solo i numeri sono infiniti, ma esistono anche "infiniti numeri infiniti", e di norma un problema matematico è ambientato in uno spazio a infinite dimensioni».
Anche la fisica ha un analogo interesse per l'infinito: cosa distingue il suo approccio a questo tema rispetto alla matematica?
«La grande differenza tra un fisico e un matematico è che il primo deve fondare le sue teorie sull'esperimento, mentre il secondo lavora in un mondo di astrazioni. In un certo senso, il matematico è avvantaggiato: per lui il problema si riduce a dover calcolare l'infinito, mentre al fisico compete l'onere di dimostrare su base sperimentale che, ad esempio, l'universo è infinito».
L’infinito affascina scienziati e artisti, perché?
«Il termine "infinito" è una di quelle parole che Leopardi avrebbe definito "vaghe", ovvero capaci di evocare i più diversi campi di significato. Il matematico può descrivere la struttura dell'infinito, ma non può rispondere a domande come quella sull'eternità del tempo e dell'Universo».
Lei si è occupato a lungo dell'opera di Cornelius Mauritius Escher, che nelle sue incisioni ha spesso tentato di rappresentare l'infinito: arte e matematica possono collaborare nel tentativo di catturarequesto concetto?
«Sono convinto di sì. Quando pubblicò il suo primo libro di opere, nel 1961, Escher definì alcune di esse "infinite". Per eseguirle si era avvalso della consulenza di diversi matematici, primo fra tutti Harold Scott MacDonald Coxeter. È stato proprio il grande matematico recentemente scomparso, che nel 1994 collaborò alla realizzazione del mio film "Il mondo fantastico di Escher", a spiegarmi come la più grande ambizione di Escher fosse, per dirla con Shakespeare, "diventare re di uno spazio infinito rimanendo in un guscio di noce". L'artista olandese voleva dare un'idea dell'infinito in uno spazio ridottissimo».
Da figlio di cineasta e autore lei stesso di film, ricorda qualche pellicola che abbia trattato il tema dell'infinito?
«Stanley Kubrick nella sequenza iniziale di "2001: Odissea nello spazio" ha reso perfettamente l'idea dell'infinità del cosmo. Ma c'è un altro film molto meno noto che, secondo me, ha dato un contributo interessante al tentativo di rappresentare l'infinito al cinema: si tratta di Moebius, di Gustavo Mosquera. In questa pellicola del 1996 ambientata in Argentina s'immagina che un convoglio della metropolitana finisca su una rotaia che, come l'anello di Moebius, ha una struttura infinita: una metafora che fa riferimento alla tragica storia dei desaparecidos. Passando dal cinema al teatro, poi, non si può fare a meno di citare lo spettacolo "Infinities" ideato da Luca Ronconi: una pièce pensata in modo tale che ciascuno spettatore ne può vedere solo una parte e non riuscirebbe mai a vederla integralmente, nemmeno se vi assistesse per un numero di volte infinito».
Anche la letteratura non ha potuto fare a meno di subire il fascino dell'infinito.
«Sì, e in questo caso il pensiero non può non andare a Leopardi, che non solo scrisse il celebre idillio su questo tema, ma probabilmente ne conosceva anche gli aspetti scientifici, visto che nei suoi studi giovanili non aveva trascurato la matematica, la fisica e soprattutto l'astronomia, scienza che con l'infinito ha un rapporto privilegiato. Anche Borges, con la sua famosa immagine della biblioteca infinita, ha dato un contributo fondamentale a questa riflessione: non a caso Luca Ronconi fa esplicito riferimento a lui nel suo "Infinities", mentre nel film "Moebius" una stazione della metropolitana si chiama Borges, e in essa i protagonisti incontrano un vecchio cieco che è un chiaro riferimento allo scrittore argentino».».





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