![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 SETTEMBRE 2004 |
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«Il
terrore, figlio del nichilismo»
Il pensatore francese si appresta a partecipare al
Festival di Modena. «Si assiste oggi a un’identificazione tra il religioso,
l’economico, il politico e ogni istanza soggettiva diventa valore da difendere
con la forza, in una prospettiva preconizzata da Nietzsche. La via d’uscita?
L’amore e il dono: ecco la vera rivoluzione futura»
«Ciò che dico come individuo non ha alcun valore di verità, non
pretendo che sia vero, ma pretendo di utilizzare tutti i mezzi per imporlo». È
questo il freddo ragionamento o riflesso della soggettività contemporanea
aggredita dal nichilismo, secondo il filosofo francese Jean-Luc Marion, l'erede
di Paul Ricoeur e Emmanuel Lévinas di cui occupa le cattedre a Chicago e
Parigi. Per Marion, che sarà presente al Festival della filosofia di Modena,
«ciò getta una luce su quanto sta accadendo».
Il nuovo secolo comincia all'insegna del terrorismo. Un contesto che influenza
anche la filosofia?
«Non è il contesto a influenzare la filosofia, è la filosofia che provoca il
contesto. Questi avvenimenti sono il sintomo di una situazione culturale,
intellettuale e dunque anche filosofica. La prima cosa che i filosofi
dovrebbero fare è spiegare come ciò sia possibile, al di là delle analisi
economico-politiche. Ad un altro livello di analisi, assistiamo oggi a
un'identificazione fra il religioso, l'economico e il politico che ha sorpreso
il razionalismo europeo moderno. Tutta la modernità, invece, si era basata
sulla distinzione, cioè sulla laicità, che è in primo luogo una richiesta dello
Stato moderno. Marx, che voleva confondere l'economico e il politico, ha
fallito, perché essi sono differenti. Si poteva pensare che tutto ciò fosse
acquisito, ma oggi assistiamo di nuovo a un'identificazione di quello che prima
era separato».
Cosa può dire la filosofia per illuminare ciò?
«Esiste su questo soggetto una diagnosi filosofica posta da Nietzsche, che ha
detto che con lui si entrava nel periodo del nichilismo e che questo sarebbe
durato due secoli. È passato un secolo, ne resta ancora un altro. Il nichilismo
coincide col momento in cui i più alti valori sono svalorizzati. È il momento
in cui il Bene, il Male e Dio sono svalorizzati, non sono più che valori come
altri. E ciascuno ha i suoi valori. La democrazia diventa un valore, la libertà
anche, e così pure l'islam, l'ateismo ecc . Ciascuno ha valori da difendere.
Come difenderli? Attraverso la forza. Siamo in una situazione in cui
l'enunciato dei discorsi non ha più in sé la minima importanza. Ciò che conta è
la forza con cui questi enunciati sono sostenuti, posti, imposti. Il terrorismo
a cui assistiamo rende conto assolutamente del nichilismo».
Questo vuol dire pure che si sono smarriti, anche a livello filosofico, il
senso del dono e dell'amore a partire dal modello di maternità?
«La filosofia non ha fatto evidentemente ciò che doveva fare, ha fatto ciò che
ha potuto fare. La filosofia occidentale ha sempre pensato che ciò che
resisteva alla violenza, all'ideologia, era il vero, inteso esso stesso come
enunciato scientifico. Ciò che non produceva violenza era la razionalità,
innanzitutto quella in senso stretto, fisico-matematica. Tutto ciò che
produceva violenza era invece discutibile, incerto. Ciò che il XIX e il XX
secolo hanno mostrato, è che anche la razionalità provoca violenza. Oggi
vediamo molto bene che non è sufficiente avere un modello economico, politico
razionale perché esso si sviluppi. È questo, il nichilismo. Come diceva
Nietzsche, non c'è più verità, c'è una volontà di verità e ciò che conta è la
volontà. Dunque, il luogo della razionalità, dell'oggettività, di ciò che si
impone di per se stesso, che non è dunque un valore, che non è fonte di scontro
e violenza, in breve ciò che sfugge al nichilismo, non è la verità nel senso
stretto del pensiero moderno. E se non è la verità, cosa può essere? Si tratta
della vera interrogazione filosofica, ai miei occhi. Personalmente, ho
enunciato le mie ipotesi. Penso che più essenziali rispetto alla verità
oggettivata o oggettivante, sono fenomeni molto più radicali come il dono e
tutto ciò che è in rapporto con l'amore. Beninteso, Lévinas ha già preso questa
direzione. Ecco l'orizzonte del lavoro».
In questo vortice di valori e di trasformazioni del presente, la fedeltà - a
una radice, una tradizione, un legame affettivo - acq uista una nuova
dimensione?
«Non sono certo che il mondo evolva tanto rapidamente. Credo che si ripeta
molto e attualmente, ad esempio, si assiste a un passo indietro dell'ipotesi
cosmopolita, del medioevo cristiano e poi dell'illuminismo, a favore di uno
sforzo di autoidentificazione che utilizza qualsiasi strumento, come versioni
semplificate e largamente artificiali della religione e delle culture
nazionali. Ecco, di nuovo, il concetto di nichilismo: l'uso di una lingua,
un'eredità culturale, un modo di vita solo per l'autoaffermazione. Tutti dicono
di essere forti, in quanto fedeli alla propria cultura e ciò serve a far la
guerra. Si tratta non di un'innovazione, ma di un riflesso di autodifesa
classico».
Lévinas e Ricoeur. Quali delle loro pagine occorre oggi rileggere?
«Per Lévinas, il fatto che l'etica è al fondamento della razionalità e non
l'inverso. Per Ricoeur, la nozione d'arco ermeneutico, il fatto che non esiste
senso di un testo indipendentemente dal lavoro del lettore, e che dunque nessun
fondamentalismo è possibile. Nessun testo, soprattutto se religioso, impone un
senso univoco. Tutti i terrorismi a base religiosa sono resi possibili dalla
negazione di queste acquisizioni razionali».
Quali finestre privilegiate vede, oggi, per la riscoperta della dimensione
metafisica e contro l'autoaffermazione dilagante?
«Proprio l'amore e il dono. Inintelligibili in termini di economia, di ragion
sufficiente, di politica. Fenomeni che si possono combattere ma non sopprimere,
come prova la storia. Che obbediscono a un'altra logica. "Amatevi gli uni
gli altri", ecco l'enunciato davvero rivoluzionario del nostro avvenire».